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Ora qualche osservatore dice che era un cancro da tempo in formazione, che prima
o poi doveva esplodere. Ma intanto l’Australia è sotto choc e si interroga sui
motivi che hanno portato ai peggiori scontri razziali, proprio così, della sua
storia. Australiani bianchi contro immigrati arabi alla periferia di Sydney. Terreno
di scontro: la spiaggia dei surfisti di Cronulla, storicamente un “ghetto bianco”,
sempre più frequentato da quelli chiamati con disprezzo “lebs” o “wogs”, i mediorientali stabilitisi negli ultimi decenni nelle grandi città dell’Australia
meridionale. Una lotta per il territorio organizzata dai gruppi di estrema destra
o il sintomo di un malessere più profondo che investe la società australiana?
Il dibattito è aperto e la risposta non è scontata.
Caccia all’arabo. Tutto è cominciato domenica 11 dicembre, quando una folla di persone radunatesi
grazie al tam tam degli sms ha dato vita a una “caccia all’arabo” per vendicarsi
del pestaggio di un bagnino da parte di alcuni immigrati. Mostrando scritte come
“Noi siamo nati qui, voi siete volati qui” e “100 per cento orgoglio australiano”,
circa 5mila giovani, alcuni di loro avvolti da bandiere australiane, hanno attaccato
chiunque avesse sembianze mediorientali, donne comprese. La polizia è intervenuta,
in alcuni casi evitando veri e propri linciaggi, e scontrandosi con gli assalitori:
decine di persone sono rimaste ferite e 16 sono state arrestate. Esponenti di
diversi gruppi di estrema destra sono stati visti distribuire volantini e prendere
parte agli scontri, durati per mezza giornata. Alla sera, la polizia ha intercettato
un sms che rimandava il regolamento di conti finale di una settimana: “Abbiamo
fatto un buon lavoro. Ma i wogs hanno pugnalato uno dei nostri! Gliela faremo vedere domenica prossima”.
Violenza chiama violenza. Il problema è che gli altri non sono rimasti a guardare. Dopo le condanne delle
violenze da parte di polizia, governo e opposizione, ieri sera i wogs hanno deciso di fargliela pagare. Gli sms di chiamata alle armi sono girati
anche tra di loro: “Che tutti gli arabi si uniscano, non cederemo a nessuno. Gli
australiani sentiranno cosa vuol dire la forza dei ‘fratelli arabi in armi’. Diffondete
il messaggio”, diceva uno scoperto dalla polizia. Dopo una giornata di calma,
in almeno 300 si sono radunati nella serata di lunedì all’esterno della più grande
moschea di Sydney, controllati a vista dalla polizia. A piccoli gruppi si sono
poi spostati in auto verso Cronulla, dove una cinquantina di persone si è accanita
contro macchine in sosta e vetrine dei negozi, intimando ai residenti di restare
in casa per il loro bene. Gli agenti hanno arrestato sei persone.
Le reazioni. Il primo ministro John Howard è intervenuto subito sugli scontri di domenica,
le cui immagini hanno turbato l’opinione pubblica australiana. “La violenza della
folla è sempre rivoltante. Attaccare delle persone sulla base della loro razza,
apparenza, etnia è totalmente inaccettabile e dovrebbe essere condannato da tutti
gli australiani”, ha tuonato il premier. Che tuttavia ha negato qualsiasi deriva
razzista del Paese. “Non c’è un razzismo sottostante, ho fiducia nel carattere
dei miei compatrioti”, ha detto Howard. Morris Iemma, premier dello stato del
Nuovo Galles del Sud (dove si trova Sydney) ha dimostrato di non essere così ottimista,
parlando di scontri che hanno rivelato “il brutto volto del razzismo in questo
Paese”. Il capo della polizia ha puntato invece il dito contro i cultori della
“supremazia bianca” che hanno fomentato le rivolte. “Non devono aver posto nella
società australiana di oggi. Questi personaggi sono più della Berlino degli anni
Trenta. Mai prima d’ora, in quarant’anni di carriera, avevo visto una massa di
ubriachi attaccare una donna innocente solo perché capitata lì in mezzo”, ha detto.
Tensioni in crescita. Il paradosso è che l’Australia è una nazione di immigrati e fino a poco tempo fa li ha accolti a braccia aperte.
Secondo l’ultimo censimento, un quarto dei venti milioni di australiani è nata
in un altro Paese. Negli ultimi anni le tensioni tra la comunità araba e i bianchi
australiani si sono però acuite, specie dopo gli attacchi terroristici di Bali
dell’ottobre 2002 (dove morirono 88 australiani). Nel Paese, concentrati in gran
parte a Sydney e Melbourne, vivono circa 300mila musulmani, e il governo Howard
ha assunto una posizione molto dura sull’immigrazione, sostenuto dalla maggioranza
degli australiani. Già in passato a Cronulla erano esplose violenze tra bande
di “surfisti”, ma erano piccolezze rispetto al nuovo fronte che sembra essersi
aperto. “E’ un cancro che non viene curato da dieci anni”, ha scritto Tim Priest,
un ex poliziotto diventato editorialista. “La retorica del governo può fare poco,
e atti di violenza come quelli di domenica si vedranno ancora, in modi che nessuno
di noi poteva immaginare fino ad ora. Per sapere come sarà Sydney in futuro, date
un’occhiata alla Parigi di un mese fa”.
Alessandro Ursic