14/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il presidente all’attacco, sequestrati i passaporti ai critici del regime
Trevor Ncube all'arrivo nell'aeroporto di BulawayoRobert Mugabe torna all’attacco. Non contento del trionfo ottenuto alle ultime elezioni di novembre il presidente dello Zimbabwe, spalleggiato dal suo partito, ha fatto passare una legge che autorizza la polizia a sequestrare i passaporti dei critici del regime. Nella lista delle 64 persone “non allineate” figurano oppositori politici, giornalisti e editori di testate indipendenti, che saranno impossibilitati a lasciare il paese fino a nuovo ordine. Un giro di vite che riduce ancora di più i margini di manovra di un’opposizione ormai allo sbando.
 
Passaporti selettivi. Le prime due vittime della nuova legge sui passaporti sono stati Trevor Ncube, editore dei quotidiani Standard e South African Mail & Guardian, e Themba Nyathi, membro della coalizione di opposizione del Mdc (Movement for Democratic Change). Entrambi, di ritorno da due viaggi all’estero, sono stati fermati dalla polizia all’aeroporto e si sono visti sequestrare il passaporto. Anche se non verranno arrestati, saranno comunque impossibilitati a viaggiare all’estero. Un’ottima mossa per il partito di governo, lo Zanu-Pf (Zimbabwe African National Union - Patriotic Front), che ha praticamente ridotto al silenzio l’opposizione in patria e ha sempre visto con fastidio i viaggi all’estero degli esponenti del Mdc, anche per lo scarso credito di cui gode il presidente Mugabe in alcuni paesi, soprattutto occidentali.
 
Il presidente Robert MugabeOpposizione allo sbando. Il provvedimento è invece un brutto colpo per il Mdc, che proprio all’estero attraverso campagne di informazione e denunce ha sempre raccolto più che in patria, dove i suoi margini di manovra sono sempre stati stretti. Dal 1999, anno della sua formazione, la coalizione è riuscita solamente a bloccare un referendum costituzionale voluto da Mugabe, andando incontro a sconfitte sempre più pesanti alle elezioni presidenziali e politiche. La recente spaccatura in occasione delle elezioni per il Senato, boicottate dalla maggioranza del Mdc (ma vi ha partecipato un gruppo di “frondisti” che ha ottenuto 6 seggi su 60), ha messo ulteriormente in crisi una formazione già in difficoltà. I politici “ribelli” sono anche arrivati a appellarsi all’Alta Corte per far rimuovere Morgan Tsvangirai dalla carica di presidente del movimento, una mossa che ha ancor più indebolito la credibilità del Mdc. I brogli elettorali e le intimidazioni portate avanti dai fedelissimi di Mugabe hanno fatto il resto.
 
Un Paese in ginocchio. Paradossalmente il Mdc continua a perdere colpi nonostante i pessimi risultati ottenuti dalle politiche presidenziali soprattutto in campo economico: dopo la confisca delle terre ai farmers bianchi la produzione agricola è crollata, trasformando un Paese che un tempo era il granaio dell’Africa in un importatore di cereali, dove milioni di persone ogni anno dipendono dagli aiuti umanitari per non morire di fame. A ciò si aggiunge l’inflazione galoppante che, arrivata a novembre al 500 percento, polverizza i risparmi della popolazione. Secondo i dati ufficiali la crescita dell’inflazione sarebbe imputabile alla ricerca di nuove case a cui sono stati costretti i circa 700mila abitanti degli slums distrutti in estate, durante l’operazione Murambatsvina (“ripulisci la spazzatura”). Mugabe però continua a sostenere che le difficili condizioni economiche sono causate dal boicottaggio e dalle sanzioni imposte dalla comunità internazionale dietro pressione dell’opposizione locale. Le recenti aperture del presidente, che ha preso in considerazione l’offerta di assistenza ai senzatetto fatta dall’inviato Onu Jan Egenland, sono l’unica buona notizia per gli abitanti dello Zimbabwe. 

Matteo Fagotto

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