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Scritto per noi da
Yael Artom
Una lunga storia. Questo contrasto è a volte ideologico, ma più spesso riguarda temi politici
ed economici. Parte della tensione deriva dalla legislazione israeliana che riguarda
specificatamente gli ultra-ortodossi.
Privilegi o diritti? Questo incontro è alla base della prima legislazione riguardante i religiosi
che includeva, ad esempio, l’esenzione automatica dal servizio militare per coloro
che studiano religione a tempo pieno. Oggi questa legislazione estende i diritti
e, all’esenzione, si aggiungono i contributi statali e altro ancora. La legislazione,
che nel 1948 riguardava solamente 400 persone, oggi riguarda più di 40mila. Il
gruppo originale che beneficiava di questi privilegi, piuttosto omogeneo, si è
trasformato in un gruppo che include una costellazione di credenti di varie correnti.
Questo insieme di norme è al centro di aspri dibattiti fra religiosi e laici. I contributi statali e l’esenzione automatica dal servizio militare sono oggetto
di continue polemiche, anche per i pericoli ai quali sono esposti i soldati in
Israele e visto che la maggior parte degli ultra-ortodossi è di destra. La situazione
è complicata dall’intervento della politica. I partiti religiosi sono una minoranza,
ma il loro peso è determinante in Israele, dove le maggioranze non sono mai troppo
larghe. I partiti religiosi fanno pesare il loro voto a favore di chi promette
di elaborare leggi a loro favore. Per esempio, in un Paese avanzato come Israele,
non esiste il matrimonio civile. A contribuire alle polemiche non sono solo i
partiti religiosi, ma anche lo Shinui, il partito per i diritti dei laici, spesso offensivo nei confronti dei religiosi.
Una società complessa. Ma la legislazione riguardante la comunità religiosa non ha effetti solo sulla
parte laica della popolazione. Per esempio, l’esenzione dall’esercito fino a poco
tempo fa veniva concessa solo a condizione che il candidato studiasse solamente
e non lavorasse. Così, mentre gli uomini si dedicano agli studi religiosi, sono
le donne a mantenere la famiglia e questo rappresenta una contraddizione per la
comunità religiosa che ha un’idea tradizionale della famiglia. Coloro che accettano
il contribuito statale riconoscono implicitamente lo stato di Israele, osteggiato
da molti ultra-ortodossi perché non ha natura religiosa. Molti decidono di non
arruolarsi nell’esercito per paura che il contatto con l’esterno li allontani
dalla loro comunità, cosa che effetivamente accade spesso. La figura di un uomo
vestito in bianco e nero, con cappello, riccioli e barba, è diventata un simbolo,
ma gli ebrei credenti sono in realtà di molti tipi, diversi non solo a seconda
del grado di religiosità, ma anche a seconda delle varie correnti interne all’ebraismo
ortodosso.
Un arcipelago sfaccettato. Le ultime due correnti fioriscono soprattutto fuori da Israele, e fanno storcere
il naso agli ultra-ortodossi che le considerano alla stregua di eresie. In Israele
domina l’ebraismo ortodosso, che comunque varia a seconda dei gruppi, della provenienza
anche se remota (Sefarditi o Ashkenaziti, cioè di provenienza e tradizioni del
Nord Africa o dell’Europa dell’Est) e della loro aderenza alle diverse tradizioni.
Quella che a occhi esterni appare come un mondo uniforme è, in realtà, ricco di
differenze anche sostanziali. Una varietà di stili che rappresenta, agli occhi
dei conoscitori, una scelta: il tipo di cappello, la gonna, i pantaloni sono tutte
espressioni delle diverse correnti. Da quelli più estremisti a coloro che non
riconoscono lo stato d’Israele. Dai gruppi che si rinchiudono in una specie di
ghetto a quelli che comunicano spesso col mondo esterno e così via. In generale,
gli ultra-ortodossi vengono chiamati in Israele kipà schorà (un termine generico come ultra-ortodossi), o peggio ancora dossim (dal termine Yiddish che indica un religioso), che ha connotazioni negative. Kipà Schorà vuol dire ‘papalina nera’ ed è usato come contrasto a kipà srugà, papalina fatta a maglia. Il secondo gruppo è quello dei religiosi integrati
nella società israeliana che si arruolano, vestono in modo ‘normale’ e riconoscono
lo stato di Israele. Completamente opposta è l’immagine di kipà schorà: facendo di tutta l’erba un fascio, l’immagine è quella di un gruppo estremamente
chiuso, che sfugge i contatti con l’esterno e parla solamente yiddish. In realtà, questa comunità non è omogenea, ma raccoglie tanti movimenti, e
le differenze fra i vari movimenti sono tante.