In Myanmar, la Birmania di un tempo, le notizie che circolano sull’influenza
aviaria sono poche e non rassicurano i suoi abitanti, in gran parte contadini
che vivono a contatto di pollame e altri volatili. Lo dimostrano alcune testimonianze
raccolte dall’agenzia France Presse nel Paese asiatico, dove comunque il virus
H5N1 non è mai stato registrato: tutto sembra essere avvolto da paura e mistero
qui, dove la giunta militare filtra ogni informazione interna o esterna attraverso
uno dei sistemi di propaganda più potenti d'Asia.
Khin Maung Win, guardia notturna della riserva di uccelli di Moeyingyi, 70 chilometri
a nord da Yangon, si è pentito di aver accettato questo lavoro. Adesso con l’arrivo
dell’inverno e degli uccelli migratori, che a Moeyingyi vanno in cerca di cibo,
pensa di essere più esposto al rischio di contagio. Dice quindi preoccupato: “E’
pericoloso mangiare pollo perché si potrebbe prendere l’influenza aviaria. Vedo
molti volatili, ma non li tocco”. E’ chiaro che Win è confuso. Non sa che il virus
non resiste nelle carni cotte ad almeno 70 gradi centigradi. Probabilmente perché
la campagna di informazione su questa malattia è stata promossa assai in ritardo
dalla giunta militare che guida il Myanmar e lo chiude da decenni al resto del
mondo, in una sorta di Medio Evo.
I dittatori birmani assicurano che l’influenza aviaria non è mai comparsa in
Myanmar, nonostante confini con Cina e Thailandia dove finora sono stati segnalati
rispettivamente 5 e 22 casi di infezione umana. I vari ministri dell’agricoltura,
dell’allevamento e della pesca dicono di stare tranquilli. Secondo loro i Paesi
asiatici colpiti dal virus “sono lontani e ci sono alte montagne a proteggere
il territorio birmano”. In chi vive vicino a Moeyingyi, tuttavia, la preoccupazione
cresce: “Gli uccelli migratori arriveranno il mese prossimo. Alcuni potrebbero
giungere dalla Cina o da altri paesi, diffondendo la malattia”, dichiara Aung,
un falegname di 63 anni intento a lucidare una barca di legno nella riserva. L’uomo
continua a mangiare pollo, ma non le parti più a rischio, come le interiora che
in Myanmar sono considerate una prelibatezza.

Motivi di preoccupazione ci sono non solo per la popolazione, ma anche a parere
di alcuni esperti, secondo i quali il sistema sanitario birmano è così debole
e inefficiente da non essere in grado di individuare, monitorare ed eventualmente
affrontare la malattia.
Nell’ex Birmania in pochissimi hanno accesso a cure mediche e ricoveri ospedalieri.
I malati delle campagne compiono lunghi viaggi per raggiungere gli ospedali in
città dove, pur essendo poverissimi, devono pagare prestazioni mediche, medicinali,
vitto e alloggio. Così si spiega un’età media di 55 anni e una mortalità infantile
di 80 per mille nati (in Italia 6 per mille).
Per l’influenza aviaria, un aiuto viene solo dall’Organizzazione mondiale della
sanità (Oms) e da quella per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), che stanno
monitorando la situazione.
Dal 2003 a oggi l’H5N1 ha ucciso almeno 70 persone, tutte nel continente asiatico.
L’ultimo decesso registrato è stato quello di un indonesiano morto il mese scorso
nei pressi di Giacarta, dopo essere venuto a contatto con del pollame. La nona
vittima nel grande arcipelago. Il 7 dicembre, poi, è morto un bambino tailandese
di cinque anni che aveva sviluppato i sintomi dell’influenza aviaria due settimane
prima. Il contagio può avvenire se si viene a stretto contatto con animali malati,
in particolare attraverso il sangue e gli escrementi. Ma si continua a temere
che il virus possa mutare in modo da essere trasmesso da uomo a uomo e da causare
una pandemia.