02/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La giornata mondiale contro la schiavitù. Dimenticata da tutti
Sono passati ormai 79 anni dall’adozione della Convenzione che nel 1927 mise fuorilegge la schiavitù in tutto il mondo, ma nessuno sembra essersene accorto. Il 2 dicembre, giornata mondiale contro la schiavitù, è un appuntamento che quest’anno più che mai è passato in sordina, senza l’attenzione che avrebbe meritato da parte dei media e senza che siano state organizzate iniziative significative per ricordare questo importante appuntamento. Eppure la schiavitù, una pratica tanto degradante quanto antica, è ben lungi dall’essere stata debellata.
 
Falso ottimismo. Le ragioni per rimboccarsi le maniche ci sarebbero: secondo gli ultimi dati forniti dalle agenzie dell’Onu e dalle associazioni del settore, a oggi 27 milioni di persone sarebbero ancora ridotte in schiavitù. Un numero enorme che purtroppo non fa notizia, sebbene gli ultimi dati mostrino un fenomeno in costante aumento. Un fenomeno che, con modalità diverse, è diffuso in tutto il mondo e proprio per questo non può essere associato con superficialità a “tare” di società spesso additate come meno civili di quella occidentale.
 
Schiavitù di diritto. Le forme di schiavitù sono varie, e date da ragioni di tipo sia economico che sociale. Quella che potremmo definire “di diritto” e che vede un individuo privato della propria libertà dalla nascita perché figlio di altri schiavi è anche quella meno diffusa, anche se in alcuni paesi (Niger e Mauritania in primis) rimane una pratica piuttosto comune. Nonostante alcuni passi avanti fatti negli ultimi anni a livello legislativo è piuttosto difficile sradicare un fenomeno sociale vecchio di secoli come questo, anche perché gli schiavi non sanno leggere né scrivere e non hanno accesso ai mezzi di informazione e quindi non sono neanche a conoscenza delle nuove norme che li tutelano. Nel Niger si calcola che 47 mila persone vivano ancora in schiavitù, con percentuali che in alcune regioni toccano il 95 percento della popolazione.
 
Sfruttamento sessuale. Ben diversi sono gli altri fenomeni di schiavitù, collegati allo sfruttamento sessuale o economico. Il primo riguarda da vicino gli occidentali, beneficiari principali del business della prostituzione e del turismo sessuale che dal sud-est asiatico si sta allargando in maniera preoccupante a Paesi (in Sudamerica e Africa soprattutto) che non hanno una legislazione adeguata per far fronte al problema. Un giro di affari che muove miliardi di dollari ogni anno e che, molto spesso, vede gli stessi familiari costringere donne e bambini a prostituirsi. Una pratica degradante ma che nei paesi poveri è accettata, perché porta comunque denaro in realtà economiche disastrate. Tutto ciò dà alle reti criminali che gestiscono la tratta delle ragazze e al turismo sessuale un’ampia gamma di Paesi dove organizzare i traffici e una flessibilità che rende il fenomeno difficile da combattere.
 
Lavoro forzato. Ma il fenomeno più diffuso è quello dello sfruttamento economico, che coinvolge circa 20 milioni di persone tra bambini e adulti. Pratica anche questa diffusa in tutto il mondo e incoraggiata dalle aziende dei paesi ricchi che, interessate a abbassare i costi, delocalizzano la produzione legandosi a partner poco affidabili che non rispettano i diritti elementari dei lavoratori. Alcuni scandali emersi negli anni scorsi, come quello dei palloni utilizzati dalla Fifa e cuciti dai bambini pakistani, hanno portato il problema alla luce dei media per un certo periodo. Ultimamente però la guardia sembra essersi di nuovo abbassata, facendo (a torto) pensare che la battaglia sia stata vinta. In realtà è proprio il silenzio dei mezzi di informazione e il disinteresse della società che permette a pratiche del genere di proseguire indisturbate. 

Matteo Fagotto

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