05/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il presidente di Amnesty Italia parla della Cina
  Operaie
Sviluppo economico inarrestabile e rispetto dei diritti umani. Due questioni che in Cina sono indissolubilmente legate. Ne parliamo con un profondo conoscitore di questo immenso Paese, Paolo Pobbiati, presidente di Amnesty Italia. La crescita economica cinese crea grandi disuguaglianze e spesso si basa sullo sfruttamento dei suoi lavoratori. Senza contare una pesante eredità del passato: i laogai, campi di rieducazione attraverso il lavoro che sono sopravvissuti dall’epoca di Mao Tse Tung fino a oggi, era proto-capitalistica. La recente visita dell’ispettore Onu per le torture non basterà poi a far luce sugli abusi che vengono perpetrati nelle prigioni. Secondo Pobbiati, bisognerebbe fare di più: maggiori pressioni della comunità internazionale e anche delle aziende straniere che in Cina fanno grandi affari.
 
Lo sviluppo cinese si basa proprio sullo sfruttamento di milioni di persone?
E’ vero in parte. La Cina sta entrando in una fase simile a quella proto-capitalistica europea di un secolo fa e le masse di lavoratori non sono assolutamente tutelate, ma non si può dire che lo sviluppo sia basato solo sullo sfruttamento. Il Paese si è lanciato in una crescita economica che non ha precedenti nella storia - da 15 anni viaggia su tassi  di sviluppo dell’8/10 per cento – e che inevitabilmente crea grandi disuguaglianze. Molte persone si trovano espropriate dei diritti acquisiti durante l’epoca comunista, poi ci sono grandi differenze tra città e campagna, zone interne meno sviluppate e coste, dove invece sorgono città come Shanghai.

C’è ancora chi si oppone alle disuguaglianze come a fine anni Ottanta?
Ai tempi di piazza Tienanmen la dissidenza cinese era formata da studenti e intellettuali che chiedevano democrazia, libertà e una gestione diversa dello Stato. Oggi, invece, questa categoria di dissidenti è quasi scomparsa. Molti sono fuggiti all’estero e quelli che sono rimasti in Cina o sono disillusi o si trovano ancora in carcere. Oggi la dissidenza che agita la Cina è più sociale ed economica che politica. E’ formata da contadini, taglieggiati da funzionari corrotti nelle aree rurali, e da operai che non hanno alcun tipo di tutela sindacale. In generale da coloro che sono esclusi dal miracolo economico cinese.

Recentemente ci sono state diverse proteste ambientali…
Succede che piccoli proprietari terrieri siano espropriati delle loro terre e che a Pechino, in vista delle Olimpiadi, interi quartieri vengano distrutti. I loro abitanti sono stati letteralmente deportati senza che venisse concordato un indennizzo equo per la perdita delle case. Adesso il cinese medio non ha più diritto all’assistenza sanitaria perché siamo passati da uno Stato iper-presente che garantiva i servizi sociali a un sistema privatizzato. I cinesi poveri non possono andare in ospedale e curarsi.
 
Paolo Pobbiati e un ex detenuta cineseGli incidenti in fabbriche e miniere sono sempre più frequenti. Per i lavoratori non esiste alcuna tutela?
In questa fase di crescita economica chi si lancia in un’operazione imprenditoriale non è obbligato a rispettare i diritti umani, le libertà sindacali, gli standard ambientali e le norme di sicurezza. La crescita cinese va regolamentata, altrimenti i disastri saranno inevitabili.

Il governo cinese ha permesso all’ispettore Onu per le torture di visitare le carceri del Paese dopo anni di trattative. Ma cosa sarà riuscito a vedere?
E’ inutile farsi illusioni. I cinesi fanno vedere alle delegazioni straniere nelle carceri solo quello che vogliono. Gli ex detenuti cinesi raccontano che, quando dovevano arrivare i delegati, i carcerieri facevano far loro la doccia e indossare una divisa nuova. Le brande venivano messe in ordine, le celle ripulite e le persone più imbarazzanti da mostrare, come i detenuti politici, venivano nascoste in altre stanze. Bisogna poi vedere se l’ispettore potrà scegliere quali prigioni visitare in un Paese così grande.

Si sa, tuttavia, che la tortura è una pratica diffusa…
Sì, sono metodi che le autorità carcerarie usano normalmente con i detenuti. La tortura è applicata per ottenere confessioni, ma soprattutto per annullare e creare una nuova personalità ai prigionieri. Un obiettivo che rimanda alla cultura del confucianesimo e per cui sono stati creati i cosiddetti laogai, i campi di rieducazione attraverso il lavoro.
 
I laogai servono anche per avere un grosso bacino di manodopera a basso costo?
Molto probabilmente sì, anche se è difficile dare una valutazione precisa del fenomeno.Mi viene in mente il film Schindler’s List  che ben mostra come anche l’industria tedesca trovasse manodopera a costo zero nei campi di concentramento nazisti. Purtroppo non è possibile avere informazioni precise sui laogai, sottoposti a segreto di Stato. Si suppone comunque che si trovino sparsi in tutto il Paese.
 
Milioni di operai producono a basso costo per aziende straniere. Anche noi occidentali siamo responsabili di quanto accade ai lavoratori cinesi?
Le aziende straniere hanno una grande responsabilità. perché potrebbero essere uno dei veicoli con cui introdurre nel paese politiche del lavoro, della sicurezza, sindacali, ambientali che oggi in Cina mancano. Inoltre dovrebbero mantenere un codice etico anche quando vanno a produrre in Cina. Un esempio: non dovrebbe più accadere che aziende occidentali come Microsoft e Cisco, o motori di ricerca come Yahoo e Google, adattino i loro prodotti a disposizioni restrittive della libertà di espressione e di informazione, o che forniscano al governo cinese i dati dei loro navigatori Internet, finendo col favorire la repressione di chi esprime le proprie idee sulla Rete.
 
In una recente visita, Bush ha chiesto al presidente cinese Hu Jintao di rispettare i diritti umani. Manfred Nowak Quanto conta la pressione della comunità internazionale?
Molto, anche se la dichiarazione del presidente Usa rientra nel gioco delle parti. Bush in Cina parla di diritti umani per rispondere alle aspettative del suo elettorato.

Cosa si può fare per innescare un cambiamento nella Repubblica Popolare?
Adesso si può fare molto poco. Oggi è più difficile contrattare con la Cina  perché paghiamo quindici anni di inazione della comunità internazionale e perché questo Paese Paese si trova in una posizione di maggiore forza rispetto al passato. L’occidente è più arrendevole e qui sono numerose pressioni persino per togliere l’embargo Ue alla vendita di armi imposto nel 1989, dopo i fatti di Tienanmen.

Un embargo violato diverse volte: in questi giorni l’azienda bresciana Beretta ha stretto un accordo milionario con Pechino.
Speriamo di non dover  vedere quanto vale il made in Italy se ci sarà una repressione da parte della polizia cinese di qualche manifestazione, magari di contadini che hanno perso la terra o di operai rimasti senza lavoro. L’Italia non dovrebbe esportare armi verso Paesi che violano i diritti umani; Amnesty International e la Rete Disarmo, nell’ambito della campagna ControlArms sul controllo della vendita di armi, ha ripetutamente chiesto un più puntuale applicazione della legge 185 che prescrive il controllo del Parlamento per le esportazioni di armi non a uso civile, proprio per evitare che le armi italiane possano finire in mani sbagliate come spesso nel recente passato è avvenuto.

Francesca Lancini

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