Il regno Saud sempre più stretto da una situazione interna e internazionale insostenibile

“Durante un’operazione anti terrorismo a Riyadh un poliziotto è rimasto ucciso
e 8 membri delle forze dell’ordine sono rimaste ferite. L’operazione si è conclusa
con l’arresto di 5 terroristi vicini ad
al-Qaeda”.
Un portavoce del ministero degli Interni dell’Arabia Saudita ha diffuso ieri
questo comunicato che, all’apparenza, potrebbe sembrare un normale bilancio di
un’azione di polizia in un mondo che sempre più vive dell’ossessione terrorismo.
Ma il problema è che di questi annunci nel Paese simbolo del mondo islamico per
la presenza dei luoghi più sacri per i musulmani e Paese chiave per le politiche
energetiche del mondo, ne viene dato uno al giorno.
Attacchi giornalieri. Uno stillicidio che, dal maggio del 2003 ad oggi, porta il bilancio totale in
Arabia Saudita a 100 morti, tra agenti delle forze di sicurezza, terroristi o
stranieri che si trovano nel Paese governato fin dalla sua fondazione dalla dinastia
degli Saud.
I numeri farebbero pensare a un vero e proprio conflitto, ma non è questa la
linea del governo di Riyadh, che tiene molto a dare di sé un'immagine solida e
stabile.
Tutti gli episodi vengono presentati come azioni di polizia volte a colpire il
terrorismo fondamentalista islamico in Arabia Saudita. Niente più di uno dei tanti
fronti della guerra mondiale al terrore.
In realtà non è così. L’Arabia Saudita, per decenni, ha goduto di un rapporto
privilegiato con gli Stati Uniti, un’alleanza solida che, nel 1991 durante la
guerra in Iraq, ha portato il governo degli Saud a essere il principale alleato
arabo degli Usa nella coalizione. Tenendo ben saldo il timone della politica estera
e dell’economia legata a doppio filo all’occidente, gli Saud continuavano però
un pericoloso doppio gioco con gli ambienti integralisti della corrente del wahabismo islamico, la corrente più tradizionalista cui fa riferimento lo stesso Osama
bin Laden.

Enormi finanziamenti, la possibilità per i
wahabiti di aprire le proprie scuole, la tolleranza verso gli
ulema più intransigenti che nelle moschee del Paese arringavano le folle all’odio
anti occidentale e la tolleranza verso un traffico di armi che finiva nelle mani
dei più fanatici. Tutto questo con lo scopo di tenere buone le frange più estreme
del radicalismo wahabita, mentre la famiglia degli Saud si arricchiva commerciando
con quegli stessi occidentali che i
wahabiti odiavano.
Il gioco ha cominciato a non funzionare più proprio nel 1991. Le basi militari
degli Stati Uniti e della Gran Bretagna nel Paese che conserva le stesse spoglie
del Profeta Mohammed e dell’Islam diventano un fattore intollerabile per i fondamentalisti
che, Osama bin Laden in primis, cominciano a guardare agli Saud come un problema per l’Islam.
Ma gli affari per la famiglia regnante e la loro sterminata corte andavano a
gonfie vele e non c’era molto di cui preoccuparsi. Il fondamentalismo, sempre
foraggiato dalla casa regnante, serrava le fila. L’11 settembre 2001 arriva come
un fulmine a ciel sereno: su 19 dirottatori, 15 hanno passaporto saudita.
I rapporti tra Washington e Riyadh non saranno mai più gli stessi. All’improvviso
gli Saud si trovano di fronte al conto salatissimo di una politica quantomeno
ambigua. Le protezioni internazionali che garantivano di mantenere in un modo
o nell’altro l’ordine interno vengono meno e all’interno aumentano le pressioni
di un fondamentalismo ormai poco controllabile.
Un anno di attentati. Comincia uno stillicidio di attacchi al potere della monarchia. Il 12 maggio
2003, quattro esplosioni in tre complessi abitati in massima parte da stranieri
a Riyadh provocano la morte di 35 persone. L’8 novembre del 2003 sono 18 i morti
causati da due esplosioni a Riyadh. Il 21 aprile del 2004, un’autobomba piazzata
di fronte al comando della polizia uccide 5 persone a Riyadh. Il 1 maggio del
2004, a Yumbu, un commando attacca gli uffici della ABB, un’azienda del settore energetico. Il bilancio è di 11 morti. Il 29 maggio
del 2004, un commando uccide 22 persone a Khobar, cittadina industriale.

Tutto questo senza tener conto delle decine di attentati sventati e di conflitti
a fuoco tra poliziotti ed estremisti. Una guerra. Basta fare un confronto tra
gli episodi violenti in Arabia Saudita negli ultimi 30 anni: dal 1979 al 2003
ci sono stati 15 episodi riconducibili al terrorismo, dal 2003 ad oggi ben 20.
Un’enormità.
Il regime degli Saud reagisce con la repressione poliziesca, ma sempre più vede
venir meno l’appoggio della popolazione. Tutti i proventi della vendita del petrolio
sono serviti ad arricchire solo la corte che ruota attorno alla famiglia reale,
allontanando sempre più la società civile dal potere. Una pressante richiesta
di riforme mette in un angolo Riyadh, che vive giorni di forte preoccupazione.
In politica estera, come se non bastassero i problemi interni, Riyadh è preoccupata
seriamente dal riarmo dell’Iran. La potenza faro dello sciitismo è sempre stata
percepita come un avversario da quella che è la culla dei sunniti più integralisti.
Teheran non fa mistero delle sue ambizioni egemoniche sull’area mediorientale
e continua a investire in ricerca a fini bellici. Tutto questo preoccupa l’Arabia
Saudita, che adesso punta tutto sulla collaborazione con i regimi più affidabili
del Golfo: Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Kuwait.
Se di guerra non si può parlare, sicuramente l’Arabia Saudita vive uno dei periodi
più difficili della sua storia. Il fondamentalismo violento necessita di una stretta
liberticida che si scontra con la pressante richiesta di riforme all’interno.
A questo si aggiunge l’isolamento a livello internazionale. La famiglia Saud può
contare solo sull’esercito e sulle forze di sicurezza (sulle quali investe 22,2
milioni di dollari all'anno) per restare ancorata a un potere che è stato gestito
in modo tale da diventare un pericoloso boomerang.