19/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il regno Saud sempre più stretto da una situazione interna e internazionale insostenibile
attentato a riyadh“Durante un’operazione anti terrorismo a Riyadh un poliziotto è rimasto ucciso e 8 membri delle forze dell’ordine sono rimaste ferite. L’operazione si è conclusa con l’arresto di 5 terroristi vicini ad al-Qaeda”.
 
Un portavoce del ministero degli Interni dell’Arabia Saudita ha diffuso ieri questo comunicato che, all’apparenza, potrebbe sembrare un normale bilancio di un’azione di polizia in un mondo che sempre più vive dell’ossessione terrorismo. Ma il problema è che di questi annunci nel Paese simbolo del mondo islamico per la presenza dei luoghi più sacri per i musulmani e Paese chiave per le politiche energetiche del mondo, ne viene dato uno al giorno.
 
Attacchi giornalieri. Uno stillicidio che, dal maggio del 2003 ad oggi, porta il bilancio totale in Arabia Saudita a 100 morti, tra agenti delle forze di sicurezza, terroristi o stranieri che si trovano nel Paese governato fin dalla sua fondazione dalla dinastia degli Saud.
 
I numeri farebbero pensare a un vero e proprio conflitto, ma non è questa la linea del governo di Riyadh, che tiene molto a dare di sé un'immagine solida e stabile.
Tutti gli episodi vengono presentati come azioni di polizia volte a colpire il terrorismo fondamentalista islamico in Arabia Saudita. Niente più di uno dei tanti fronti della guerra mondiale al terrore.
 
In realtà non è così. L’Arabia Saudita, per decenni, ha goduto di un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, un’alleanza solida che, nel 1991 durante la guerra in Iraq, ha portato il governo degli Saud a essere il principale alleato arabo degli Usa nella coalizione. Tenendo ben saldo il timone della politica estera e dell’economia legata a doppio filo all’occidente, gli Saud continuavano però un pericoloso doppio gioco con gli ambienti integralisti della corrente del wahabismo islamico, la corrente più tradizionalista cui fa riferimento lo stesso Osama bin Laden.
 
la kaaba a la mecca, la pietra nera del coranoEnormi finanziamenti, la possibilità per i wahabiti di aprire le proprie scuole, la tolleranza verso gli ulema più intransigenti che nelle moschee del Paese arringavano le folle all’odio anti occidentale e la tolleranza verso un traffico di armi che finiva nelle mani dei più fanatici. Tutto questo con lo scopo di tenere buone le frange più estreme del radicalismo wahabita, mentre la famiglia degli Saud si arricchiva commerciando con quegli stessi occidentali che i wahabiti odiavano.
 
Il gioco ha cominciato a non funzionare più proprio nel 1991. Le basi militari degli Stati Uniti e della Gran Bretagna nel Paese che conserva le stesse spoglie del Profeta Mohammed e dell’Islam diventano un fattore intollerabile per i fondamentalisti che, Osama bin Laden in primis, cominciano a guardare agli Saud come un problema per l’Islam.
 
Ma gli affari per la famiglia regnante e la loro sterminata corte andavano a gonfie vele e non c’era molto di cui preoccuparsi. Il fondamentalismo, sempre foraggiato dalla casa regnante, serrava le fila. L’11 settembre 2001 arriva come un fulmine a ciel sereno: su 19 dirottatori, 15 hanno passaporto saudita.
 
I rapporti tra Washington e Riyadh non saranno mai più gli stessi. All’improvviso gli Saud si trovano di fronte al conto salatissimo di una politica quantomeno ambigua. Le protezioni internazionali che garantivano di mantenere in un modo o nell’altro l’ordine interno vengono meno e all’interno aumentano le pressioni di un fondamentalismo ormai poco controllabile.
 
Un anno di attentati. Comincia uno stillicidio di attacchi al potere della monarchia. Il 12 maggio 2003, quattro esplosioni in tre complessi abitati in massima parte da stranieri a Riyadh provocano la morte di 35 persone. L’8 novembre del 2003 sono 18 i morti causati da due esplosioni a Riyadh. Il 21 aprile del 2004, un’autobomba piazzata di fronte al comando della polizia uccide 5 persone a Riyadh. Il 1 maggio del 2004, a Yumbu, un commando attacca gli uffici della ABB, un’azienda del settore energetico. Il bilancio è di 11 morti. Il 29 maggio del 2004, un commando uccide 22 persone a Khobar, cittadina industriale.
 
palazzo distrutto nell'attentato a khobarTutto questo senza tener conto delle decine di attentati sventati e di conflitti a fuoco tra poliziotti ed estremisti. Una guerra. Basta fare un confronto tra gli episodi violenti in Arabia Saudita negli ultimi 30 anni: dal 1979 al 2003 ci sono stati 15 episodi riconducibili al terrorismo, dal 2003 ad oggi ben 20. Un’enormità.
 
Il regime degli Saud reagisce con la repressione poliziesca, ma sempre più vede venir meno l’appoggio della popolazione. Tutti i proventi della vendita del petrolio sono serviti ad arricchire solo la corte che ruota attorno alla famiglia reale, allontanando sempre più la società civile dal potere. Una pressante richiesta di riforme mette in un angolo Riyadh, che vive giorni di forte preoccupazione.
 
In politica estera, come se non bastassero i problemi interni, Riyadh è preoccupata seriamente dal riarmo dell’Iran. La potenza faro dello sciitismo è sempre stata percepita come un avversario da quella che è la culla dei sunniti più integralisti. Teheran non fa mistero delle sue ambizioni egemoniche sull’area mediorientale e continua a investire in ricerca a fini bellici. Tutto questo preoccupa l’Arabia Saudita, che adesso punta tutto sulla collaborazione con i regimi più affidabili del Golfo: Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Kuwait.
 
Se di guerra non si può parlare, sicuramente l’Arabia Saudita vive uno dei periodi più difficili della sua storia. Il fondamentalismo violento necessita di una stretta liberticida che si scontra con la pressante richiesta di riforme all’interno. A questo si aggiunge l’isolamento a livello internazionale. La famiglia Saud può contare solo sull’esercito e sulle forze di sicurezza (sulle quali investe 22,2 milioni di dollari all'anno) per restare ancorata a un potere che è stato gestito in modo tale da diventare un pericoloso boomerang.

Christian Elia

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