01/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il comico inglese risponde al regime, mentre questo si prepara al voto
La scorsa settimana il governo del Kazakistan aveva minacciato di querelare il comico britannico di origine ebraica Sacha Baron Cohen per le pesanti battute che uno dei personaggi da lui interpretati, il giornalista kazako Borat, aveva fatto sul palco degli Mtv Europe Music Awards. “Il Kazakistan è un paese di alcolizzati che si divertono a prendere a pugni sul muso le mucche e a sassate i cani, per poi far festa bevendo vino fatto con urina di cavallo fermentata”, aveva detto Borat.
“Non escludiamo che il signor Cohen serva gli interessi politici di qualcuno che vuol mettere in cattiva luce il nostro Paese”, aveva dichiarato il ministero degli Esteri kazako.
 
Il video di Borat“Querelate quell’ebreo!”. Cohen l'ha butata in ridere affidando la sua risposta proprio a Borat, che in un video pubblicato sul sito web del personaggio, compare davanti a un muro con appesa una bandiera kazaka e una collezione di vecchie pistole e coltelli kazaki: “Dichiaro di non aver nulla a che fare con il signor Cohen e di appoggiare in pieno la decisione del mio governo di querelare quell’ebreo! Dopo le riforme del 2003 il Kazakistan è diventato un Paese civile in cui le donne possono viaggiare all’interno degli autobus, gli omosessuali non devono più portare un cappellino azzurro e la maggiore età è stata elevata ad otto anni! Vi invito a visitare il Kazakistan, dove abbiamo incredibili risorse naturali e le prostitute più pulite dell’Asia Centrale”.
 
Domenica elezioni presidenzialiIl regime teme rivolte per le elezioni. Scherzi a parte, con l’avvicinarsi della scadenza elettorale di domenica, il clima in Kazakistan si sta facendo sempre più pesante. Il presidente Nursultan Nazarbayev, autoritario oligarca al potere dal 1989, teme che in occasione delle elezioni presidenziale del 4 dicembre si possano verificare rivolte popolari contro il suo regime. Nazarbayev - la cui rielezione appare scontata - non teme tanto rivoluzioni ‘all’Ucraina’, improbabili in un Paese in cui l’opposizione è debole e imbavagliata, quanto insurrezioni violente come quelle avvenute a marzo in Kirghizistan, a Osh e a maggio in Uzbekistan, ad Andijan. Entrambe originatesi nella Valle di Fergana, depressa regione islamica divisa tra i due Paesi e confinante con il Kazakistan, considerata fin dai tempi di Stalin un focolaio di instabilità, e divenuta oggi la roccaforte dell’integralismo islamico centrasiatico, che ha trovato terreno fertile in queste poverissime vallate.
 
La Valle di FerganaPiano ‘Legge e Ordine’. Per prevenire disordini il governo kazako ha adottato venerdì scorso il piano ‘Legge e Ordine’: una serie di misure straordinarie che assomigliano a uno stato di emergenza.
Sono state impedite le manifestazioni di piazza, sono stati massicciamente rafforzati i controlli di polizia su tutto il territorio e in particolare nella capitale Astana, e sono state praticamente chiuse le frontiere meridionali, in particolare quella con il Kirghizistan: “Per evitare infiltrazioni di persone non gradite durante le elezioni”, ha spiegato il governo.
Sono state condotte operazioni speciali di polizia, come gli arresti preventivi di sospetti attivisti islamici di origine uzbeca nella città di Shymkent, a ridosso della Valle del Fergana: guarda caso la città natale del candidato presidenziale dell’opposizione, Zharmakhan Tuyakbay. 
 
Nursultan NazarbayevDeportazioni degli stranieri. Ma la misura più dura del piano ‘Legge e Ordine’ consiste negli arresti di massa e nella deportazione degli stranieri delle comunità considerate ‘a rischio’, ovvero uzbechi, tagichi e soprattutto kirghizi.
Domenica nella sola città di Almaty, ex capitale del Paese, la polizia ha arrestato 514 persone, in gran parte commercianti dei bazaar, e le ha portate alla frontiera del proprio Paese. Le autorità parlano di operazione contro l’immigrazione illegale, ma sembra invece che tutti i deportati fossero in possesso di regolari permessi di soggiorno. “Il bazar è stato circondato dai camion Gaziela della polizia su cui sono state fatte salire decine di persone”, ha raccontato a Radio Free Europe Eshengul, giovane kirghiza che lavora al mercato centrale di Almaty. “Avevano tutti i permessi di lavoro del governo, ma li hanno ugualmente portati in Kirghizistan. Alcuni miei amici venuti ieri da Bishkek mi hanno raccontato che il confine è affollato di deportati”.
Enrico Piovesana
 
Categoria: Diritti, Elezioni
Luogo: Kazakistan
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