scritto per noi da
Francesco Navarrini

Anche dire “io non parlo il basco” potrebbe risultare problematico, se per questo
si deve dire “
ez dut euskara hitz egiten”. Benvenuti nel Paese Basco: il paese dove tutto, anche la realtà ha due nomi.
Ma soprattutto hanno due nomi le città, le vie, le case e le persone. A volte
sono leggermente diversi (Bilbao è Bilbo in euskara; calle si dice
kalea), altre sono cambiamenti dovuti alla pronuncia dello “stato spagnolo” (la località
di Bakio viene scritta nella penisola come Baquio, un cognome come Agirre viene
scritto in Spagna Aguirre, per risolvere il problema della “g” che in lingua euskara
è sempre dura, e la tristemente famosa Guernica è in realtà Gernika).
La forza del ricordo. Altre sono decisamente più invasive, ricordo di un passato in cui l’euskara
era proibito: la famosa città di San Sebastiàn, per esempio, si chiama Donostia
ed è forse l’unica città basca dove sia ancora possibile ascoltare l’euskara nelle
strade e nei bar (in alcuni, dietro al banco c’è una scritta che dice “non sai
che allegria sentirti parlare euskara”). Lo spagnolo non è un problema, a parte
le Herriko Tabernak – taverne del popolo, dove si parla solo euskara. La tassa
rivoluzionaria sulle consumazioni è solo un ricordo, ma nelle strade della parte
vecchia di Donostia, sui muri, soprattutto dei paesi circostanti, i ricordi sono
ancora vivi nei murales inneggianti a Eta o in ricordo di militanti morti, perché
“alcuni si devono sacrificare per la libertà di tutti”. Ci sono poi i volantini
a sostegno dei più di 3.000 prigionieri baschi, a cui viene negato lo status di
prigionieri politici, eppure vengono “isolati” nelle carceri più lontane (Siviglia,
Murcia, La Mancha), e nei casi più fortunati i familiari dovranno viaggiare anche
cinque ore per visitarli due ore alla settimana. Volantini, ogni giorno dell’anno,
perché ogni giorno c’è qualcosa o qualcuno da ricordare. E dappertutto, perché
nessun luogo deve dimenticare, dicono, la divisione e la diaspora di un popolo.
Una patria divisa. Tutto è diviso in due tranne Euskal Herria, che è il paese basco propriamente
detto (non esistono i Paesi Baschi, la patria è solo una...), composto dalla parte
spagnola (Egoalde) e da quella francese (Iparralde). La prima comprende le tre
province (Gipuzkoa, Bizkaia, Araba) che compongono l’Euskadi (quella che in Spagna
viene chiamata la
Comunidad Autónoma Vasca), e la
Comunidad de Navarra (la cui capitale, Pamplona, con il nome di Iruña è riconosciuta capitale del
sognato stato basco indipendente). La parte francese comprende le tre piccole
province di Lapurdi, Bassa Navarra e Zuberoa. I Pirenei separano le due province,
l'euskara le unisce.
Una lingua, ma non per tutti. Durante la dittatura di Franco, l’uso delle lingue minoritarie era proibito,
era legato alla sovversione e si rischiava la galera; i baschi, a scuola, dovevano
portare degli anelli che li identificassero come tali e parlare “il cristiano”
(come gli insegnanti dell’epoca definivano lo spagnolo). Molti genitori di oggi
parlano ai figli in spagnolo, perché hanno dimenticato la propria lingua madre;
mentre i loro figli, nati a partire dalla fine degli anni Settanta, lo parlano
correntemente, insieme allo spagnolo. E’ la parte più importante di un’identità
autoreferenziale che Arzalluz (storico leader del Partito Nazionalista Basco)
definiva “il fattore RH negativo” che sarebbe presente nei baschi “purosangue”.
Un’identità che per alcuni è una ragione di vita, una forma di identità personale.
Anche e soprattutto a scuola (che, per cambiare, ha due nomi:
ikastola è la scuola basca;
ikastetxea è la “casa d’educazione”, la scuola spagnola): uno studente può parlare solo
euskara. All’università in teoria ci si può immatricolare in euskara, anche se
ancora non è dappertutto possibile, perché per alcune materie mancano i testi
specializzati e i professori formati in euskara. Alcuni studenti per questo si
rifiutano di parlare lo spagnolo in classe e di assistere alle lezioni. Se presenziano,
fanno domande in euskara.
Il forte legame con la terra. La lingua ti forma, forma il carattere, la personalità, la nazionalità. Potrebbe
sembrare banale. Tuttavia, la parola che definisce il cittadino basco,
euskaldun, significa letteralmente “colui che parla basco”: il basco non si identifica
con il sangue, ma con la lingua. E’ basco chi parla euskara, che ha interiorizzato
la lingua con quello che comporta: terra e legami. Chi non ha legami, chi non
si immerge in questa terra, non può imparare euskara. La lingua che prima ti isola,
finalmente ti accoglie. Benvenuti in Euskal Herria.