“Cercherò di spiegare perché tante migliaia di persone sono
scomparse”, dice Nassera Dutour, la portavoce di
Sos Disparus, il
collettivo delle famiglie delle persone scomparse durante la guerra civile in
Algeria. L’organizzazione, con sedi a Parigi e ad Algeri, si occupa di
raccogliere e testimoniare le vicende dei desaparecidos algerini. Lei stessa,
il 30 gennaio 1997, ha perduto le tracce del suo secondo figlio, prelevato
insieme a chissà quanti suoi coetanei dai Servizi Segreti. Il 22 novembre,
Nassera era in Italia per un incontro pubblico
insieme ad Amnesty International.
“L’associazione - esordisce la donna - è nata dopo la
sparizione di mio figlio. All’inizio mi sono battuta per cercarlo vivo, ora
continuo a farlo per averlo almeno da morto”. Di fronte alla platea non c’è
solo una donna che si batte per il diritto alla vita, quella che parla è una
mamma che ha perduto suo figlio. “Rappresento tutte le famiglie degli
scomparsi, tutte quelle madri che aspettano ancora di avere notizie dei figli.
Nessuna madre può pensare che il proprio figlio non tornerà più. E come si fa
ad accettare l’idea di un proprio caro torturato, maltrattato o ucciso?” La
tortura in Algeria è una pratica molto frequente nei confronti di chi manifesta
le proprie opinioni o si arroga il diritto di indagare il passato. “Ma la
peggiore tortura per una madre - spiega Nassera - è quella di non sapere nulla
per anni dei propri parenti scomparsi. Non conoscere la sorte dei propri figli
significa passare giorni e notti sognando il loro ritorno”.

Nonostante il terrore delle donne di denunciare le
sparizioni, il 2 agosto 1998 si tenne ad Algeri la prima manifestazione delle
madri degli scomparsi. Da allora, ogni mercoledì queste donne si sono riunite,
per protestare simbolicamente, davanti alla Commissione Nazionale dei Diritti
dell’Uomo. Con coraggio e costanza queste donne sono riuscite a farsi
conoscere. Finalmente, il 10 maggio 2001, il Ministro dell’Interno, sulla base
di un interrogazione parlamentare, dovette ammettere che, effettivamente,
diverse centinaia di persone erano scomparse. La cifra ufficiale fornita dal
Ministero fu di 4880 persone. Ma si ritiene fossero molte di più. Sos Disparus
non è ben vista dal governo algerino. Nei primi due anni di vita ricevette
minacce, intimidazioni e vessazioni di ogni tipo. Nassera stessa viene sempre
tenuta sotto osservazione dalle autorità. Per tutto il 2002 e il 2003 la stampa
algerina ha montato una campagna denigratoria contro di lei, accusandola di
vendere i dossier degli scomparsi alle Ong straniere, allo scopo di raccogliere
fondi per se stessa.
Poco più di un mese fa il presidente Abdelaziz Bouteflika ha
ottenuto l’approvazione di una carta per la pace e la riconciliazione
nazionale, un documento che di fatto concede l’amnistia a tutti gli agenti che
hanno applicato la tortura. Nassera proprio non ci sta, e rivendica il diritto
di non dimenticare: “Si tratta di una carta anti-democratica e
incostituzionale, che permette allo stato d’imprigionare chiunque, come me,
stia parlando di questi temi davanti a una platea. Questo perché nel testo si
precisa che è totalmente vietato sporcare l’immagine dell’Algeria sia
all’interno che all’estero. Non si può più parlare degli scomparsi, di tutte
quelle persone inghiottite dalle stanze della polizia. Si può parlare solo
delle vittime dei terroristi”.

Sig.ra Dutour, cosa
ha fatto dopo il rapimento di suo figlio? “L’ho cercato dappertutto:
caserme, gendarmerie, commissariati e tribunali. Ho parlato con tutti senza
successo. Non riuscivo a capire perché tutte le persone cui mi rivolgevo
fossero giovani, fra i 25 e i 35 anni, che già parlavano come dei mostri. Erano
persone prive di sensibilità e umanità. Ho perlustrato l’Algeria da cima a
fondo. Per un certo periodo ero riuscita a seguire il percorso fatto da mio
figlio, finché non ne persi le tracce 18 mesi dopo. Accadde in una caserma dei
servizi segreti dove, dopo avere insistito a lungo, un giovane militare mi
disse che mio figlio era morto. Gli chiesi il perché, e lui mi rispose
laconico: ‘perché è così’ “.
Come ha trovato la forza
di reagire e fondare Sos Disparus?
“Ho pensato tante volte al suicidio, ma Amnesty International e la Lega
Francese per i Diritti dell’Uomo mi sono state molto vicino e mi hanno aiutata
a sopravvivere. Poi ad un certo punto ho realizzato che non avrei mai più
ritrovato mio figlio, ho capito che era in atto una politica di terrore voluta dal governo e che dovevo battermi in
un altro modo. Così sono tornata in Francia e ho fondato l’associazione Sos
Disparus.”