06/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Contestata la Corte alla terza udienza del processo a Saddam
Quando due degli avvocati di Saddam, il texano Ramsey Clark e l’ex ministro della Giustizia del Qatar al Nuaimi, si sono visti negare la parola dal giudice Amin, hanno abbandonato l’aula bunker, nella Zona Verde di Baghdad. L’ex dittatore iracheno allora ha sbottato: “Questo tribunale è illegale! Lo hanno creato gli americani”. La terza udienza del processo contro Saddam Hussein e sette altri imputati eccellenti è cominciata come le due precedenti: con gli imputati che contestano la legalità del Tribunale Speciale Iracheno, istituito dall’amministratore Usa, Paul Bremer, nel dicembre 2003.
 
Legittima insicurezza. La scorsa udienza era slittata per permettere alla difesa di sostituire i due membri del collegio assassinati e quelli che, per timore di ritorsioni, hanno lasciato il Paese. Il giudice Rizgar Mohammed al Amin, contestato da Khalil al Dulaimi, capo della difesa dell’ex dittatore, anche oggi ha negato la parola a Clark e Nuaimi, per fatto di essere stranieri. Ramsey Clark, controverso avvocato che in passato difese anche Slobodan Milosevic, ha sostenuto che “Questo processo può dividere oppure unire, ma se non sarà assolutamente equo, dividerà irrimediabilmente il popolo iracheno”. Clark poi, riferendosi ai due legali della difesa uccisi a ottobre, ha sottolineato che un elemento essenziale per l’equità è la protezione di chi “si trova qui per difendere con eroismo la verità e la giustizia”. “In questo processo è necessario proteggere anche gli avvocati come fossero testimoni” ha confermato Richard Dicker, delegato di Human Rights Watch.
 
Il testimone Ahmad Hassan al DujailiAccuse incrociate. A complicare ulteriormente la situazione della sicurezza c’è il gioco delle accuse incrociate, per cui da un lato il collegio di difesa del Raìs è accusato di essere implicato nell’uccisione di un fratello del giudice al Amin, mentre dall’altro, negli omicidi dei due membri della difesa, è stata paventata la partecipazione del ministero dell’Interno. Otto legali, tra accusa e difesa, sono stati uccisi, mentre sono oltre mille e cento quelli che lavoravano dietro le quinte del processo e hanno deciso di lasciare l’incarico per timore di ritorsioni. “Io e i miei colleghi siamo solo degli avvocati professionisti – ha dichiarato Thamir al Khuzaie, uno dei difensori di Saddam – non ci occupiamo di politica, ma proprio i politici ci hanno coinvolto nel loro gioco”.
Anche il rappresentante delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, John Pace, ha criticato apertamente le procedure in corso, sostenendo che “La debolezza del sistema giudiziario, sommata a tutti gli episodi che hanno fatto da cornice all’istituzione di questo tribunale, non potranno mai produrre un processo che soddisfi gli standard internazionali.”
 
A piccoli passi. Nonostante le polemiche e i rinvii, a piccoli passi, il processo procede: nell’udienza di ieri è stato sentito un testimone della strage di Dujail del Luglio 1982, e altri cinque, protetti da un telo per evitare ritorsioni, sono in attesa di comparire. Piccoli passi che hanno motivato le accuse di debolezza, mosse contro la Corte dal leader sciita Abdel al Hakim, cui il ministro della Giustizia iracheno ha replicato assicurando che una sentenza ci sarà, e verrà emessa dopo cinque sole udienze. Mentre si avvicinano le elezioni del 15 dicembre, il processo a Saddam continua a catturare l’attenzione degli iracheni. Già in occasione della seconda udienza c’erano state manifestazioni contrapposte, una a sostegno del Raìs a Tikrit, l’altra contro di lui nella città curda di Dujail. A questo proposito si discute anche sull’eventualità di continuare a trasmettere il processo in televisione: mostrare le immagini significa infatti concedere a Saddam la possibilità di lanciare pubblicamente le sue accuse contro le forze di occupazione nel Paese, mentre non mostrarle accentuerebbe le critiche sulla mancata trasparenza del processo. Gran parte della società irachena però, sembra aver già deciso sulla colpevolezza del Raìs. L’incertezza riguarda solo l’eventuale condanna a morte, una scelta inevitabile secondo il Primo Ministro al Jaafari, una condanna da non firmare secondo il presidente Talabani, che si è dichiarato contrario alla pena capitale. Nel frattempo il Consiglio Presidenziale iracheno ha ratificato nove condanne a morte contro imputati accusati di atti terroristici. 

Naoki Tomasini

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