01/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Pentagono pagava giornali iracheni per pubblicare pezzi pro Usa
La situazione in Iraq non è tragica come quella raccontata dai media, ripetono da tempo gli esponenti dell’amministrazione Bush. Ma non ci si immaginava che il Pentagono si fosse già dato da fare attivamente per cambiare questa tendenza. Per contrastare la lista senza fine di attacchi suicidi, rapimenti che spesso finiscono con un’esecuzione e omicidi settari, il dipartimento alla Difesa statunitense ha infatti pensato di combattere una nuova guerra, fatta di parole. Il Los Angeles Times ha scoperto l’esistenza di un giro milionario messo in piedi per piazzare sui giornali iracheni articoli scritti da soldati statunitensi, facendo credere ai quotidiani che si trattasse di pezzi di giornalisti indipendenti.
 
L’idea di normalizzazione. L’obiettivo era quello di dare dell’Iraq un’immagine di un Paese sulla via della normalizzazione, utilizzando storie non completamente false ma comunque con un taglio favorevole al lavoro delle truppe americane. Il tramite era la Lincoln Group, una delle aziende messe sotto contratto da Washington con compiti di “comunicazione strategica”. Uomini della Lincoln – scrive il Times citando alcuni ufficiali che hanno voluto rimanere anonimi – si presentavano nelle redazioni dei quotidiani, che nonostante la proliferazione degli ultimi anni spesso sono in gravi difficoltà economiche, e pagavano in contanti senza ricevuta. Venivano così pubblicati articoli dal titolo “Gli iracheni continuano a vivere nonostante il terrorismo”, “Il vento del deserto soffia verso un Iraq democratico”, “Più fondi destinati allo sviluppo dell’Iraq”. Spesso questi pezzi contenevano virgolettati anonimi di soldati americani. Inoltre, la Lincoln pagava una decina di giornalisti iracheni affinché scrivessero articoli graditi alle forze di occupazione. Secondo il Times, molti direttori erano inconsapevoli di questo scambio.
 
I precedenti. Proprio due giorni fa il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld aveva esaltato la nuova libertà di stampa irachena, che a suo dire fornisce una “valvola di sfogo” alla popolazione. Ma non è la prima volta che il Pentagono è implicato in una vicenda di ingerenza nel campo dell’informazione. All’inizio di quest’anno l’amministrazione Bush era stata già bacchettata da una commissione interna statunitense, per aver pagato giornalisti americani con lo scopo di creare sostegno alle sue politiche, e per aver distribuito negli Usa filmati e notizie senza specificare che la fonte era governativa: una pratica che la commissione aveva definito “propaganda segreta”. E nel 2002 il Pentagono, dopo le rivelazioni di alcuni organi di stampa, era stato costretto a chiudere l’Ufficio di Influenza Strategica, creato l’anno prima per piazzare storie false nei media internazionali.
 
Le reazioni. La scoperta del Times ha provocato reazioni contrastanti negli Usa. Se alcuni membri del Congresso hanno già chiesto l’apertura di un’inchiesta, c’è chi ha perplessità solo sull’efficacia di tale pratica. “Non credo ci sia niente di moralmente sbagliato...il solo dubbio che ho è che serva a qualcosa”, dice Daniel Kuehl, un analista della National Defense University. “Il programma è importante per contrastare la disinformazione fatta dagli insorti, e le storie si basano tutte su fatti veri”, sostiene il tenente colonnello Barry Johnson, un portavoce delle forze americane in Iraq. Patrick Butler, vicepresidente dell’International Center for Journalists di Washington, condanna invece la pratica del Pentagono: “E’ assolutamente sbagliato che il governo faccia questo, dal punto di vista etico è indifendibile”. Abdul-Zahra Zaki, il direttore di Mada che è considerato uno dei quotidiani iracheni più autorevoli, invece ci scherza su. Il Times riferisce di che a luglio un emissario della Lincoln ha pagato 1.200 dollari al quotidiano per farsi pubblicare una storia da lui portata. “Se avessi saputo che erano americani, avrei chiesto molto di più”, dice Zaki.

Alessandro Ursic

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