13/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Human Rights Watch accusa il governo sudanese per i crimini in Darfur. A ragione?
Alla vigilia della riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu previsto per oggi un fulmine ha colpito il Palazzo di Vetro di New York. In un rapporto reso pubblico domenica scorsa infatti l’organizzazione Human Rights Watch ha accusato apertamente il governo sudanese di aver approntato un metodo per l’occupazione e lo sfruttamento sistematico delle risorse nel Darfur, dove da due anni i gruppi ribelli locali combattono contro le milizie Janjaweed. Ma il maggiore elemento di novità sta nella “lista dei cattivi” pubblicata da Hrw, nella quale trovano posto anche il presidente sudanese Omar el Bashir e il vice Ali Osman Taha.
 
Accuse dirette. Non è la prima volta che il governo sudanese è accusato di essere responsabile dei crimini commessi in Darfur. In particolare Khartoum è sospettata di aver sostenuto attraverso raid aerei le offensive delle milizie Janjaweed contro la popolazione darfurina, ma è la prima volta che qualcuno accusa apertamente i vertici politici e militari sudanesi chiamandoli per nome. Le autorità di Khartoum hanno reagito subito definendo il rapporto di Hrw “ridicolo” e “altamente politicizzato”, contestando anche il fatto che Hrw abbia potuto condurre interviste in territorio sudanese, visto che non avrebbe personale nel paese. Il rapporto potrebbe comunque essere utilizzato dalla Corte Penale Internazionale per le sue indagini, visto che il procuratore Luis Moreno Ocampo, al momento in Argentina, finora si è limitato a un lavoro di scrivania senza recarsi in Sudan a raccogliere prove concrete.
 
Metodi insufficienti. Il rapporto di Hrw aggiunge altri elementi alle pesanti accuse lanciate alle autorità sudanesi dallo scoppio del confitto. In particolare l’organizzazione americana sottolinea a ragione come le indagini condotte dalla stessa Khartoum sulle responsabilità della guerra in Darfur non abbiano portato all’incriminazione di nessun alto ufficiale dell’esercito o delle milizie Janjaweed, segno che le indagini non sarebbero state condotte con il necessario zelo. Il problema è che la stessa cosa si può dire delle investigazioni della Cpi, condotte finora esclusivamente dall’estero. Un metodo insufficiente anche perché le accuse in ballo (crimini contro l’umanità e genocidio) giustificherebbero ben altro approccio al problema.
 
Una strana guerra. La sensazione è che attorno al Darfur si combatta da due anni una parallela guerra mediatica, che non favorisce di certo la comprensione della verità. PeaceReporter ha contattato in Sudan un operatore umanitario, la cui identità verrà tenuta segreta per ragioni di sicurezza, che condivide questo punto di vista: “Nei colloqui con il personale umanitario di ritorno dal Darfur nessuno mi ha mai parlato di genocidio. Il problema è che, da quando nella regione è stato scoperto il petrolio, un conflitto tra popolazioni nomadi e stanziali per il possesso delle terre è stato strumentalizzato, per gli interessi delle varie compagnie e degli stati che le sostengono. Non si spiega altrimenti l’attenzione che questo conflitto ha suscitato: nel sud del Sudan si è combattuta la più lunga guerra civile del continente, che ha provocato milioni di morti. Ma di quella nessuno ha mai parlato”. In effetti la guerra del Darfur può vantare due primati singolari: è il conflitto africano maggiormente seguito dai media di tutto il mondo, senza però che se ne sappia molto. Da una parte e dall’altra si susseguono accuse di genocidio e di strumentalizzazione, ma senza che vengano mai portate prove concrete e incontrovertibili a sostegno di una delle due tesi. A oggi l’unico dato certo è che a pagare le conseguenze di questa strana guerra, come sempre, sono i civili inermi. 

Matteo Fagotto

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