02/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Quando tornano dalla guerra, i soldati scoprono che in patria di loro importa poco
scritto da
Stewart Nusbaumer
 
(3. continua dalla seconda parte)
 
Cammino nell'ala 57, l'ala degli amputati, al quinto piano. Vedo cose raccapriccianti qui, cose che al refettorio e alle sale esterne non si vogliono vedere, cose che io non voglio vedere. Corpi avvolti da bende insanguinate, occhi velati dall'agonia, infermiere piegate su corpi sfatti. L'aria è pesante al quinto piano, è difficile respirare. La bandiera del patriottismo non viene esposta in modo così evidente qui: il dolore della guerra è più forte e sento montare in me molta rabbia nei confronti dell'America. Ma al Walter Reed, il ground zero di una brutta guerra, non c'è tregua all'orrore. Un giovane uomo sta seduto sulla panca vicino a me: "chi ha fatto saltare in aria la parte inferiore della mia gamba? uno Ied? avrò la mia prima gamba la prossima settimana? andrò all'università quando uscirò? riceverò visite dalla mia ragazza?".
 
Sia che si risponda no ottusamente o con una risposta onesta, molti veterani gravemente invalidati diverranno cinici e amareggiati col tempo, altri lotteranno e rifiuteranno di farsi schiacciare dalle ingiustizie, continueranno a vivere. Ma in tutti rimarranno delle profonde cicatrici. Se i loro sacrifici fossero stati motivati dalla difesa della propria nazione, molti sacrifici sarebbero stati giustificati. Ma una causa indegna non giustifica nulla. Un veterano dell'associazione "Veterani dell'Iraq contro la guerra" ha dichiarato che quando i soldati, dopo essere tornati a casa, scoprono che agli americani importa poco della guerra, si arrabbiano.
 
Ad oggi, trentotto anni dopo, quando sento qualcuno discutere del campionato di baseball del 1967, o di qualcos'altro accaduto nel 1967, ammutolisco: quello era l'anno in cui ho combattuto in Vietnam, l'anno in cui migliaia di giovani americani morivano e perdevano i propri arti e la sanità mentale per, si suppone, la loro patria. In patria, però, ci si emozionava per il campionato di baseball. Se una guerra è così importante da giustificare il fatto che dei soldati restino menomati e muoiano, è abbastanza importante perché tutti gli americani sacrifichino qualcosa! Il campionato di baseball avrebbe dovuto essere annullato nel 1967, come dovrebbe essere annullato oggi, perché dei giovani americani stanno combattendo in Iraq.
 
Ma gli americani a malapena si interessano e si rifiuterebbero di dare sostanza al proprio patriottismo: questa è una chiara indicazione del fatto che questa non è una guerra per la difesa dell'America. Abbiamo un'amministrazione che non finanzia completamente il fondo per la salute dei veterani, e che non equipaggia adeguatamente le nostre truppe in guerra. Siamo un popolo che non insiste affinché i nostri veterani godano di cure mediche adeguate e che i nostri soldati abbiano un equipaggiamento adeguato. Mi alzo dalla panchina: è difficile per me stare seduto troppo a lungo, ed è difficile camminare a lungo. Quindi, invece che ritornare al quinto piano, torno alla mia macchina. Oltrepassando i cancelli del Walter Reed ed entrando in Connecticut Avenue, un taxi mi sfreccia accanto, un furgone lanciato a tutta velocità mi strombazza, una coppietta si abbraccia sul marciapiede, e la mia testa scatta all'indietro mentre il dolore mi squarcia il moncherino, poi va via veloce come è venuto. Ma so che il dolore tornerà: mi accadrà per tutta la vita.
 
(traduzione di Alessandro Macilenti)
(3. fine)
La prima parte è stata pubblicata il 23/11, la seconda il 28/11
Categoria: Guerra
Luogo: Stati Uniti