17/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



In uno dei regimi più chiusi al mondo, la paura dell'influenza aviaria
  Moeyingyi
In Myanmar, la Birmania di un tempo, le notizie che circolano sull’influenza aviaria sono poche e non rassicurano i suoi abitanti, in gran parte contadini che vivono a contatto di pollame e altri volatili. Lo dimostrano alcune testimonianze raccolte dall’agenzia France Presse nel Paese asiatico, dove comunque il virus H5N1 non è mai stato registrato: tutto sembra essere avvolto da paura e mistero qui, dove la giunta militare filtra ogni informazione interna o esterna attraverso uno dei sistemi di propaganda più potenti d'Asia.
 
Khin Maung Win, guardia notturna della riserva di uccelli di Moeyingyi, 70 chilometri a nord da Yangon, si è pentito di aver accettato questo lavoro. Adesso con l’arrivo dell’inverno e degli uccelli migratori, che a Moeyingyi vanno in cerca di cibo, pensa di essere più esposto al rischio di contagio. Dice quindi preoccupato: “E’ pericoloso mangiare pollo perché si potrebbe prendere l’influenza aviaria. Vedo molti volatili, ma non li tocco”. E’ chiaro che Win è confuso. Non sa che il virus non resiste nelle carni cotte ad almeno 70 gradi centigradi. Probabilmente perché la campagna di informazione su questa malattia è stata promossa assai in ritardo dalla giunta militare che guida il Myanmar e lo chiude da decenni al resto del mondo, in una sorta di Medio Evo.
 
I dittatori birmani assicurano che l’influenza aviaria non è mai comparsa in Myanmar, nonostante confini con Cina e Thailandia dove finora sono stati segnalati rispettivamente 5 e 22 casi di infezione umana. I vari ministri dell’agricoltura, dell’allevamento e della pesca dicono di stare tranquilli. Secondo loro i Paesi asiatici colpiti dal virus “sono lontani e ci sono alte montagne a proteggere il territorio birmano”. In chi vive vicino a Moeyingyi, tuttavia, la preoccupazione cresce: “Gli uccelli migratori arriveranno il mese prossimo. Alcuni potrebbero giungere dalla Cina o da altri paesi, diffondendo la malattia”, dichiara Aung, un falegname di 63 anni intento a lucidare una barca di legno nella riserva. L’uomo continua a mangiare pollo, ma non le parti più a rischio, come le interiora che in Myanmar sono considerate una prelibatezza.
 
Contadina birmanaMotivi di preoccupazione ci sono non solo per la popolazione, ma anche a parere di alcuni esperti, secondo i quali il sistema sanitario birmano è così debole e inefficiente da non essere in grado di individuare, monitorare ed eventualmente affrontare la malattia.
Nell’ex Birmania in pochissimi hanno accesso a cure mediche e ricoveri ospedalieri. I malati delle campagne compiono lunghi viaggi per raggiungere gli ospedali in città dove, pur essendo poverissimi, devono pagare prestazioni mediche, medicinali, vitto e alloggio. Così si spiega un’età media di 55 anni e una mortalità infantile di 80 per mille nati (in Italia 6 per mille).
Per l’influenza aviaria, un aiuto viene solo dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e da quella per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), che stanno monitorando la situazione.
 
Dal 2003 a oggi l’H5N1 ha ucciso almeno 70 persone, tutte nel continente asiatico. L’ultimo decesso registrato è stato quello di un indonesiano morto il mese scorso nei pressi di Giacarta, dopo essere venuto a contatto con del pollame. La nona vittima nel grande arcipelago. Il 7 dicembre, poi, è morto un bambino tailandese di cinque anni che aveva sviluppato i sintomi dell’influenza aviaria due settimane prima. Il contagio può avvenire se si viene a stretto contatto con animali malati, in particolare attraverso il sangue e gli escrementi. Ma si continua a temere che il virus possa mutare in modo da essere trasmesso da uomo a uomo e da causare una pandemia.
 
 
 

Francesca Lancini

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