12/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Italo Siena del Naga-Har sulla situazione dei rifugiati in Italia
scritto per noi da
Alessandra Massagrande
 
“Abitiamo da tre mesi in una casa abbandonata.. Siamo 50 sudanesi, ma assieme a noi ci sono anche tanti altri fratelli emigrati. Abitiamo senza acqua, luce, elettricità, riscaldamento.. è vita questa? E’questo il mondo civilizzato? Noi non possiamo integrarci con gli italiani. Come possiamo studiare italiano se non sappiamo dove dormiremo? Rispondeteci!”.
 
i darfurini in duomoMilano, piazza Duomo ore 12,30, una cinquantina di persone sedute a terra, in silenzio: sono tutti sudanesi. Vengono dalla regione del Darfur,dove c'è una sanguinosa guerra civile.
Intorno a loro la polizia ha stretto un cordone: non possono rimanere lì perché l’autorizzazione non gli è stata concessa. La loro manifestazione davanti al Duomo, secondo le autorità, “disturbano il decoro della piazza”. Vogliono portarli in questura e questa sarebbe la terza volta, come spigano due ragazzi italiani che sono lì a fare da mediatori con le autorità. Si tratta di profughi ai quali il governo ha dato un Permesso di Protezione Umanitaria ma non una casa. Sono in 150, arrivati in Italia ormai da quattro mesi ma non hanno un posto dove stare, parlano solo arabo, non una parola di inglese o di francese.
La polizia ha l’ordine di sgomberarli, ma loro rimangono lì: in piedi brandendo i loro cartelloni di denuncia. Seduti o sdraiati, ignorando quell’ordine. Alcuni vengono trascinati via a forza verso un pullman della polizia che si trova a pochi metri.
Le trattative continuano, fino a quando il gruppo si alza compatto e incomincia a camminare lentamente...dalla piazza si alza un applauso.
 
un momento delle proteste“Quando arrivano a Lampedusa la Commissione Territoriale esamina il loro caso”, spiega Italo Siena responsabile del gruppo Har della Onlus Naga, che da anni si occupa dei richiedenti asilo in Italia, “e decide se attribuire loro lo status di rifugiato politico, se concedere un Permesso Umanitario oppure  respingere la loro richiesta di asilo. Qui al Naga-Har arrivano in molti, tutti richiedenti asilo regolari. Negli ultimi mesi provengono principalmente da Sudan, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia”. Ma quali sono i loro diritti secondo la legge italiana? “I rifugiati teoricamente avrebbero gli stessi diritti dei cittadini italiani e sarebbe previsto per loro anche un percorso di integrazione chiamato Integra: un  progetto di collaborazione tra le Nazioni Unite e l’Anci (l’Associazione dei Comuni Italiani) che prevede di erogare fondi ai Comuni dove sono presenti rifugiati, per favorirne l’inserimento”, prosegue Italo, “ma, in concreto, i Comuni fanno poco e le istituzioni non forniscono a queste persone i mezzi per imparare ad orientarsi in una realtà per loro nuova. Per chi ha un Permesso Umanitario (che generalmente è temporaneo e della durata di un anno) è ancora diverso e più difficile in quanto non è neppure previsto un percorso di integrazione. I darfurini che hanno manifestato in piazza Duomo si trovano in questa situazione: hanno un Permesso di Protezione Umanitaria ma la Commissione non li ha riconosciuti come rifugiati, non hanno un posto dove dormire e non sanno a chi rivolgersi, quindi in buona sostanza non gli è stata garantita alcuna protezione. Quello che il Comune ha concesso finora è una parte dei posti letto necessari, e in ogni caso solo dal 15 novembre per la cosiddetta emergenza freddo”.
 
la polizia sgombera con la forza i darfuriniItalo spiega che al Naga-Har, nato 18 anni fa a sostegno dei rifugiati e delle vittime della tortura, le persone arrivano attraverso il “passaparola”. Sanno che qui troveranno innanzitutto dei volontari disposti a spiegar loro quali sono i loro diritti secondo la legge italiana, ad assisterli nel difficile percorso legale per il riconoscimento del loro status da parte del governo. Oltre a questo al centro Naga-Har possono trovare un aiuto per imparare l’italiano, avranno gli indirizzi di riferimento delle mense dove ricevere un pasto caldo o degli abiti, un aiuto per le pratiche burocratiche volte a ottenere la tessera sanitaria o il codice fiscale. “Loro vengono qui perché trovano qualcuno che lotta per i loro diritti insieme a loro senza che quello che gli spetta diventi una concessione. Qui ci sono ragazzi che quando ti ascoltano sono capaci di sentirsi anche loro un po’ rifugiati nella loro testa”, racconta Mounir, nato in Somalia ma eritreo d’adozione, “sono un rifugiato, ho il permesso di stare qui”, ci tiene ad aggiungere, poi prende dalla tasca un foglio tutto ripiegato, lo apre con cura, “guarda, è il mio Permesso di Soggiorno”. Indica la voce ‘mezzi di sostentamento'. Hanno scritto ‘altri’. "Ma cosa vuol dire per voi ‘altri’?", chiede Mounir.
Categoria: Diritti, Migranti, Politica
Luogo: Italia
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