03/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Al via missione Ue nella crisi più delicata d'Europa
MappaDal primo dicembre è iniziata la missione europea di monitoraggio di uno dei più delicati confini d’Europa: quello tra l’Ucraina e l’autoproclamata repubblica sovietica di Transnistria, entità statale non riconosciuta dalla comunità internazionale, nata nel 1992 dopo una breve e vittoriosa guerra d’indipendenza combattuta contro l’esercito moldavo, e costata 1.500 morti e 100 mila profughi.
 
Escalation della tensione. Questo anacronistico bastione del comunismo, ma più che altro della mafia russa, è considerato un buco nero attraverso il quale vengono contrabbandati enormi quantitativi di droga, alcolici e soprattutto armi. Armi leggere prodotte nelle fabbriche locali della  Sherif, la società del presidente della Transnistria Igor Smirnov, e quelle pesanti degli enormi arsenali sovietici presenti sul territorio (v. 'Il buco nero d'Europa'). Carro aramto russo a Tirsapol (Foto:Tonino Frenz) Da qui la missione di monitoraggio dell’Unione europea: 70 guardie di frontiera europee, assistite da 50 agenti moldavi, che per almeno due anni controlleranno i 400 chilometri di confine tra Transnistria e Ucraina e i sospetti traffici che avvengono nel grande porto ucraino di Odessa, subito a sud della repubblica fantasma.
Tutto questo in un momento in cui la questione della Transnistria, dopo anni di relativa tranquillità, vive un pericolosa escalation di tensione che rischia di riproporre scenari da guerra fredda che si pensavano ormai superati.
Nell’ultimo mese si è registrata una serie di mosse e contromosse da una parte e dall’altra che, dopo anni di “conflitto congelato” (così il Consiglio d’Europa si riferisce alla questione della Transnistria) e di infruttuose trattative internazionali a tre (Russia, Moldova e Osce), rischiano di ‘scongelare’ questa crisi dal sapore antico.
 
Bandiera della Transnistria Il pressing di Usa e Ue. A innescare l’aumento della tensione è stato il mutamento degli equilibri regionali prodotto dalla svolta filo-occidentale del governo moldavo dopo le elezioni del marzo di quest’anno, e soprattutto dalla rivoluzione ‘arancione’ in U craina e dal conseguente mutamento di rotta di Kiev sulla questione Transnistria. Mentre il governo ucraino filo-russo Leonid Kuchma sosteneva e spalleggiava, anch e geograficamente, la piccola repubblica ribelle, quello filo-americano dell’ ‘arancione’ Viktor Yushenko si è allineato subito con Stati Uniti, Nato e Ue chiedendo il rispetto da parte di Mosca degli accordi di Istanbul del 1999 che prevedevano il completo ritiro russo entro la fine del 2002. All’inizio di quest’anno Yushenko si è addirittura fatto personalmente  promotore di una soluzione negoziale che prevedeva la garanzia di uno ‘status speciale’ della T ransnistria all’interno dello Stato Palazzo del Soviet a Tirsapol (Foto:Tonino Frenz)moldavo in cambio di libere elezioni da tenersi nella repubblica separatista sotto monitoraggio internazionale. Non quindi quelle a partito unico per il rinnovo del Soviet Supremo previste per l’11 dicembre, cioè tra pochi giorni: l’Osce ha chiarito che quelle non sono considerabili elezioni democratiche. Inoltre, sia Ucraina che Moldova hanno chiesto di coinvolgere anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea nelle trattative a tre. Cosa che è avvenuta alla ripresa dei negoziati, in ottobre, con gran disappunto da parte del Cremlino, già infastidito dal progetto di costruzione di una base militare Usa in Romania, legata a doppio filo alla Moldova per affinità etnica.
 
La reazione di Tirsapol e Mosca. Di fronte al crescente pressing dell’Occidente e dei suoi nuovi alleati regionali, la Transnistria e la Russia hanno reagito alzando le barricate e i toni dello scontro.
Il 9 novembre il presidente transnistriano Smirnov ha dichiarato che “il coinvolgimento di Usa e Ue nelle trattative non porterà a nulla di buono” e che “vist a la situazione, la riunificazione con la Moldova non è accettabile nei termini pos Igor Smirnovti dagli ultimi negoziati. Di conseguenza – ha a nnunciato a sorpresa Smirnov – è arrivato il momento di lavorare per il riconoscimento dell’indipendenza della nostra repubblica: presto nessuno più dirà ‘autoproclamata’ repubblica indipendente quando si riferirà alla Transnistria”.
Lo stesso giorno il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, in visita in Romania per chieder spiegazioni sulla questione della base Usa, ha annunciato che Mosca non ha nessuna intenzione di ritirare le sue truppe dalla Transnistria, in quanto “essenziali per la stabilità della regione”, stabilità che secondo il Cremlino è minacciata dall’espansione militare degli Usa e della Nato verso l’Europa orientale e il Caucaso meridionale. Un’espansione effettivamente sempre più decisa, a cui Mosca si oppone a sua volta con sempre maggiore risolutezza. Si crea così un nuovo clima da guerra fredda, una guerra che rischia sempre più di tornare ad essere calda nei punti critici di contatto tra i due blocchi, ovvero nelle repubbliche separatiste sostenute economicamente e militarmente dalla Russia: la Transnistria in Moldava, l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud in Georgia, il Nagorno Karabakh in Azerbaigian. Repubbliche sostenute soprattutto perché fonti di enormi guadagni illeciti per la potente mafia russa che le ha trasformate in base di traffici di ogni genere. Traffici che arricchiscono ristrette élite malavitose locali, come il clan Smirnov in Transnistria, ma che lasciano le popolazione nella miseria più nera.
 

Enrico Piovesana

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