I profughi dell'hotel Africa si sono trovati una nuova casa. Molto confortevole

La portineria sembra quella di una normale industria. Il palazzo è moderno, un
parallelepipedo di cinque o sei piani, finestre a parete e vetri a specchio. Intorno
all’edificio una grande cancellata, telecamere, cancelli elettrici. Un particolare
però richiama l’attenzione dei passanti e stona con l’aspetto tecnocratico della
struttura, un grande striscione sul quale si legge “Welcome” appeso un pò storto
sulla facciata.
Entrando ti accoglie la piccola Serina. I capelli annodati nelle tradizionali
treccine africane, la pelle nera, dei jeans luccicanti di stass. Ha quattro anni
e chiede con un sorriso: “Ciao, chi sei?”.
Siamo a Roma, in via Collatina, nella periferia della città. Dopo lo sgombero
dell’Hotel Africa, il deposito abbandonato delle Ferrovie dello Stato occupato
da oltre cinquecento profughi etiopi, eritrei e sudanesi, il Campidoglio aveva
trovato alloggi per gli sfollati. Alcune delle sistemazioni sono state ritenute
del tutto non idonee dagli immigrati e così molti di loro hanno deciso di arrangiarsi
da soli.
Malugheta è un eritreo, ha intorno ai trent’anni ed è gentile e disponibile.
Mentre

Serina tenta disperatamente di portargli via la penna per disegnare su qualunque
pezzo di carta le capiti tra le mani, lui spiega: “Ero al lavoro a Rieti quando
Hotel Africa fu chiuso. Tornato a casa trovai le porte sbarrate. Mi mandarono
in un centro a via Cuba. Io voglio vivere in una casa, avere un alloggio, non
stare in un carcere. Lì eravamo 18 per stanza, grandi camerate dalle quali dovevamo
uscire al mattino e potevamo rientrare nel tardo pomeriggio, tutta la giornata
per strada, senza saper dove andare o cosa fare”.
Il colloquio avviene in un grande salone, venti metri per venti, al pian terreno. Forse
era una sala riunioni, ma ora è il ristorante che i profughi hanno messo in funzione
con molta intraprendenza. In un angolo, con dei vecchi banchi di scuola, è stata
allestita la cucina, una vecchia macchina a gas serve a cuocere i cibi. Quattro
ragazze si danno un gran da fare.
“Loro guadagnano qualcosa con questo lavoro, io sono un volontario – dice l’uomo
– abbiamo un comitato che si occupa della gestione del palazzo. Qui può

venire a vivere solo chi ha un permesso regolare, in gran parte siamo profughi
politici. Abbiamo chiamato questo posto Naznet, libertà sia nella lingua degli
eritrei che in quella degli etiopi”. Malugheta tira fuori una piccola tessera
azzurra, sulla quale in copertina c’è l’immagine di un’aquila e la scritta ‘Centro
di accoglienza autogestito’. Arriva un cliente e lui apre un pacchetto di sigarette.
Prende cinquanta centesimi e ne da quattro all’avventore, ora molto soddisfatto.
Sul suo banco di scuola-cassa ci sono cinque o sei blocchetti di scontrini. Uno
per ogni tipologia di servizio. Per il pane, per un primo, per una bevanda. Lui
è molto preciso e spiega: “Tenere pulito il palazzo costa. I detersivi, gli strumenti.
Poi c’è la manutenzione, la spesa da fare, le lampadine da cambiare. Il ristorante
ci serve per questo. Forse ne apriamo un altro, ma abbiamo in progetto un parabola
per la televisione, sistemare meglio tutto”.
L’edificio è di proprietà del Ministero del Tesoro. Messo all’asta nel programma
di cessione dei beni dello stato non ha trovato acquirenti. L’energia elettrica
non è stata ancora tagliata, ma gli occupanti sono molto sobri e ne fanno un uso
morigerato. Tengono al loro ‘centro di accoglienza’ e sono attenti a che tutto
sia in ordine.

“La mia storia è lunga – racconta l’improvvisato cassiere – nell’ottobre del
2001 sono fuggito verso il Sudan. Ero un impiegato pubblico, ma il nostro governo,
se così si può definire, ti arruola nell'esercito e non sai mai quando finirai
il servizio militare. Ad ogni scadenza ti rinnovano arbitrariamente la ferma.
Lì sono rimasto un anno, arrangiandomi e cercando di guadagnare per poter pagare
il viaggio per l’Europa. Poi, nel novembre dell’anno dopo sono andato in Libia,
dove ho aspettato sei mesi prima di attraversare il Mediterraneo. Ho visto cose
terribili. A dicembre del 2002 è partita una nave con 180 persone. Per quello
che so nessuno è mai arrivato a destinazione, forse sono tutti morti. A gennaio
del 2003 un’altra carretta del mare ha perso 23 persone su 70. Non si parla di
chi scompare durante le traversate, i giornali non scrivono mai niente. Si interessano
solo di chi arriva”.
Le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di clandestini non hanno
scrupoli e dalle tante testimonianze raccolte tra i profughi emerge una realtà
drammatica. Non è possibile fare stime, ma di certo le persone che muoiono durante
i viaggi verso l’Italia sono di più di quante non si sappia ufficialmente.
Serina intanto non ha pace e con la sua voce da bimba e in un italiano già molto

‘romanesco’ grida: “Voglio giocare, mi sto annoiando, mi prendi in braccio”.
È bellissima questa bambina dalle complicate origini: la mamma etiope, il padre
eritreo, un nonno italiano. Nell’edificio vivono venti bambini, tutti al di sotto
dei cinque anni.
Il contrasto tra un luogo costruito per essere un modernissimo palazzo da uffici,
i neon, le pareti tipiche di questo tipo di strutture e l'umanità dimenticata
che lo ha requisito è enorme. Nel ristorante, seduti ai tavolini di plastica bianca
e con sedie tutte diverse tra loro, alcuni prendono il tè. Chiacchierano tranquilli,
scherzano, lasciano passare il tempo come solo in Africa è possibile fare. Un
televisore c'è, ma è spento in un angolo. Si avvicina la sera. Le donne stanno
ordinando il pane appena fatto in grandi vassoi. È quello non lievitato, indispensabile
nella famosa e buonissima cucina eritrea. In grandi pentoloni è già cotta la carne.
Celina è stanca, ha gli occhi del sonno, ma si informa senza reticenza: “Quando
torni mi porti i colori?”.