scritto per noi da
Alessandra Massagrande
“Abitiamo da tre mesi in una casa abbandonata.. Siamo 50 sudanesi, ma assieme
a noi ci sono anche tanti altri fratelli emigrati. Abitiamo senza acqua, luce,
elettricità, riscaldamento.. è vita questa? E’questo il mondo civilizzato? Noi
non possiamo integrarci con gli italiani. Come possiamo studiare italiano se non
sappiamo dove dormiremo? Rispondeteci!”.

Milano, piazza Duomo ore 12,30, una cinquantina di persone sedute a terra, in
silenzio: sono tutti sudanesi. Vengono dalla regione del Darfur,dove c'è una sanguinosa
guerra civile.
Intorno a loro la polizia ha stretto un cordone: non possono rimanere lì perché
l’autorizzazione non gli è stata concessa. La loro manifestazione davanti al Duomo,
secondo le autorità, “disturbano il decoro della piazza”. Vogliono portarli in
questura e questa sarebbe la terza volta, come spigano due ragazzi italiani che
sono lì a fare da mediatori con le autorità. Si tratta di profughi ai quali il
governo ha dato un Permesso di Protezione Umanitaria ma non una casa. Sono in
150, arrivati in Italia ormai da quattro mesi ma non hanno un posto dove stare,
parlano solo arabo, non una parola di inglese o di francese.
La polizia ha l’ordine di sgomberarli, ma loro rimangono lì: in piedi brandendo
i loro cartelloni di denuncia. Seduti o sdraiati, ignorando quell’ordine. Alcuni
vengono trascinati via a forza verso un pullman della polizia che si trova a pochi
metri.
Le trattative continuano, fino a quando il gruppo si alza compatto e incomincia
a camminare lentamente...dalla piazza si alza un applauso.

“Quando arrivano a Lampedusa la Commissione Territoriale esamina il loro caso”,
spiega Italo Siena responsabile del gruppo Har della Onlus Naga, che da anni si
occupa dei richiedenti asilo in Italia, “e decide se attribuire loro lo status
di rifugiato politico, se concedere un Permesso Umanitario oppure respingere
la loro richiesta di asilo. Qui al Naga-Har arrivano in molti, tutti richiedenti
asilo regolari. Negli ultimi mesi provengono principalmente da Sudan, Costa d’Avorio,
Eritrea, Etiopia”. Ma quali sono i loro diritti secondo la legge italiana? “I
rifugiati teoricamente avrebbero gli stessi diritti dei cittadini italiani e sarebbe
previsto per loro anche un percorso di integrazione chiamato Integra: un progetto
di collaborazione tra le Nazioni Unite e l’Anci (l’Associazione dei Comuni Italiani)
che prevede di erogare fondi ai Comuni dove sono presenti rifugiati, per favorirne
l’inserimento”, prosegue Italo, “ma, in concreto, i Comuni fanno poco e le istituzioni
non forniscono a queste persone i mezzi per imparare ad orientarsi in una realtà per
loro nuova. Per chi ha un Permesso Umanitario (che generalmente è temporaneo e
della durata di un anno) è ancora diverso e più difficile in quanto non è neppure
previsto un percorso di integrazione. I darfurini che hanno manifestato in piazza
Duomo si trovano in questa situazione: hanno un Permesso di Protezione Umanitaria
ma la Commissione non li ha riconosciuti come rifugiati, non hanno un posto dove
dormire e non sanno a chi rivolgersi, quindi in buona sostanza non gli è stata
garantita alcuna protezione. Quello che il Comune ha concesso finora è una parte
dei posti letto necessari, e in ogni caso solo dal 15 novembre per la cosiddetta
emergenza freddo”.

Italo spiega che al Naga-Har, nato 18 anni fa a sostegno dei rifugiati e delle
vittime della tortura, le persone arrivano attraverso il “passaparola”. Sanno
che qui troveranno innanzitutto dei volontari disposti a spiegar loro quali sono
i loro diritti secondo la legge italiana, ad assisterli nel difficile percorso
legale per il riconoscimento del loro status da parte del governo. Oltre a questo
al centro Naga-Har possono trovare un aiuto per imparare l’italiano, avranno gli
indirizzi di riferimento delle mense dove ricevere un pasto caldo o degli abiti,
un aiuto per le pratiche burocratiche volte a ottenere la tessera sanitaria o
il codice fiscale. “Loro vengono qui perché trovano qualcuno che lotta per i loro
diritti insieme a loro senza che quello che gli spetta diventi una concessione.
Qui ci sono ragazzi che quando ti ascoltano sono capaci di sentirsi anche loro
un po’ rifugiati nella loro testa”, racconta Mounir, nato in Somalia ma eritreo
d’adozione, “sono un rifugiato, ho il permesso di stare qui”, ci tiene ad aggiungere,
poi prende dalla tasca un foglio tutto ripiegato, lo apre con cura, “guarda, è
il mio Permesso di Soggiorno”. Indica la voce ‘mezzi di sostentamento'. Hanno
scritto ‘altri’. "Ma cosa vuol dire per voi ‘altri’?", chiede Mounir.