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Sono passati ormai 79 anni
dall’adozione della Convenzione che nel 1927 mise fuorilegge la schiavitù in
tutto il mondo, ma nessuno sembra essersene accorto. Il 2 dicembre, giornata
mondiale contro la schiavitù, è un appuntamento che quest’anno più che mai è
passato in sordina, senza l’attenzione che avrebbe meritato da parte dei media e senza che siano state
organizzate iniziative significative per ricordare questo importante
appuntamento. Eppure la schiavitù, una pratica tanto degradante quanto antica,
è ben lungi dall’essere stata debellata.
Schiavitù di diritto. Le forme di schiavitù sono varie, e date da
ragioni di tipo sia economico che sociale. Quella che potremmo definire “di
diritto” e che vede un individuo privato della propria libertà dalla nascita
perché figlio di altri schiavi è anche quella meno diffusa, anche se in alcuni
paesi (Niger e Mauritania in primis) rimane una pratica piuttosto comune.
Nonostante alcuni passi avanti fatti negli ultimi anni a livello legislativo è
piuttosto difficile sradicare un fenomeno sociale vecchio di secoli come
questo, anche perché gli schiavi non sanno leggere né scrivere e non hanno
accesso ai mezzi di informazione e quindi non sono neanche a conoscenza delle
nuove norme che li tutelano. Nel Niger si calcola che 47 mila persone vivano
ancora in schiavitù, con percentuali che in alcune regioni toccano il 95
percento della popolazione.
Sfruttamento sessuale. Ben diversi sono gli altri fenomeni di
schiavitù, collegati allo sfruttamento sessuale o economico. Il primo riguarda
da vicino gli occidentali, beneficiari principali del business della
prostituzione e del turismo sessuale che dal sud-est asiatico si sta allargando
in maniera preoccupante a Paesi (in Sudamerica e Africa soprattutto) che non
hanno una legislazione adeguata per far fronte al problema. Un giro di affari
che muove miliardi di dollari ogni anno e che, molto spesso, vede gli stessi
familiari costringere donne e bambini a prostituirsi. Una pratica degradante ma
che nei paesi poveri è accettata, perché porta comunque denaro in realtà
economiche disastrate. Tutto ciò dà alle reti criminali che gestiscono la
tratta delle ragazze e al turismo sessuale un’ampia gamma di Paesi dove
organizzare i traffici e una flessibilità che rende il fenomeno difficile da
combattere.
Lavoro
forzato. Ma il fenomeno più diffuso è quello dello
sfruttamento economico, che coinvolge circa 20 milioni di persone tra bambini
e
adulti. Pratica anche questa diffusa in tutto il mondo e incoraggiata dalle
aziende dei paesi ricchi che, interessate a abbassare i costi, delocalizzano la
produzione legandosi a partner poco affidabili che non rispettano i diritti
elementari dei lavoratori. Alcuni scandali emersi negli anni scorsi, come
quello dei palloni utilizzati dalla Fifa e cuciti dai bambini pakistani, hanno
portato il problema alla luce dei media
per un certo periodo. Ultimamente però la guardia sembra essersi di nuovo
abbassata, facendo (a torto) pensare che la battaglia sia stata vinta. In
realtà è proprio il silenzio dei mezzi di informazione e il disinteresse della
società che permette a pratiche del genere di proseguire indisturbate. Matteo Fagotto