scritto per noi da
Alice Colombi
“So che è difficile capire e accettare il senso della frase ‘non siamo mai nati’
per chi non ha il nostro vissuto alle spalle, ma io credo sia così: tutti hanno
sogni e speranze, quando non ne hai è come se non fossi mai nato”. Sono pesanti
come pietre le parole di Ashraf, giovane palestinese di Nablus, in Cisgiordania.
Nonostante l’amarezza, si capisce subito che lui e Wajdi, l’amico di sempre, come
moltissimi altri palestinesi, non si sono mai rassegnati alla morsa dell’esercito
israeliano che occupa da 57 anni la terra in cui sono nati. Da anni lavorano a
diversi progetti di solidarietà e sensibilizzazione su scala locale e internazionale.
Teatro di guerra, segnali di pace. Meno di cinquant’ anni in due, venti dei quali trascorsi sul filo del rasoio,
ad affrontare a viso aperto la pressione militare e le conseguenze dell’occupazione
sui civili palestinesi: prima, durante e dopo le terribili incursioni dell’esercito
di Tel Aviv di cui Nablus è stata palcoscenico negli ultimi anni. Le scene più
nitide nelle menti dei due ragazzi risalgono a tre anni fa: “Ho deciso che era
arrivato il momento di fare qualcosa di concreto per la mia gente dopo la grande
invasione del 2002, quando centinaia di carri armati sono entrati dalle principali
vie di accesso alla città per occupare strade e abitazioni, costringendo la popolazione
a 3 mesi di coprifuoco”, spiega il più giovane dei due. Entrambi hanno svolto
per anni servizio paramedico volontario nel
Medical Relief ed è prestando soccorso e assistenza alle vittime degli scontri a fuoco e delle
violenze legate all’occupazione che si sono guadagnati il rispetto dei concittadini.
Nablus era sotto assedio quando Wajdi e Ashraf hanno deciso, insieme ad un gruppo
di volontari locali, di dedicare gran parte delle loro energie alle vittime per
eccellenza della guerra: i bambini.
Sofferenza eterna. Nel 2003 nasce così
Human Supporter: associazione nella quale tutt’ora si riconoscono e attraverso la quale portano
avanti i loro progetti di azione diretta e sensibilizzazione sul campo. Questo
obiettivo ha ispirato il loro ultimo lavoro: un documentario sugli effetti dell’occupazione
sulla popolazione civile. L’appello dei ragazzi all’opinione pubblica internazionale
è ben sintetizzato dal titolo del video:
Sofferenza eterna. Il filmato nasce dalla volontà di sensibilizzare la società civile europea
proponendo una prospettiva della realtà palestinese normalmente lasciata in secondo
piano dai mass-media: quella delle vittime innocenti della guerra. Attraverso
una serie di interviste, alcuni giovani rimasti feriti negli ultimi anni durante
gli scontri a fuoco forniscono la propria testimonianza. “Non è stato semplice
coinvolgerli”, sottolineano Wajdi e Ashraf, “da un lato per motivi di timidezza,
dall’altro a causa di uno stato di rassegnazione diffusa laddove mancano strutture
sanitarie competenti in grado di supportarli”.
Il giro d’Europa. Come raccontano gli stessi autori, le restrizioni alla libertà di movimento dei
palestinesi nei Territori Occupati hanno influenzato l’ancora più ambiziosa idea
iniziale di documentare la realtà dei check-points e le violazioni dei diritti
umani della popolazione, sfumata per ragioni di sicurezza personale. La loro resta
una scelta rischiosa, visto che contano di diffondere il più possibile il frutto
di questo lavoro portando una testimonianza diretta in Europa. Eppure affermano
con determinazione che il pericolo a cui hanno deciso di esporsi non li spaventa.
Sanno di non far nulla di male nel lottare pacificamente per la loro Palestina:
“Il messaggio che vogliamo far passare è che, attraverso l’occupazione militare,
Israele sta facendo cose terribili alla nostra gente nella nostra terra, ma noi
non vogliamo ripagarli con la stessa moneta. Vogliamo che prevalga la pace”.
La solidarietà diventa protagonista in una vicenda in cui si intrecciano i contributi
di giovani provenienti da tutte le parti del mondo, che Wajdi e Ashraf hanno avuto
modo di incontrare sia a Nablus che in occasione di precedenti viaggi in Europa.
“Un amico spagnolo, giornalista di professione, ci ha prestato la cinepresa”,
precisa Wajdi, che tiene a ricordare il carattere indipendente di un progetto
auto-finananziato che non avrebbe potuto vedere la luce senza il supporto logistico
di persone che mettono a disposizione il loro tempo e le loro energie per liberare
le energie della Palestina non-violenta.