Quando due degli
avvocati di Saddam, il texano Ramsey Clark e l’ex ministro della Giustizia del
Qatar al Nuaimi, si sono visti negare la parola dal giudice Amin, hanno
abbandonato l’aula bunker, nella Zona Verde di Baghdad. L’ex dittatore iracheno
allora ha sbottato: “Questo tribunale è illegale! Lo hanno creato gli
americani”. La terza udienza del processo contro Saddam Hussein e sette altri
imputati eccellenti è cominciata come le due precedenti: con gli imputati che
contestano la legalità del Tribunale Speciale Iracheno, istituito
dall’amministratore Usa, Paul Bremer, nel dicembre 2003.

Legittima
insicurezza. La scorsa
udienza era slittata per permettere alla difesa di sostituire i due membri del
collegio assassinati e quelli che, per timore di ritorsioni, hanno lasciato il
Paese. Il giudice Rizgar Mohammed al Amin, contestato da Khalil al Dulaimi,
capo della difesa dell’ex dittatore, anche oggi ha negato la parola a Clark e
Nuaimi, per fatto di essere stranieri. Ramsey Clark, controverso avvocato che
in passato difese anche Slobodan Milosevic, ha sostenuto che “Questo processo
può dividere oppure unire, ma se non sarà assolutamente equo, dividerà irrimediabilmente
il popolo iracheno”. Clark poi, riferendosi ai due legali della difesa uccisi
a
ottobre, ha sottolineato che un elemento essenziale per l’equità è la
protezione di chi “si trova qui per difendere con eroismo la verità e la
giustizia”. “In questo processo è necessario proteggere anche gli avvocati come
fossero testimoni” ha confermato Richard Dicker, delegato di Human Rights
Watch.
Accuse
incrociate. A complicare
ulteriormente la situazione della sicurezza c’è il gioco delle accuse
incrociate, per cui da un lato il collegio di difesa del Raìs è accusato di
essere implicato nell’uccisione di un fratello del giudice al Amin, mentre
dall’altro, negli omicidi dei due membri della difesa, è stata paventata la
partecipazione del ministero dell’Interno. Otto legali, tra accusa e difesa,
sono stati uccisi, mentre sono oltre mille e cento quelli che lavoravano dietro
le quinte del processo e hanno deciso di lasciare l’incarico per timore di
ritorsioni. “Io e i miei colleghi siamo solo degli avvocati professionisti – ha
dichiarato Thamir al Khuzaie, uno dei difensori di Saddam – non ci occupiamo di
politica, ma proprio i politici ci hanno coinvolto nel loro gioco”.
Anche il
rappresentante delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, John Pace, ha criticato
apertamente le procedure in corso, sostenendo che “La debolezza del sistema
giudiziario, sommata a tutti gli episodi che hanno fatto da cornice
all’istituzione di questo tribunale, non potranno mai produrre un processo che
soddisfi gli standard internazionali.”
A piccoli passi. Nonostante le polemiche e
i rinvii, a piccoli passi, il processo procede: nell’udienza di ieri è stato
sentito un testimone della strage di Dujail del Luglio 1982, e altri cinque,
protetti da un telo per evitare ritorsioni, sono in attesa di comparire.
Piccoli passi che hanno motivato le accuse di debolezza, mosse contro la Corte
dal leader sciita Abdel al Hakim, cui il ministro della Giustizia iracheno ha
replicato assicurando che una sentenza ci sarà, e verrà emessa dopo cinque sole
udienze. Mentre si avvicinano le elezioni del 15 dicembre, il processo a Saddam
continua a catturare l’attenzione degli iracheni. Già in occasione della
seconda udienza c’erano state manifestazioni contrapposte, una a sostegno del
Raìs a Tikrit, l’altra contro di lui nella città curda di Dujail. A questo
proposito si discute anche sull’eventualità di continuare a trasmettere il
processo in televisione: mostrare le immagini significa infatti concedere a
Saddam la possibilità di lanciare pubblicamente le sue accuse contro le forze
di occupazione nel Paese, mentre non mostrarle accentuerebbe le critiche sulla
mancata trasparenza del processo. Gran parte della società irachena però,
sembra aver già deciso sulla colpevolezza del Raìs. L’incertezza riguarda solo
l’eventuale condanna a morte, una scelta inevitabile secondo il Primo Ministro
al Jaafari, una condanna da non firmare secondo il presidente Talabani, che si
è dichiarato contrario alla pena capitale. Nel frattempo il Consiglio Presidenziale
iracheno ha ratificato nove condanne a morte
contro imputati accusati di atti terroristici.