14/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Sette democratici scrivono a Bush: "Sul numero di feriti Usa in Iraq menti"
Un soldato americano ferito viene trasportato in ospedaleI numeri della guerra in Iraq continuano a far discutere. Mentre il presidente statunitense George W. Bush ha per la prima volta stimato il numero di morti iracheni in circa 30mila unità, negli Usa è sotto accusa il metodo usato dal dipartimento alla Difesa per contare le vittime americane. La settimana scorsa un gruppo di sette rappresentanti democratici al Congresso ha scritto una lettera alla Casa Bianca accusando il Pentagono di sottostimare il numero di feriti tra le truppe dispiegate in Iraq e Afghanistan: “Temiamo che le cifre pubblicate dalla sua amministrazione non rappresentino in modo accurato il vero costo che questa guerra sta avendo sul popolo americano”, hanno scritto i sette deputati.
 
I numeri ufficiali. Secondo le cifre fornite dal Pentagono, in Iraq e in Afghanistan finora hanno perso la vita 2.402 soldati americani (il 90 per cento di questi in Iraq), mentre circa 16mila militari sono rimasti feriti. I firmatari della lettera sostengono però che i rapporti del Pentagono comprendono solo le ferite più evidenti subite in azione, come quelle procurate da armi da fuoco od ordigni esplosivi. Dai numeri ufficiali sarebbe esclusa tutta una serie di casi di malattie, traumi psicologici e psichiatrici, infermità meno evidenti. “Contare solamente le vittime di proiettili e bombe non rappresenta il quadro completo delle vite americane colpite dalla guerra”, accusano i democratici.
 
Un ferito americano in IraqCifre discordanti. Il metodo non è stato inventato dall’amministrazione Bush. Anche i rapporti della guerra del Vietnam escludono gli infortuni subiti non in combattimento. Una conferma della discrezionalità dei numeri ufficiali viene comunque dai rapporti del Comando logistico militare, che mostrano come al momento oltre 25mila uomini siano stati evacuati dall’Iraq e dall’Afghanistan per ferite o malattie non causate direttamente dal nemico. Inoltre, secondo un rapporto del dipartimento per i Veterani dello scorso ottobre, circa 120mila uomini che hanno prestato in servizio in Iraq e in Afghanistan stanno ricevendo cure sanitarie dallo Stato. Anche tenendo conto che una parte di questi casi riguardano problemi di salute non legati alla guerra, rimangono i circa 37mila militari con problemi mentali di vario grado, compresi i 16mila a cui è stato diagnosticato il Ptsd, il “disturbo post-traumatico da stress”. “Quello di cui siamo certi – conclude la lettera dei democratici – è che almeno decine di migliaia di giovani uomini e donne hanno subito danni fisici o psicologici che segneranno la loro vita”.
 
Feriti, ma non per il Pentagono. Mark Benjamin, un giornalista che si reca spesso all’ospedale militare Walter Reed, conferma che qualcosa nei numeri non quadra. “Nelle ultime settimane – ha scritto in un recente articolo – ho trascorso un po’ di tempo con due soldati che hanno servito in Iraq. Uno di loro è stato investito da un camion: si è fratturato una vertebra e la violenza dell’impatto gli ha provocato una lesione cerebrale dalla quale non si è ancora ripreso. Ha seri problemi di memoria, a volte non ricorda quello che è successo solo cinque minuti prima. L’altro soldato ha subito anche lui un grave trauma cerebrale quando il suo veicolo è finito in una buca profonda oltre due metri. Ora biascica le parole come un ubriaco e cammina con un bastone perché altrimenti barcollerebbe. Dato il modo in cui il Pentagono conta i feriti, questi due uomini non rientrano nella casistica”.
 
Il presidente statunitense George W. Bush e il segretario alla Difesa, Donald RumsfeldI veterani. Michael McPhearson, direttore del gruppo Veterans for Peace, non è completamente sorpreso dalla lettera a Bush. “Che l’attuale amministrazione stia facendo di tutto per nascondere il vero costo della guerra agli americani è assodato: gli aerei che trasportano i caduti atterrano nelle basi militari di notte, le fotografie delle loro bare sono vietate. Molti sospettano che se un soldato viene ferito in Iraq e poi muore in un ospedale militare americano in Europa, non viene contato tra i caduti. Sottostimare il numero dei feriti è solo un’estensione di questa politica”, dice McPhearson. “E anche se questa pratica risale alle guerre precedenti, è anche vero che il presidente è il comandante in capo. Lui decide cosa fare, il Pentagono esegue”, aggiunge. “La chiave sta proprio in quel divario tra i 16mila feriti e i 25mila evacuati”, spiega Charles Sheehan-Miles, direttore dell’associazione Veterans for Common Sense. “Sarebbe da considerare ferito chiunque non sia più in grado di prendere parte a una missione, ma il Pentagono sembra avere un’opinione diversa”. 
 
La lettera originale

Alessandro Ursic

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