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I numeri della guerra in Iraq continuano a far discutere. Mentre il presidente
statunitense George W. Bush ha per la prima volta stimato il numero di morti iracheni
in circa 30mila unità, negli Usa è sotto accusa il metodo usato dal dipartimento
alla Difesa per contare le vittime americane. La settimana scorsa un gruppo di
sette rappresentanti democratici al Congresso ha scritto una lettera alla Casa Bianca accusando il Pentagono di sottostimare il numero di feriti tra
le truppe dispiegate in Iraq e Afghanistan: “Temiamo che le cifre pubblicate dalla
sua amministrazione non rappresentino in modo accurato il vero costo che questa
guerra sta avendo sul popolo americano”, hanno scritto i sette deputati.
Cifre discordanti. Il metodo non è stato inventato dall’amministrazione Bush. Anche i rapporti
della guerra del Vietnam escludono gli infortuni subiti non in combattimento.
Una conferma della discrezionalità dei numeri ufficiali viene comunque dai rapporti
del Comando logistico militare, che mostrano come al momento oltre 25mila uomini
siano stati evacuati dall’Iraq e dall’Afghanistan per ferite o malattie non causate
direttamente dal nemico. Inoltre, secondo un rapporto del dipartimento per i Veterani
dello scorso ottobre, circa 120mila uomini che hanno prestato in servizio in Iraq
e in Afghanistan stanno ricevendo cure sanitarie dallo Stato. Anche tenendo conto
che una parte di questi casi riguardano problemi di salute non legati alla guerra,
rimangono i circa 37mila militari con problemi mentali di vario grado, compresi
i 16mila a cui è stato diagnosticato il Ptsd, il “disturbo post-traumatico da
stress”. “Quello di cui siamo certi – conclude la lettera dei democratici – è
che almeno decine di migliaia di giovani uomini e donne hanno subito danni fisici
o psicologici che segneranno la loro vita”.
I veterani. Michael McPhearson, direttore del gruppo Veterans for Peace, non è completamente sorpreso dalla lettera a Bush. “Che l’attuale amministrazione
stia facendo di tutto per nascondere il vero costo della guerra agli americani
è assodato: gli aerei che trasportano i caduti atterrano nelle basi militari di
notte, le fotografie delle loro bare sono vietate. Molti sospettano che se un
soldato viene ferito in Iraq e poi muore in un ospedale militare americano in
Europa, non viene contato tra i caduti. Sottostimare il numero dei feriti è solo
un’estensione di questa politica”, dice McPhearson. “E anche se questa pratica
risale alle guerre precedenti, è anche vero che il presidente è il comandante
in capo. Lui decide cosa fare, il Pentagono esegue”, aggiunge. “La chiave sta
proprio in quel divario tra i 16mila feriti e i 25mila evacuati”, spiega Charles
Sheehan-Miles, direttore dell’associazione Veterans for Common Sense. “Sarebbe da considerare ferito chiunque non sia più in grado di prendere parte
a una missione, ma il Pentagono sembra avere un’opinione diversa”. Alessandro Ursic