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Attacco frontale. L'azione di questa mattina, con i
marines barricati all'interno della loro base, rende l'idea di quella
che è da tempo la strategia dell'esercito Usa in Iraq: i
soldati Usa chiusi nelle loro fortezze, che si muovono solo in forze per
operazioni militari ben pianificate. I check-point, i pattugliamenti,
la protezione degli edifici sensibili e le retate, il lavoro sporco
insomma, lo fanno gli iracheni della neo costituita polizia e del
ricostruito esercito che muoiono a decine ogni giorno. Ma l'attacco
di Ramadi, capoluogo della provincia di al-Anbar, quello che è
ormai considerata la centrale operativa della guerriglia, è
una prova di forza notevole di un'opposizione all'invasione Usa che,
da molti osservatori, veniva data con il fiato corto. Testimoni
oculari citati dell'agenzia stampa Reuters raccontano che “i
ribelli hanno preso il controllo delle strade principali di Ramadi e
ho visto almeno 400 miliziani armati che controllano alcune vie che
erano pattugliate dai marines fino a poco tempo fa”. Gli stessi
osservatori hanno inoltre raccontato di un'organizzazione da
rivoluzionari d'altri tempi, con una massiccia affissione di
manifesti in tutta Ramadi e volantinaggi organizzati tra la
popolazione. Poi, come nei manuali di guerriglia, si sarebbero ritirati. Mordi
e fuggi quindi, ma l'attacco, nei giorni scorsi, era stato
annunciato. Da
una settimana, la stampa raccontava di comunicati dei guerriglieri
che parlavano dell'arrivo a Ramadi di miliziani integralisti
stranieri decisi a unirsi ai guerriglieri locali. Nel testo del
comunicato si legge che questi combattenti sono “riusciti a entrare
in Iraq dopo scontri con i crociati”. Il riferimento ai
combattimenti sempre più cruenti al confine, e oltre, con la
Siria pare esplicito.
A Washington tutto
tace. Non si sa molto di più,
e il comando militare Usa in Iraq non ha confermato la notizia. Se
l'operazione dei miliziani, che tutti i mezzi d'informazione, senza
che alcuna reale verifica sia possibile, hanno già attribuito
agli uomini di al-Zarqawi, venisse confermata, il danno per gli Stati
Uniti sarebbe enorme. Come fare a continuare a nascondere un dato di
fatto fondamentale: una parte fondamentale dell'Iraq, quella a
maggioranza sunnita e al confine con la Siria, è fuori
controllo. La stessa strategia dei militari Usa di starsene
trincerati nelle basi è il sintomo di un malessere sia
militare che politico: l'opinione pubblica Usa non regge più
lo stillicidio continuo di bare con la bandiera a stelle e striscie
che tornano in patria a sbugiardare l'amministrazione Bush. Fino a
oggi sono 2110 le vittime tra i soldati Usa in Iraq. Questa pressione
continua sui vertici politici e militari Usa potrebbe spingere
Washington a soluzioni finali. Pare infatti piuttosto strano che i
guerriglieri iracheni, anche se pronti a tutto e privi di scrupoli,
decidano di attaccare Ramadi proprio mentre quest'ultima diventa
l'obiettivo di un'operazione in forze coordinata tra marines ed
esercito iracheno. All'alba del 26 novembre scorso, 600 uomini tra
soldati Usa e reclute irachene hanno iniziato la quarta operazione di
rastrellamento in dieci giorni. Avete letto bene, proprio la quarta
in dieci giorni. Tigre, Orso Bruno, Pantera e Leone, questi i nomi
delle azioni coordinate, avevano l'obiettivo di bonificare la
provincia di al-Anbar prima delle elezioni del 15 dicembre prossimo.
Al-Zarqawi viene dipinto dagli analisti dei servizi segreti Usa come
un genio del male, ma sarà una buona idea attaccare
un obiettivo proprio quando pullula di soldati nemici e avvertire
dell'attacco con tanta pubblicità alcuni giorni prima? Per
adesso la domanda resta senza risposta, ma le similitudini con i
giorni che precedettero l'eccidio di Falluja sono inquietanti. Anche
nella cittadina sunnita, ad aprile e a novembre 2004, una massiccia
campagna mediatica annunciava che la città era in mano ai
ribelli e che Zarqawi si nascondeva a Falluja. Il fosforo bianco
caduto su Falluja ha illuminato di morte tutte le bugie che stavano
dietro un'operazione che ha massacrato in massima parte civili
inermi.Christian Elia