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Alla vigilia della riunione del
Consiglio di Sicurezza dell’Onu previsto per oggi un fulmine ha colpito il
Palazzo di Vetro di New York. In un rapporto reso pubblico domenica scorsa
infatti l’organizzazione Human Rights Watch ha accusato apertamente il governo
sudanese di aver approntato un metodo per l’occupazione e lo sfruttamento
sistematico delle risorse nel Darfur, dove da due anni i gruppi ribelli locali
combattono contro le milizie Janjaweed.
Ma il maggiore elemento di novità sta nella “lista dei cattivi” pubblicata da
Hrw, nella quale trovano posto anche il
presidente sudanese Omar el Bashir e il vice Ali Osman Taha.
Accuse dirette. Non è la prima volta che il governo sudanese è
accusato di essere responsabile dei crimini commessi in Darfur. In particolare
Khartoum è sospettata di aver sostenuto attraverso raid aerei le offensive
delle milizie Janjaweed contro la
popolazione darfurina, ma è la prima volta che qualcuno accusa apertamente i
vertici politici e militari sudanesi chiamandoli per nome. Le autorità di
Khartoum hanno reagito subito definendo il rapporto di Hrw “ridicolo” e “altamente politicizzato”, contestando anche il
fatto che Hrw abbia potuto condurre
interviste in territorio sudanese, visto che non avrebbe personale nel paese.
Il rapporto potrebbe comunque essere utilizzato dalla Corte Penale
Internazionale per le sue indagini, visto che il procuratore Luis Moreno
Ocampo, al momento in Argentina, finora si è limitato a un lavoro di scrivania
senza recarsi in Sudan a raccogliere prove concrete.
Metodi insufficienti. Il rapporto di Hrw aggiunge altri elementi alle pesanti accuse lanciate alle
autorità sudanesi dallo scoppio del confitto. In particolare l’organizzazione
americana sottolinea a ragione come le indagini condotte dalla stessa Khartoum
sulle responsabilità della guerra in Darfur non abbiano portato
all’incriminazione di nessun alto ufficiale dell’esercito o delle milizie Janjaweed, segno che le indagini non
sarebbero state condotte con il necessario zelo. Il problema è che la stessa
cosa si può dire delle investigazioni della Cpi, condotte finora esclusivamente
dall’estero. Un metodo insufficiente anche perché le accuse in ballo (crimini
contro l’umanità e genocidio) giustificherebbero ben altro approccio al
problema.
Una
strana guerra. La sensazione è che attorno al Darfur si combatta
da due anni una parallela guerra mediatica, che non favorisce di certo la
comprensione della verità. PeaceReporter
ha contattato in Sudan un operatore umanitario, la cui identità verrà tenuta
segreta per ragioni di sicurezza, che condivide questo punto di vista:
“Nei colloqui con il personale umanitario di ritorno dal Darfur nessuno mi ha
mai
parlato di genocidio. Il problema è che, da quando nella regione è stato
scoperto il petrolio, un conflitto tra popolazioni nomadi e stanziali per il
possesso delle terre è stato strumentalizzato, per gli interessi delle varie
compagnie e degli stati che le sostengono. Non si spiega altrimenti
l’attenzione che questo conflitto ha suscitato: nel sud del Sudan si è
combattuta la più lunga guerra civile del continente, che ha provocato milioni
di morti. Ma di quella nessuno ha mai parlato”. In effetti la guerra del Darfur
può vantare due primati singolari: è il conflitto africano maggiormente seguito
dai media di tutto il mondo, senza però che se ne sappia molto. Da una parte e
dall’altra si susseguono accuse di genocidio e di strumentalizzazione, ma senza
che vengano mai portate prove concrete e incontrovertibili a sostegno di una
delle due tesi. A oggi l’unico dato certo è che a pagare le conseguenze di
questa strana guerra, come sempre, sono i civili inermi. Matteo Fagotto