14/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Sono 5.425 i rapiti. E un quotidiano apre una rubrica che dà voce ai familiari
Ingrid Betancourt nel manifesto: Libertà! per tutti i sequestrati“Questo è un dolore troppo grande. Liberateli subito”. Rosy de Hintze, moglie di Lotard, un cittadino tedesco sequestrato dalle Farc, in Colombia, cinque anni fa, non ha più lacrime, ma non si perde d’animo. Convinta a non mollare, insiste negli appelli affinché i guerriglieri delle forze armate rilascino suo marito. Una vita d’attesa la sua, che la accomuna a quella di altre 5.425 famiglie, tutte quante piegate dall’incertezza. È questo infatti il numero ufficiale dei sequestrati, i cui nomi e cognomi compaiono in un’ordinata lista stilata dalla Fondazione colombiana Nueva Esperanza. Un lungo elenco di uomini e donne spariti per mano degli svariati gruppi che si contendono il territorio colombiano. Secondo le statistiche circa un migliaio sono in mano alle Farc, cinquecento ai paramilitari delle Autodifese Unite, duemila sarebbero tenuti in manette da bande non meglio identificate, e il resto suddivisi tra Esercito di liberazione nazionale e criminali comuni.
“Ditemi almeno come sta”, chiede speranzoso Juan Manuel, un bambino di sei anni che non vede suo padre, Julio Cesar Ríos, dal febbraio 2002, quando un gruppo di uomini armati lo prelevarono da una proprietà nel Guarne, nell’Antioquia dell’est, lo stato che detiene il più triste dei record: il 21 per cento dei rapimenti sono avvenuti all’interno dei suoi confini. 
 
In eterna pausa. Sono 5.425 i sequestrati, dunque, gente inghiottita dalla selva, di cui nessuno parla più. Non fanno più notizia; nessuno se ne cura. È gente prelevata per ottenere copiosi riscatti, oppure tenuta in ostaggio per proficui scambi alla pari. I prigionieri fatti dalla guerriglia per esempio sono sempre catturati solo per fungere da merce di scambio: un tot di civili in cambio di un tot di guerriglieri presi dall’esercito. Scambi umanitari, li chiamano le Farc. Trattative impossibili, le definisce il governo Uribe, che infatti non se ne occupa. Fino a oggi, mai ha fatto qualcosa di concreto per loro. Ha sempre traccheggiato, fingendo di riflettere sulle varie proposte delle Forze armate rivoluzionarie, senza però mai mostrare una seria intenzione al dialogo.
E intanto, il tempo passa. E questa gente non vive più: sopravvive sospesa dalla propria vita.
 
Mamma in lacrime abbraccia il figlio. Sullo sfondo militari in mimeticaSenza tregua. Gli unici a muoversi concretamente affinché siano liberati sono gli amici, i familiari, voci isolate ma instancabili, che non smettono di gridare. E di chiedere giustizia, clemenza, apertura. Per il resto del Paese, invece, queste 5.425 persone sono vittime come tanti, in un conflitto senza fine, che ogni giorno minaccia ogni singolo colombiano, tenendolo in scacco. Se non fosse per qualche rapito eccellente, come la franco-colombiana Ingrid Betancourt, la cui famiglia da quel lontano 23 febbraio 2002, giorno in cui fu rapita, sta smuovendo mari e monti, i sequestrati colombiani sarebbero addirittura persi nell’oblio. Almeno per le istituzioni e per i media, nazionali e internazionali. Proprio come lo sono da sempre le migliaia di morti ammazzati ogni anno, le centinaia di minacciati ogni mese, le decine di perseguitati ogni giorno.
 
Ojalá. Ma in questo Natale, tutte le famiglie costrette a vivere nella buia incertezza hanno almeno la possibilità di arrivare a parlare ai loro cari nascosti chissà dove. El Colombiano, il quotidiano di Medellín, ha aperto uno spazio esclusivo dedicato ai messaggi per i sequestrati, “un alito di speranza nella loro prigionia”. La rubrica si chiama “Libertà, un grido di fede” ed è disponibile sia sul cartaceo sia nella versione on-line, dove ogni giorno tanta gente sta esprimendo parole di speranza a supporto dei messaggi lasciati direttamente dai familiari. “Un saluto amico e speranzoso per voi tutti. Che Dio vi dia la forza necessaria per non arrendervi. Ovunque voi siate, Buon Natale. Forza!”, scrive Amparo, da Bogotá. “Il cammino è duro ma voi siete più forti. Forza, che presto uscirete da tutto questo. Non vi stancate di lottare. Che Dio vi protegga e  vidia la forza”, ribatte Diana Cristina Cardona, da Medellín. E dagli Stati Uniti, New Jersey, Luis precisa: “Un saluto molto speciale per tutti per favore non perdete la fede che Dio è grande e potente e molto presto sarete liberi”.
 
Per non scordare. Ma è vita dura. “Mi sto sforzando per arrivare al giorno in cui ci libereranno – scriveva Elkin Henrandez Rivas, un tenente sequestrato sette anni fa, nella sua ultima lettera inviata alla madre Magdalena, due anni or sono – Voglio che tu rimanga lì e ti senta orgogliosa di tuo figlio. Non devi soffrire per me, pensando a tutto quello che mi potrà capitare, perché un giorno, quando saremo liberi, so che rideremo di tutto questo. Rideremo”. E Magdalena  aspetta fiduciosa. Ma non è sempre facile. Come racconta Gustavo Mocayo, il padre di Pablo Emilio, preso il 21 dicembre del 97. “Sono quasi otto anni ormai che viviamo senza mio figlio e da allora nella mia famiglia è sparita l’allegria. Tutto è tristezza. Nei nostri cuori non ci sono più lacrime, si sono seccate. I nostri figli si stanno imputridendo nella selva […] ma il governo li ha dimentic ati. Per favore non fatelo. Non scordatevi di loro”.
 
Ingrid Betancourt nel video mandato in onda dai sequestratoriUn imperativo. Come racconta Olga Lucía Gomez, direttrice della fondazione Pais Libre, il sequestro non è semplicemente un delitto isolato nel tempo: “Tutto il contrario. È un problema continuo che diventa ogni giorno più difficile. È serio. Grave. Per questo riteniamo importante ricordare sempre tutti coloro che stanno soffrendo questo delitto”. E in Colombia, primo paese al mondo in sequestri, ricordare diventa non solo un imperativo, ma una vera e propria emergenza umanitaria, l’ennesima. 

Stella Spinelli

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