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Ha fatto notizia la presa di posizione della rivista medica The Lancet che invita “rispettosamente” il proprio editore, implicato nei profitti del
commercio mondiale delle armi, a scegliere tra l’etica della salute e la guerra,
rifiutando in particolare il coinvolgimento con il peggior genere di tecnologie
militari, come le cosiddette bombe a grappolo, che uccidono indiscriminatamente
civili indifesi. Di segno contrario va la risposta che il governo italiano ha
dato alla “Lettera aperta dei medici italiani contro la guerra”, sottoscritta
da oltre 1.500 professionisti alla vigilia dell’invasione dell’Iraq nel febbraio
2003. Di fronte alla denuncia delle possibili conseguenze sulla salute e la vita
delle popolazioni irachene, il rappresentante del governo sosteneva: “Non si tratta
di biasimare certe posizioni, ma di non far passare per scientifica una mozione
di matrice politica”. E concludeva affermando come “il mondo scientifico debba
mantenersi estraneo a problemi che per la loro valenza non possono che essere
affrontati dai supremi organi elettivi del nostro paese ai quali ci rimettiamo
con la piena fiducia che ogni cittadino dovrebbe avere nei riguardi delle Istituzioni”.
L'agenda di chi promuove la salute. Il rifiuto della guerra deve o non deve fare parte dell’agenda di chi si occupa
per mestiere della promozione e della difesa della salute e della prevenzione
di malattie, disabilità e morte? Per ogni soldato caduto nelle guerre moderne,
dalle due alle 13 persone sono ferite, un civile perde la vita direttamente per
cause violente e altri otto per carenza di cibo, acqua pulita, alloggio, supporto
sociale e assistenza sanitaria. Metà dei morti sono bambini. Molti sopravvissuti
a un conflitto rimangono fisicamente o psicologicamente segnati per sempre, a
causa di violenze subite sia durante il conflitto stesso, sia subito dopo. Una
guerra produce enormi sconvolgimenti sociali ed economici: intere popolazioni
devono abbandonare le proprie case; infrastrutture, reti sociali ed ecosistemi
vengono distrutti e i diritti umani calpestati; si instaurano sovraffollamento,
malnutrizione ed esposizione a traumi, malattie epidemiche e violenze sessuali.
L’attuale pandemia di Aids è anche una conseguenza della rapida diffusione dell’infezione
attraverso violenze sessuali di massa compiute durante guerre civili. Particolarmente
vulnerabili sono i rifugiati e gli sfollati: i tassi di mortalità di questi ultimi
durante i recenti conflitti nel continente africano sono stati da quattro a 70
volte superiori a quelli in condizioni di base della stessa popolazione.
Assistenza sanitaria distrutta. Il sistema sanitario di un Paese viene danneggiato dalla guerra interrompendo,
nel breve termine, la fornitura di servizi sanitari essenziali e, nel lungo termine,
accrescendo il costo e la complessità del ripristino della salute della popolazione
ai livelli precedenti l’inizio del conflitto. Oltre ai servizi di assistenza,
a maggior ragione le attività di prevenzione e profilassi (vaccinazioni) vengono
gravemente compromesse: nel 1994 in Bosnia Erzegovina meno del 35 percento dei
bambini fu vaccinato, rispetto al 95 percento del periodo precedente l’inizio
delle ostilità. La guerra è allora da annoverarsi tra le cause di malattia, su
cui si concentrano gli interventi della medicina preventiva e della sanità pubblica;
d’altronde, già nel 1981, la World Health Assembly, assemblea plenaria annuale
di tutti gli stati membri dell’Organizzazione mondiale della sanità, sottolineava
come il ruolo degli operatori sanitari nel promuovere e preservare la pace rappresenti
un fattore significativo per raggiungere la salute di tutti. Inoltre, associazioni
professionali e riviste mediche di prestigio internazionale hanno preso posizioni
esplicite sull’impatto della guerra sulla salute. L’esempio di Lancet è solo l’ultimo.
La guerra è una malattia. «Le riviste scientifiche devono mischiare medicina e politica?». A questa domanda
un editoriale di un’altra rivista medica, il British Medical Journal, risponde: «La medicina non può esistere nel vuoto politico». Già oltre 150
anni fa il grande patologo e medico di sanità pubblica della Germania di Bismark,
Rudolf Wirchov, non aveva dubbi: «La medicina è una scienza sociale e la politica
è medicina su larga scala!». La guerra può essere assimilata a una malattia che
ha fattori di rischio che vanno eliminati (prevenzione primordiale) o modificati
(prevenzione primaria) e sui cui effetti si deve intervenire precocemente (prevenzione
secondaria) e i professionisti sanitari potrebbero svolgervi un ruolo importante.
Per esempio partecipando alla sorveglianza e documentazione degli effetti che
le guerre hanno sulla salute e dei fattori che le provocano, impegnandosi nell’educazione
e nella divulgazione di tali effetti, promuovendo e sostenendo azioni che prevengano
la guerra e contro il commercio internazionale delle armi.