Sviluppo economico inarrestabile e rispetto dei diritti
umani. Due questioni che in Cina sono indissolubilmente legate. Ne parliamo con
un profondo conoscitore di questo immenso Paese, Paolo Pobbiati, presidente di
Amnesty Italia. La crescita economica cinese crea grandi disuguaglianze
e spesso si basa sullo sfruttamento dei suoi lavoratori. Senza contare una
pesante eredità del passato: i
laogai,
campi di rieducazione attraverso il lavoro che sono sopravvissuti dall’epoca di
Mao Tse Tung fino a oggi, era proto-capitalistica. La recente visita dell’ispettore
Onu per le torture non basterà poi a far luce sugli abusi che vengono
perpetrati nelle prigioni. Secondo Pobbiati, bisognerebbe fare di più: maggiori
pressioni della comunità internazionale e anche delle aziende straniere che in
Cina fanno grandi affari.
Lo sviluppo cinese si
basa proprio sullo sfruttamento di milioni di persone?
E’ vero in parte. La Cina sta entrando in una fase simile a
quella proto-capitalistica europea di un secolo fa e le masse di lavoratori non
sono assolutamente tutelate, ma non si può dire che lo sviluppo sia basato solo
sullo sfruttamento. Il Paese si è lanciato in una crescita economica che non ha
precedenti nella storia - da 15 anni viaggia su tassi di sviluppo dell’8/10 per cento – e che
inevitabilmente crea grandi disuguaglianze. Molte persone si trovano
espropriate dei diritti acquisiti durante l’epoca comunista, poi ci sono grandi
differenze tra città e campagna, zone interne meno sviluppate e coste, dove invece
sorgono città come Shanghai.
C’è ancora chi si
oppone alle disuguaglianze come a fine anni Ottanta?
Ai tempi di piazza Tienanmen la dissidenza cinese era
formata da studenti e intellettuali che chiedevano democrazia, libertà e una
gestione diversa dello Stato. Oggi, invece, questa categoria di dissidenti è quasi
scomparsa. Molti sono fuggiti all’estero e quelli che sono rimasti in Cina o
sono disillusi o si trovano ancora in carcere. Oggi la dissidenza che agita la
Cina è più sociale ed economica che politica. E’ formata da contadini,
taglieggiati da funzionari corrotti nelle aree rurali, e da operai che non
hanno alcun tipo di tutela sindacale. In generale da coloro che sono
esclusi dal miracolo economico cinese.
Recentemente ci sono
state diverse proteste ambientali…
Succede che piccoli proprietari terrieri siano espropriati
delle loro terre e che a Pechino, in vista delle Olimpiadi, interi
quartieri
vengano distrutti. I loro abitanti sono stati letteralmente deportati
senza che
venisse concordato un indennizzo equo per la perdita delle case. Adesso
il cinese medio non ha più diritto all’assistenza sanitaria perché
siamo
passati da uno Stato iper-presente che garantiva i servizi sociali a un
sistema
privatizzato. I cinesi poveri non possono andare in ospedale e curarsi.
Gli incidenti in
fabbriche e miniere sono sempre più frequenti. Per i lavoratori non esiste
alcuna tutela?
In questa fase di crescita
economica chi
si lancia in un’operazione imprenditoriale non è obbligato a rispettare i
diritti umani, le libertà sindacali, gli standard ambientali e le norme di
sicurezza. La crescita cinese va regolamentata, altrimenti i disastri saranno
inevitabili.
Il governo cinese ha permesso
all’ispettore Onu per le torture di visitare le carceri del
Paese dopo anni di trattative. Ma cosa sarà riuscito a vedere?
E’ inutile farsi illusioni. I cinesi fanno vedere alle
delegazioni straniere nelle carceri solo quello che vogliono. Gli ex detenuti
cinesi raccontano che, quando dovevano arrivare i delegati, i carcerieri
facevano far loro la doccia e indossare una divisa nuova. Le brande venivano
messe in ordine, le celle ripulite e le persone più imbarazzanti da mostrare,
come i detenuti politici, venivano nascoste in altre stanze. Bisogna poi vedere
se l’ispettore potrà scegliere quali prigioni visitare in un Paese così grande.
Si sa, tuttavia, che
la tortura è una pratica diffusa…
Sì, sono metodi che le autorità carcerarie usano normalmente
con i detenuti. La tortura è applicata per ottenere confessioni, ma soprattutto
per annullare e creare una nuova personalità ai prigionieri. Un obiettivo che
rimanda
alla cultura del confucianesimo e per cui sono stati creati i cosiddetti laogai, i campi di rieducazione
attraverso il lavoro.
I laogai servono
anche per avere un grosso bacino di manodopera a basso costo?
Molto probabilmente sì, anche
se è difficile dare una valutazione precisa del fenomeno.Mi viene in mente il
film Schindler’s
List che ben mostra come anche l’industria
tedesca trovasse manodopera a costo zero nei campi di concentramento nazisti.
Purtroppo
non è possibile avere informazioni precise sui laogai, sottoposti a segreto di Stato. Si suppone comunque che si
trovino sparsi in tutto il Paese.
Milioni di operai
producono a basso costo per aziende straniere. Anche noi occidentali siamo responsabili
di quanto accade ai lavoratori cinesi?
Le aziende straniere hanno una grande responsabilità. perché potrebbero essere
uno
dei veicoli con cui introdurre nel paese politiche del lavoro, della sicurezza,
sindacali, ambientali che oggi in Cina mancano. Inoltre dovrebbero
mantenere un codice etico anche quando vanno a produrre in Cina. Un
esempio: non dovrebbe più accadere che aziende occidentali come
Microsoft e Cisco, o motori di ricerca come Yahoo e Google, adattino i loro prodotti
a
disposizioni restrittive della libertà di espressione e di informazione, o che
forniscano al
governo cinese i dati dei loro navigatori Internet, finendo col favorire la
repressione di chi esprime le proprie idee sulla Rete.
In una recente visita,
Bush ha chiesto al presidente cinese Hu Jintao di rispettare i diritti umani.
Quanto
conta la pressione della comunità internazionale?
Molto, anche se la dichiarazione del presidente Usa rientra
nel gioco delle parti. Bush in Cina parla di diritti umani per rispondere alle
aspettative del suo elettorato.
Cosa si può fare per
innescare un cambiamento nella Repubblica Popolare?
Adesso si può fare molto poco. Oggi è più difficile
contrattare con la Cina perché paghiamo
quindici anni di inazione della comunità internazionale e perché questo
Paese
Paese si trova in una posizione di maggiore forza rispetto al passato.
L’occidente è più arrendevole e qui sono numerose pressioni
persino per togliere l’embargo Ue alla vendita
di armi imposto nel 1989, dopo i fatti di Tienanmen.
Un embargo violato
diverse volte: in questi giorni l’azienda bresciana Beretta ha stretto un
accordo milionario con Pechino.
Speriamo di non dover vedere quanto vale il made in Italy se ci
sarà una repressione da parte della polizia cinese di qualche manifestazione,
magari di contadini che hanno perso la terra o di operai rimasti senza lavoro.
L’Italia non dovrebbe esportare armi verso Paesi che violano
i diritti umani; Amnesty International e la Rete
Disarmo, nell’ambito della campagna ControlArms sul controllo della vendita di
armi, ha ripetutamente chiesto un più puntuale applicazione della legge 185 che
prescrive il controllo del Parlamento per le esportazioni di armi non a uso
civile, proprio per evitare che le armi italiane possano finire in mani
sbagliate come spesso nel recente passato è avvenuto.