Sono 5.425 i rapiti. E un quotidiano apre una rubrica che dà voce ai familiari

“Questo è un dolore
troppo grande. Liberateli subito”. Rosy de Hintze, moglie di Lotard, un
cittadino tedesco sequestrato dalle Farc, in Colombia, cinque anni fa, non ha
più lacrime, ma non si perde d’animo. Convinta a non mollare, insiste negli
appelli affinché i guerriglieri delle forze armate rilascino suo marito. Una
vita d’attesa la sua, che la accomuna a quella di altre 5.425 famiglie, tutte
quante piegate dall’incertezza. È questo infatti il numero ufficiale dei
sequestrati, i cui nomi e cognomi compaiono in un’ordinata lista stilata dalla
Fondazione colombiana Nueva Esperanza. Un lungo elenco di uomini e donne
spariti per mano degli svariati gruppi che si contendono il territorio
colombiano. Secondo le statistiche circa un migliaio sono in mano alle Farc,
cinquecento ai paramilitari delle Autodifese Unite, duemila sarebbero tenuti in
manette da bande non meglio identificate, e il resto suddivisi tra Esercito di
liberazione nazionale e criminali comuni.
“Ditemi almeno come sta”,
chiede speranzoso Juan Manuel, un bambino di sei anni che non vede suo padre,
Julio Cesar Ríos, dal febbraio 2002, quando un gruppo di uomini armati lo
prelevarono da una proprietà nel Guarne, nell’Antioquia dell’est, lo stato che
detiene il più triste dei record: il 21 per cento dei rapimenti sono avvenuti
all’interno dei suoi confini.
In eterna pausa. Sono 5.425 i sequestrati,
dunque, gente inghiottita dalla selva, di cui nessuno parla più. Non
fanno più
notizia; nessuno se ne cura. È gente prelevata per ottenere copiosi
riscatti, oppure tenuta in ostaggio per proficui scambi alla pari. I
prigionieri fatti dalla guerriglia per esempio sono sempre catturati
solo per
fungere da merce di scambio: un tot di civili in cambio di un tot di
guerriglieri presi dall’esercito. Scambi umanitari, li chiamano le
Farc.
Trattative impossibili, le definisce il governo Uribe, che infatti non
se ne
occupa. Fino a oggi, mai ha fatto qualcosa di concreto per loro. Ha
sempre
traccheggiato, fingendo di riflettere sulle varie proposte delle Forze
armate
rivoluzionarie, senza però mai mostrare una seria intenzione al
dialogo.
E intanto, il tempo
passa. E questa gente non vive più: sopravvive sospesa dalla propria vita.
Senza tregua. Gli unici a muoversi
concretamente affinché siano liberati sono gli amici, i familiari, voci isolate
ma instancabili, che non smettono di gridare. E di chiedere giustizia,
clemenza, apertura. Per il resto del Paese, invece, queste 5.425 persone sono
vittime come tanti, in un conflitto senza fine, che ogni giorno minaccia ogni
singolo colombiano, tenendolo in scacco. Se non fosse per qualche rapito
eccellente, come la franco-colombiana Ingrid Betancourt, la cui famiglia da
quel lontano 23 febbraio 2002, giorno in cui fu rapita, sta smuovendo mari e
monti, i sequestrati colombiani sarebbero addirittura persi nell’oblio. Almeno
per le istituzioni e per i media, nazionali e internazionali. Proprio come lo
sono da sempre le migliaia di morti ammazzati ogni anno, le centinaia di
minacciati ogni mese, le decine di perseguitati ogni giorno.
Ojalá. Ma in questo Natale,
tutte le famiglie costrette a vivere nella buia incertezza hanno almeno la
possibilità di arrivare a parlare ai loro cari nascosti chissà dove.
El
Colombiano, il quotidiano di Medellín, ha aperto uno spazio esclusivo dedicato
ai messaggi per i sequestrati, “un alito di speranza nella loro prigionia”. La
rubrica si chiama “Libertà, un grido di fede” ed è disponibile sia sul cartaceo
sia nella versione on-line, dove ogni giorno tanta gente sta esprimendo parole
di speranza a supporto dei messaggi lasciati direttamente dai familiari. “Un
saluto amico e speranzoso per voi tutti. Che Dio vi dia la forza necessaria per
non arrendervi. Ovunque voi siate, Buon Natale. Forza!”, scrive Amparo, da
Bogotá. “Il cammino è duro ma voi siete più forti. Forza, che presto uscirete
da tutto questo. Non vi stancate di lottare. Che Dio vi protegga e vidia la
forza”, ribatte Diana Cristina Cardona, da Medellín. E dagli Stati Uniti, New
Jersey,
Luis precisa: “Un saluto molto
speciale per tutti per favore non perdete la fede che Dio è grande e potente
e molto presto sarete liberi”.
Per non scordare. Ma è vita
dura. “Mi sto sforzando per arrivare al giorno in cui ci libereranno – scriveva
Elkin Henrandez Rivas, un tenente sequestrato sette anni fa, nella sua ultima
lettera inviata alla madre Magdalena, due anni or sono – Voglio che tu rimanga
lì e ti senta orgogliosa di tuo figlio. Non devi soffrire per me, pensando a
tutto quello che mi potrà capitare, perché un giorno, quando saremo liberi, so
che rideremo di tutto questo. Rideremo”. E Magdalena aspetta fiduciosa. Ma non è sempre facile. Come racconta Gustavo
Mocayo, il padre di Pablo Emilio, preso il 21 dicembre del 97. “Sono quasi otto
anni ormai che viviamo senza mio figlio e da allora nella mia famiglia è
sparita l’allegria. Tutto è tristezza. Nei nostri cuori non ci sono più
lacrime, si sono seccate. I nostri figli si stanno imputridendo nella selva […]
ma il governo li ha dimentic ati. Per favore non fatelo. Non scordatevi di
loro”.
Un imperativo. Come racconta Olga Lucía Gomez, direttrice della
fondazione Pais Libre, il sequestro non è semplicemente un delitto isolato nel
tempo: “Tutto il contrario. È un problema continuo che diventa ogni giorno più
difficile. È serio. Grave. Per questo riteniamo importante ricordare sempre
tutti coloro che stanno soffrendo questo delitto”. E in Colombia, primo paese
al mondo in sequestri, ricordare diventa
non solo un imperativo, ma una vera e propria emergenza umanitaria, l’ennesima.