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Quando era operativa, Subic Bay era la più grande base americana in Asia. Migliaia
di militari erano stazionati in quest’angolo delle Filippine a nord-ovest della
capitale Manila. La base era il cuore dell’economia di Olongapo City, la città
di 200mila abitanti che dà sulla baia. Buona parte degli abitanti, nella base
o nei locali cittadini, lavorava in qualche maniera per gli americani. Era fiorente
anche l’industria del sesso, che sfruttava donne e bambini per i turisti e i militari.
All’inizio degli anni Novanta, il governo filippino non rinnovò più la concessione
per la base, e le ultime navi americane lasciarono per sempre Subic Bay nel 1992.
L’area fu convertita con successo in un centro tecnologico e manifatturiero, dove
oggi lavorano più di 40mila persone. Ma migliaia di persone furono lasciate indietro:
le donne legate ai militari e soprattutto i loro bambini, ora diventati ragazzi.
Figli di sangue misto, “Fil-Am” o “Amerasiatici”, che oggi vivono in condizioni
di estrema povertà, facendo l’elemosina intorno alla ex base e rischiando continuamente
di finire in prigione o nel mirino dell’industria sessuale. Che, al contrario
dei militari, non se n’è mai andata.
Fortune diverse. Non tutti sono uguali, nell’universo dei Fil-Am. C’è chi ha avuto un padre che
li ha seguiti e gli ha dato la possibilità di studiare: alcuni di loro sono diventati
celebrità, presentatori televisivi, fanno insomma parte dell’élite filippina.
Ma sono un’esigua minoranza. Le vere storie d’amore tra militari americani e donne
di Olongapo City erano rare, e in tanti casi i legami si sono comunque spezzati
quando i marines e i marinai hanno lasciato Subic Bay. Così, molti Fil-Am che oggi vivono senza
futuro intorno all’ex base sono figli di prostitute: non sanno chi è il loro padre,
le donne che li hanno messi al mondo non erano in condizione di mantenerli e li
hanno abbandonati. I più sfortunati sono quelli con un colore di pelle diverso
perché il padre era un afro-americano: la società filippina li respinge come ibridi
indesiderati.
La battaglia di padre Shay. Shay Cullen, un missionario irlandese nelle Filippine dal 1969 nominato due
volte per il premio Nobel per la pace, è il loro angelo custode. Con l’organizzazione
Preda, da lui fondata contro la piaga del turismo sessuale, ha tolto dalla strada
migliaia di bambini filippini: ha dato loro la possibilità di studiare e di lavorare.
E’ stato lui l’ispiratore della campagna contro la presenza delle basi americane
nel Paese, la riconversione di Subic Bay è anche una sua vittoria. Padre Shay,
come lo chiamano qui, ha denunciato la Marina statunitense chiedendo un risarcimento
che riconoscesse “l’eredità” delle migliaia di Fil-Am lasciati indietro. I giudici
americani risposero picche: dissero che le madri filippine, in quanto prostitute,
svolgevano un’attività illegale e di conseguenza i loro figli non avevano diritto
a nessun risarcimento da parte degli Usa. “E pensare che molte donne erano legate
da una specie di unione civile con i militari”, racconta padre Shay. “Molte di
loro venivano curate a spese della Marina, in modo da mantenerle sane e pulite
per i marines”. Ancora oggi lui accusa gli Usa di indifferenza, e si reca periodicamente negli
Usa per tener viva la sua causa.
La ricerca delle origini. Oltre a cercare di inserire nella società i ragazzi abbandonati, padre Shay
offre loro un’altra possibilità: quella di trovare i loro padri. Non ci sono solo
le difficoltà pratiche nel rintracciarli grazie a Internet. “Molti di questi ragazzi
vorrebbero conoscere i loro genitori, ma hanno paura di essere respinti, quindi
esitano. Per loro può essere un’esperienza traumatica. Quando spunta l’indirizzo
del padre, rimangono paralizzati davanti allo schermo”, spiega padre Shay. “Il
loro sogno è che i padri li riconoscano, in modo da poter richiedere la cittadinanza
americana e iniziare una nuova vita. Ci sono stati alcuni casi di padri che l’hanno
fatto, ma la maggior parte dei Fil-Am di Olongapo City, e parliamo di circa 5mila
ragazzi, non conosce neanche il nome dei suoi genitori”. Anche l’approccio con
questi uomini è difficile, racconta il sacerdote: “Cerchiamo di essere il più
delicati possibile, per rendere subito chiaro che non vogliamo ricattarli. Molti
però, quando li contattiamo, mettono giù il telefono. Temono che i bambini che
spuntano dal loro passato possano rovinare la loro famiglia, o la loro reputazione
sul lavoro”.Alessandro Ursic