La scorsa settimana il governo del Kazakistan aveva minacciato di querelare il
comico britannico di origine ebraica Sacha Baron Cohen per le pesanti battute
che uno dei personaggi da lui interpretati, il giornalista kazako Borat, aveva
fatto sul palco degli Mtv Europe Music Awards. “Il Kazakistan è un paese di alcolizzati
che si divertono a prendere a pugni sul muso le mucche e a sassate i cani, per
poi far festa bevendo vino fatto con urina di cavallo fermentata”, aveva detto
Borat.
“Non escludiamo che il signor Cohen serva gli interessi politici di qualcuno
che vuol mettere in cattiva luce il nostro Paese”, aveva dichiarato il ministero
degli Esteri kazako.
“Querelate quell’ebreo!”. Cohen l'ha butata in ridere affidando la sua risposta proprio a Borat, che in
un
video pubblicato sul
sito web del personaggio, compare davanti a un muro con appesa una bandiera kazaka e
una collezione di vecchie pistole e coltelli kazaki: “Dichiaro di non aver nulla
a che fare con il signor Cohen e di appoggiare in pieno la decisione del mio governo
di querelare quell’ebreo! Dopo le riforme del 2003 il Kazakistan è diventato un
Paese civile in cui le donne possono viaggiare all’interno degli autobus, gli
omosessuali non devono più portare un cappellino azzurro e la maggiore età è stata
elevata ad otto anni! Vi invito a visitare il Kazakistan, dove abbiamo incredibili
risorse naturali e le prostitute più pulite dell’Asia Centrale”.
Il regime teme rivolte per le elezioni. Scherzi a parte, con l’avvicinarsi della scadenza elettorale di domenica, il
clima in Kazakistan si sta facendo sempre più pesante. Il presidente Nursultan
Nazarbayev, autoritario oligarca al potere dal 1989, teme che in occasione delle
elezioni presidenziale del 4 dicembre si possano verificare rivolte popolari contro
il suo regime. Nazarbayev - la cui rielezione appare scontata - non teme tanto
rivoluzioni ‘all’Ucraina’, improbabili in un Paese in cui l’opposizione è debole
e imbavagliata, quanto insurrezioni violente come quelle avvenute a
marzo in Kirghizistan, a Osh e a
maggio in Uzbekistan, ad Andijan. Entrambe originatesi nella Valle di Fergana, depressa regione islamica divisa
tra i due Paesi e confinante con il Kazakistan, considerata fin dai tempi di Stalin
un focolaio di instabilità, e divenuta oggi la roccaforte dell’integralismo islamico
centrasiatico, che ha trovato terreno fertile in queste poverissime vallate.
Piano ‘Legge e Ordine’. Per prevenire disordini il governo kazako ha adottato venerdì scorso il piano
‘Legge e Ordine’: una serie di misure straordinarie che assomigliano a uno stato
di emergenza.
Sono state impedite le manifestazioni di piazza, sono stati massicciamente rafforzati
i controlli di polizia su tutto il territorio e in particolare nella capitale
Astana, e sono state praticamente chiuse le frontiere meridionali, in particolare
quella con il Kirghizistan: “Per evitare infiltrazioni di persone non gradite
durante le elezioni”, ha spiegato il governo.
Sono state condotte operazioni speciali di polizia, come gli arresti preventivi
di sospetti attivisti islamici di origine uzbeca nella città di Shymkent, a ridosso
della Valle del Fergana: guarda caso la città natale del candidato presidenziale
dell’opposizione, Zharmakhan Tuyakbay.
Deportazioni degli stranieri. Ma la misura più dura del piano ‘Legge e Ordine’ consiste negli arresti di massa
e nella deportazione degli stranieri delle comunità considerate ‘a rischio’, ovvero
uzbechi, tagichi e soprattutto kirghizi.
Domenica nella sola città di Almaty, ex capitale del Paese, la polizia ha arrestato
514 persone, in gran parte commercianti dei bazaar, e le ha portate alla frontiera
del proprio Paese. Le autorità parlano di operazione contro l’immigrazione illegale,
ma sembra invece che tutti i deportati fossero in possesso di regolari permessi
di soggiorno. “Il bazar è stato circondato dai camion
Gaziela della polizia su cui sono state fatte salire decine di persone”, ha raccontato
a
Radio Free Europe Eshengul, giovane kirghiza che lavora al mercato centrale di Almaty. “Avevano
tutti i permessi di lavoro del governo, ma li hanno ugualmente portati in Kirghizistan.
Alcuni miei amici venuti ieri da Bishkek mi hanno raccontato che il confine è
affollato di deportati”.
Enrico Piovesana