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Sono passati due mesi da quando, il 13 ottobre, centinaia di giovani militanti
islamici della repubblica russa della Cabardino-Balcaria ne hanno assaltato la
capitale Nalchik, scontrandosi con le forze speciali dell’armata russa. Quel giorno
di guerra in uno dei pochi angoli del Caucaso che erano ancora considerati immuni
dal ‘contagio ceceno’, si è concluso con la morte di 139 persone: una novantina
di militanti e una cinquantina di civili. Più un numero imprecisato di soldati
russi.
Da Guantanamo alle prigioni russe. Aleksandra Zernova era l’avvocato difensore di Rasul Kudayev, uno dei tanti giovani
di Nalchik arrestato con l’accusa di aver preso parte all’attacco del 13 ottobre.
Ma a differenza degli altri, Rasul ha una storia molto particolare, dato che è
uno degli otto ex prigionieri russi di Guantanamo, catturato in Afghanistan dagli
americani e rilasciato nel maggio 2004 perché considerato innocente. Nonostante
questo, una volta tornato in patria Rasul ha avuto vita dura. E’ stato rinchiuso
per mesi nel carcere di Pyatigorsk, nella Russia meridionale, e quando ne è uscito
la Procura Generale Russa gli ha promesso che si sarebbero rivisti presto. E così
è stato. Rasul è stato perseguitato dalla polizia, che più di una volta lo ha
arrestato senza motivo. Suo fratello Arsen ricorda che una sera agenti con passamontagna
lo hanno preso, lo hanno pestato davanti a casa e poi lo hanno caricato a bordo
di un’auto senza targa. L’ultimo arresto è avvenuto il 23 ottobre, dieci giorni
dopo l’attacco di Nalchik. Nel tentativo di farlo confessare di essere uno degli
organizzatori dell’assalto, la polizia lo ha picchiato e torturato senza pietà,
rompendogli una gamba e sfigurandogli il volto. Quando il suo avvocato, la Zernova,
lo ha rivisto, non riusciva nemmeno a riconoscerlo. Lo ha fotografato: il confronto
con il suo volto normale è impressionante.
Le foto degli orrori. “La madre di Rasul – racconta Aleksandra Zernova – era preoccupata per la salute
del figlio in carcere. Quando ha chiesto sue notizie, il dottore della prigione
le ha detto che Rasul stava bene e che nessuno gli stava facendo del male. Queste
foto dimostrano che le autorità mentivano”.
Violenza genera violenza. Secondo il ministero degli Interni della Repubblica di Cabardino-Balcaria – che
continua a respingere seccamente le accuse di tortura anche davanti all’evidenza
delle fotografie – sono 59 le persone detenute per sospetto coinvolgimento nell’attacco
del 13 ottobre. Ma la popolazione locale sostiene che sono centinaia e centinaia
i ragazzi prelevati dalla polizia. Molti di loro non hanno nulla a che fare con
quell’attacco, ma un giorno, se usciranno vivi dalle prigioni di Nalchik, non
penseranno ad altro che vendicare le violenze, le torture e i soprusi che oggi
stanno subendo dal governo. Esattamente com’è accaduto per le decine di giovani
che due mesi fa, manipolati da sobillatori probabilmente legati alla guerriglia
islamica cecena, hanno deciso di imbracciare le armi per vendicare la persecuzione
anti-musulmana che le autorità locali, su impulso del Cremlino, hanno da tempo
scatenato in questa piccola e povera repubblica. Enrico Piovesana