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Adesso si fa sul serio. Finita la sbornia elettorale con le accuse di brogli
lanciate dallo sconfitto George Weah alla neo-presidente Ellen Johnson Sirleaf,
la Liberia deve fare i conti con la ricostruzione. Non è difficile indicare le
priorità, per di più se i principali problemi che hanno provocato una guerra
durata 14 anni non sono stati affrontati. E’ quanto sostiene un recente rapporto
pubblicato da Global Witness, che sottolinea come il traffico illecito di diamanti e legname pregiato prosegua
tuttora. In barba all’embargo imposto dalle Nazioni Unite.
Armi scomparse. “L’Unmil si è rivelata efficace per quanto riguarda il programma di raccolta
delle armi, ma non è riuscita a reinserire gli ex-combattenti”, conferma a PeaceReporter Natalie Ashworth, portavoce di Global Witness. In realtà neanche i risultati del disarmo sono stati esaltanti: nonostante
più di 70 mila ex-combattenti si siano presentati nei campi di raccolta, il quantitativo
di armi raccolte dai caschi blu è stato pari solo a un terzo. Dov’è finito il
resto delle armi? Nei paesi vicini e in Costa d’Avorio in particolare, dove da
tre anni è in corso una guerra civile. Una buona parte però sarebbe rimasta in
Liberia, a disposizione delle reti di ex-combattenti che hanno preferito continuare
il traffico di diamanti e legname in tutta tranquillità, visto che al momento
la capacità di controllo del territorio da parte delle autorità liberiane è praticamente
nulla e l’Unmil, con 15 mila uomini, non può fare miracoli.
Circolo vizioso. “E’ vero, l’Unmil ha un numero di uomini limitato e sarebbe irrealistico pretendere
che ponga fine da sola al contrabbando” prosegue la Ashworth. “Nei mesi scorsi
il contingente Onu è stato impiegato nel disarmo e nell’assistenza alle elezioni.
Ora è vitale che si impegni nella lotta contro il traffico di risorse, e senza
pattugliamenti regolari non è possibile far molto. Quando sono andata a visitare
il confine tra Liberia e Guinea non ho trovato nessuno che lo monitorasse”. La
presidente Sirleaf si trova di fronte a un problema di difficile soluzione: da
una parte l’embargo imposto dall’Onu, anche se sistematicamente violato, permette
di porre un minimo di freno alla corruzione foraggiata proprio dal traffico di
materie prime. Dall’altra però il prolungamento dell’embargo ostacola lo sviluppo
economico del Paese, costringendo le fasce più deboli della popolazione a darsi
alla delinquenza. “Per questo è vitale che la comunità internazionale e l’Unmil
affrontino il problema al più presto” conclude Natalie Ashworth. “Non si può aspettare
che le autorità liberiane facciano esplicita richiesta di assistenza. Anche perché,
in questi anni, sono state tra le principali beneficiarie dei flussi di denaro
generati dal traffico illecito.” Matteo Fagotto