Una vittima dell'in-giustizia afgana racconta i suoi compagni di cella. E il suo Paese
Scritto per noi da
Tommaso Merlo*
La storia di Asif, 27 anni, è quella di tanti giovani vittime dell’Afghanistan
moderno. Dopo un infanzia in Pakistan da rifugiato politico, Asif torna in patria
una volta caduto il regime talebano. Ma di lavoro ce n’è poco, e come molti giovani
è costretto a guadagnarsi da vivere come uomo delle pulizie presso le case degli
stranieri. Una vita tranquilla fino a quel maledetto 13 agosto 2005.
Quel giorno Asif era al lavoro quando una telefonata lo informa del suicidio
della moglie. Destino drammatico di molte donne afgane che trovano nella morte
l’unica via d’uscita ad una vita di sofferenze. Una vita priva perfino della libertà
d’amare, in cui nemmeno il burqa riesce a coprire le ferite inflitte da secolari
tradizioni.
Asif, condannato per non aver pagato. Asif non ha nemmeno il tempo di riprendersi dallo shock che si ritrova in galera
accusato di omicidio. O meglio, la polizia lo informa che con 200 dollari tutto
si sarebbe sistemato. I soldi sarebbero serviti per verificare che Asif non era
nemmeno a Kabul il giorno della tragedia. Ma Asif si rifiuta di pagare e viene
rinchiuso in una cella con altri 200 detenuti: la stanza è talmente affollata
che i prigionieri sono costretti a dormire sul fianco per non infastidirsi. Molti
preferiscono dormire di giorno, e di notte star seduti a raccontarsi le proprie
disavventure come in una dramma
surrealistico. Il dramma dell’Afghanistan di oggi.
Amid il parrucchiere, peccatore platonico. Un notte arriva Amid, un ragazzo accusato di aver avuto rapporti sessuali con
una ragazza senza essere sposato. E’ rinchiuso nella cella dei ‘fucker’ in fondo
al corridoio, piena di giovani che hanno ceduto alla tentazione maledetta. Il
negozio di parrucchiere di Amid è nel centro di Kabul ed è rinomato per le sue
acconciature alla moda. Tra le sue clienti c’era anche Leila, e si innamorano.
Da lì a poco la polizia comincia a perseguitare Amid minacciandolo di arrestarlo
se non interrompe quella relazione, peraltro platonica. Di fronte al rifiuto la
polizia passa ai fatti e lo arresta portando la testimonianza di alcuni clienti
che l’avrebbero visto seduto su un divano con Leila. “Era inconsolabile”, ricorda
Asif.
Nasab, il giornalista blasfemo. Qualche notte dopo, Asif vede arrivare Ali Mohaqiq Nasab, direttore della rivista
Hoquq-e Zan (Diritti delle Donne), arrestato per la pubblicazione di un
articolo blasfemo e condannato a due anni di prigione. Ali racconta che in tribunale era pieno
di giornalisti stranieri e telecamere, e che alcuni giudici avevano chiesto la
sua condanna a morte o il carcere a vita. L’articolo incriminato sosteneva che
i rapporti prematrimoniali non dovrebbero essere reato, scatenando le ire dei
fondamentalisti che sostengono il governo. Asif ricorda che il giornalista ‘blasfemo’
si mise a piangere davanti a lui dopo avergli raccontato la sua storia.
Nepalesi, truffati e incarcerati. Un’altra sera nella cella calda e maleodorante, arrivano quattro ragazzi nepalesi
accusati di aver infastidito un uomo illustre. I malcapitati raccontano che un
signore afgano aveva aperto un ufficio nel loro villaggio tra le montagne nepalesi,
e in cambio di mille dollari prometteva un posto di lavoro a Kabul. Una volta
arrivati hanno però trovato solo scuse e minacce, fino all’arresto. Ad Asif hanno
raccontato la loro disperazione e la paura di essere rimpatriati. Per questa avventura
avevano infatti usato tutti i risparmi dalle loro famiglie con la promessa di
restituirli grazie a quel fantomatico lavoro.
Nigeriani, trafficanti in proprio. Una sera tardi vengono portati nella cella di Asif quattro nigeriani sorpresi
all’aeroporto con un chilo di eroina a testa mentre tentavano di lasciare l’Afghanistan.
I malcapitati, di certo non innocenti, sembravano sbalorditi. Il commercio di
eroina è infatti la principale industria del paese costituendo il 40 per cento
del Pil afgano, e come tale è gestito e protetto dalle autorità, e dalla polizia
in particolare. Un monopolio che evidentemente non gradisce intrusi.
Il giudice corrotto e i pirati raccomandati. Il giudice e quattro pirati raccomandati. Sono molte altre le storie e i personaggi
che animano la disperata routine della cella di Asif.
C’è un giudice che aveva chiesto alla moglie di un detenuto innocente una notte
d’amore in cambio della libertà del marito. Nel carcere è un ospite trattato con
riguardo e presto rilasciato in cambio del pagamento di una sostanziosa ‘cauzione’.
Ci sono quattro giovani che hanno investito undici persone guidando ubriachi
a tutta velocità per le strade di Kabul. Sono tornati in libertà dopo poche ore
perché, a quanto pare, appartenevano a un potente clan familiare.
Giustizia a pagamento. Una storia dopo l’altra, Asif si rende conto dell’intreccio di miseria e corruzione
che affligge l’Afghanistan di oggi. La polizia, costretta a vivere con 40 dollari
al mese, è in realtà solo il braccio di istituzioni divorate dall’assenza di cultura
democratica. Di fatto la giustizia in Afghanistan non esiste. I criminali che
appartengono ai clan dei signori della guerra non devono rispondere a nessuno
dei loro reati. Chi invece ha i soldi per pagare, può semplicemente ricomprarsi
la libertà.
Per questo le prigioni afgane sono piene di uomini innocenti e discretamente
benestanti: polli da spennare.
Democrazia senza valori. Ed è in tale scenario di degrado che si riunirà in dicembre il primo parlamento
eletto dell’Afghanistan. Parlamento voluto e finanziato dai governi stranieri
e che ospiterà tutti i protagonisti della storia recente afgana, signori della
guerra e criminali inclusi.
Difficile quindi credere a un'imminente svolta democratica anche perché ciò che
manca in Afghanistan sono proprio quei valori e princìpi che costituiscono le
fondamenta di una democrazia. Valori che devono appartenere alle persone prima
che alle istituzioni. E che solo i tanti Asif sparsi per l’Afghanistan potranno
un giorno far valere in questo Paese.