Lunedì mattina il boato di un'autobomba ha svegliato Beirut, ricordando ai libanesi
che l’incubo degli omicidi mirati è tutt’altro che finito.
Una notte molto buia. La vittima è il giornalista e deputato Gibran Tueni, noto per le sue posizioni
antisiriane e dirigente del quotidiano progressista Al Nahar, il giorno.
Secondo la polizia l’esplosione, avvenuta nel sobborgo industriale di Mkalles,
nella capitale, è stata così potente da scaraventare fuori strada l’auto blindata
del giornalista, provocando anche la morte del suo autista e di un passante, oltre
al ferimento di trenta persone. La notizia è volata di bocca in bocca, e in breve
tempo una folla spontanea, composta in gran parte da studenti, si è raccolta fuori
dalla sede del giornale, nel centro di Beirut, per protestare e piangere la scomparsa
dell’uomo, “l’unico - a loro avviso - che diceva la verità”. Molte proteste si
sono levate anche dal fronte politico, in particolare dal leader dei drusi libanesi
Walid Jumblatt, secondo cui Gibran Tueni era “la voce della libertà”. Jumblatt
sostiene che lo scopo della bomba era “ mettere a tacere una voce che aveva cercato
i responsabili dell’omicidio di Hariri”, per poi concludere che “Questo è un nuovo
messaggio da parte dei terroristi”. L’omicidio di Tueni si inserisce nella scia
di attentati che negli ultimi mesi hanno colpito esponenti dell’opposizione libanese
e giornalisti, molti dei quali in questi mesi si sono espressi pubblicamente contro
l’ingerenza siriana sul Libano. Tra di loro anche Samir Kassir, un altro giornalista
di an Nahar, ucciso a giugno. Da febbraio ad oggi gli attentati contro attivisti
antisiriani sono stati 14. L’attentato di ieri è stato rivendicato da un gruppo
sconosciuto: “Combattenti per l’unità e la libertà dell’oriente”. Nel loro comunicato
si legge: “Abbiamo rotto la penna di Gibran Tueni e trasformato al Nahar (il giorno),
in una notte molto buia”.
Accuse dovute o strumentali? Quando sul lungomare di Beirut un’autobomba falciò la vita dell’ex Primo Ministro
libanese, Rafiq Hariri, Gibran Tueni si trovava tra la folla che riempiva le strade
per manifestare il proprio sdegno. Tueni fu anche al centro delle manifestazioni
di piazza che, in aprile, portarono al ritiro dal Libano dell’esercito siriano,
e in giugno venne eletto come deputato al parlamento nazionale. Tueni temeva per
l’incolumità propria e della sua famiglia, e per questo passava la maggior parte
del tempo in Francia, da dove era tornato proprio il giorno prima dell’attentato.
Diversi membri del parlamento hanno minacciato le dimissioni se il governo non
chiederà una nuova inchiesta delle Nazioni Unite “sui reiterati crimini del regime
siriano”. Il ministro dell’Informazione siriano Dakhlallah ha negato il coinvolgimento
del governo di Damasco nell’attentato, attribuendolo a generici “nemici del Libano”.
Le accuse contro il regime siriano sono state giudicate strumentali anche dal
presidente Assad, che in un’intervista alla Tv russa ha ribadito la propria estraneità
anche all’omicidio Hariri, aggiungendo che lo scopo delle accuse è quello di imporre
delle sanzioni contro il suo Paese, che destabilizzerebbero l’intero Medio Oriente”.
Anche il direttore del quotidiano del Baath in Siria ha condannato l’attentato,
e ha sostenuto che sia stato “organizzato per danneggiare la Siria, proprio dopo
che questa aveva cooperato con l’inchiesta internazionale”.

Il rapporto Mehlis. Questo omicidio e le accuse che sono state mosse, hanno l’effetto di alzare
la tensione sul Libano in un momento particolarmente delicato, all’indomani della
consegna dei risultati dell’inchiesta Hariri. Domenica, il procuratore tedesco
Mehlis ha incontrato Kofi Annan per consegnare le prove raccolte a carico del
regime di Damasco, un dossier che nei giorni precedenti era stato messo in dubbio
perché uno dei testimoni aveva ritrattato la propria testimonianza. Il rapporto
non è ancora pubblico, ma Detlev Mehlis ha annunciato una sostanziale conferma
dei risultati parziali, divulgati a ottobre. Al di là del disaccordo sulla cooperazione
delle autorità siriane nell’inchiesta, incompleta secondo Mehlis, completa secondo
gli interessati, le conclusioni comprovate dalla commissione sono le seguenti:
- Gli assassini disponevano di considerevoli risorse e capacità.
- Le prove mostrano un coinvolgimento di Siria e Libano.
- L’omicidio era stato programmato per mesi.
- Hariri era controllato e seguito.
- È altamente improbabile che gli alti ufficiali dell’intelligence siriana e
libanese fossero all’oscuro del piano.