La partita tra Sharon e Peres vista dal direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente
Il panorama politico israeliano appare radicalmente sconvolto dagli avvenimenti
delle ultime settimane.
La decisione di Sharon di uscire dal Likud e di fondare un nuovo partito non
può certo dirsi un fulmine a ciel sereno. E’ l’onda lunga del ritiro da Gaza,
e della sua portata dirompente sugli assetti politici del paese.

Il mito del Grande Israele è crollato, così come la presunta intangibilità degli
insediamenti nei territori palestinesi. Lo scontro tra gli ideologici puri e duri
che a quell’impostazione non intendevano rinunciare, e i realisti che in quel
partito erano divenuti consapevoli della impossibilità di continuare, fino alle
estreme conseguenze, nell’occupazione integrale delle aree palestinesi, non ha
potuto trovare composizione all’interno del vecchi involucro, che è andato in
pezzi. La parte restante del Likud appare per un lungo periodo essere destinata
ai margini del panorama politico israeliano, e probabilmente arriverà a fondersi
con gli altri partiti minori dell’estrema destra, formando un blocco forte di
consensi ma nettamente minoritario e isolato. Molte ragioni hanno spinto il vecchio
premier a questo passo. La consapevolezza che la continuazione integrale dell’occupazione,
e l’annessione di quei territori, avrebbe prodotto nel volgere di pochi anni uno
sconvolgimento dell’equilibrio demografico del paese, con una prevalenza degli
arabi sugli ebrei, oppure la fine del suo carattere democratico, se agli arabi
non fossero stati garantiti uguali diritti civili. La stanchezza della società
israeliana, attanagliata dalla crisi economica e profondamente segnata dal terrorismo
e dall’angoscia quotidiani.

La convinzione che, in termini di sicurezza, non era né necessario né conveniente
mantenere il controllo su tutte le terre palestinesi, e che era assai meglio abbandonare
quelle aree che, “anche nell’accordo di pace più favorevole per Israele”, non
avrebbero potuto comunque essere mantenute. L’aspirazione di passare alla storia
non come l’uomo di Sabra e Chatila, ma come il leader che aveva assicurato a Israele
pace e sicurezza. Perché Sharon vuole la pace, ma pensa a una pace alle sue condizioni,
le più favorevoli per Israele. Quindi, secondo lui, la nuova linea difensiva,
da lui progettata in chiave unilaterale, e che coincide in larga misura con il
tracciato del muro o barriera difensiva, come li si voglia chiamare, al termine
del negoziato potrebbe in larga misura segnare i confini definitivi di Israele,
con l’aggiunta di alcuni avamposti di sicurezza lungo la valle del Giordano. Si
tratta, in concreto, del 7 percento della Cisgiordania (questa è l’area racchiusa
dal muro dopo le numerose riduzioni e variazioni al tracciato imposte dalla Corte
Suprema israeliana), rispetto a quel 2,5-3 percento di cui si era discusso a Camp
David e Taba, sulla base di possibili scambi territoriali con i palestinesi. E’
l’area che racchiude i grandi insediamenti israeliani, con le loro possibili estensioni
: insediamenti che, anche in base allo scambio di lettere di Sharon con Bush,
dovrebbero restare israeliani. Il pendolo della pace quindi oscilla tra quel 3
precento e quel 7 percento, e il punto dove si fermerà dipende da alcune variabili.
La prima tra esse è quello che appare l’unico competitore di Sharon, quell’Amir
Peretz che ha sconfitto Shimon Peres alle primarie divenendo il nuovo leader del
Labour. Già Segretario del sindacato Histadrut, di origine sefardita (cioè proveniente
dai paesi arabi), Peretz pare in grado di parlare agli strati più disagiati della
popolazione, anche essi prevalentemente sefardita, che hanno pesantemente risentito
delle politiche neoliberiste condotte da Netanyahu, e degli effetti più complessivi
della crisi economica originata dall’intifada.

Nel confronto-scontro tra i due, curiosamente Sharon porterà avanti i temi della
pace, presentandosi come l’unico in grado di raggiungerla garantendo la sicurezza,
mentre l’altro farà perno soprattutto sui temi economici, naturalmente senza rinunciare
a proporsi come un più convinto assertore della pace. I sondaggi oggi danno un
vantaggio di 5-6 seggi di Sharon sul Labour, segnalando un crollo verticale del
Likud. Ma non è detto che nel prosieguo Peretz non riesca a rimontare.
I due sono comunque destinati a governare insieme, ma non è secondario, per il
futuro della pace, chi fra loro sarà il numero uno, chi darà il là nella ripresa
e nello sviluppo delle trattative. L’adesione di Shimon Peres, il vecchio leader
laburista, al nuovo Partito di centro, può da questo punto di vista pesare negativamente
sulle possibilità di vittoria della sinistra.Gli altri alleati potenziali di questo
centro-sinistra o sinistra-centro in formazione sono, alternativamente, i partiti
religiosi (Shas etc.), o il partito laico SHINUI, insieme a YAHAD, il partito
di estrema sinistra guidato da Yossi Beilin, che pare destinato a perdere suffragi
verso un Labour che si è spostato a sinistra. L’ultima incognita è data dai palestinesi,
e dai risultati delle loro elezioni legislative di gennaio, che vedrà per la prima
volta presente la formazione islamica HAMAS, grazie al tentativo , condotto da
Abu Mazen, di incanalarla nel quadro dell’ANP . La competizione tra HAMAS e Al
Fatah determinerà l’esito della consultazioni, con ovvie ricadute sul panorama
politico israeliano.
Ma va tenuto anche presente il confronto in atto dentro Al Fatah, tra la vecchia
e la nuova guardia, con un Abu Mazen che appare alleato ai giovani per emarginare
il vecchio entourage già legato a Arafat, un entourage conservatore e corrotto.
In questo doppio confronto, il leader dell’Intifada oggi in carcere, Marwan Barghouti,
che ha trionfato nelle primarie di A l Fatah, potrebbe giocare un ruolo decisivo.
In questo contesto il ruolo delle terze parti internazionali sarà essenziale,
e l’apertura a Gaza del valico di Rafah con l’Egitto, con la presenza di osservatori
Ue capeggiati dall’Italia, è un segno nuovo e importante che fa ben sperare.