07/12/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Medici e politica: il rifiuto della guerra da chi promuove e difende la salute
Pazienti con amputazioni agli arti inferiori in un ospedale di Emergency. Foto di Giulio Cristoffanini.Ha fatto notizia la presa di posizione della rivista medica The Lancet che invita “rispettosamente” il proprio editore, implicato nei profitti del commercio mondiale delle armi, a scegliere tra l’etica della salute e la guerra, rifiutando in particolare il coinvolgimento con il peggior genere di tecnologie militari, come le cosiddette bombe a grappolo, che uccidono indiscriminatamente civili indifesi. Di segno contrario va la risposta che il governo italiano ha dato alla “Lettera aperta dei medici italiani contro la guerra”, sottoscritta da oltre 1.500 professionisti alla vigilia dell’invasione dell’Iraq nel febbraio 2003. Di fronte alla denuncia delle possibili conseguenze sulla salute e la vita delle popolazioni irachene, il rappresentante del governo sosteneva: “Non si tratta di biasimare certe posizioni, ma di non far passare per scientifica una mozione di matrice politica”. E concludeva affermando come “il mondo scientifico debba mantenersi estraneo a problemi che per la loro valenza non possono che essere affrontati dai supremi organi elettivi del nostro paese ai quali ci rimettiamo con la piena fiducia che ogni cittadino dovrebbe avere nei riguardi delle Istituzioni”.

Case distrutte a Grozny, Cecenia. Foto di Enrico Piovesana. L'agenda di chi promuove la salute.
Il rifiuto della guerra deve o non deve fare parte dell’agenda di chi si occupa per mestiere della promozione e della difesa della salute e della prevenzione di malattie, disabilità e morte? Per ogni soldato caduto nelle guerre moderne, dalle due alle 13 persone sono ferite, un civile perde la vita direttamente per cause violente e altri otto per carenza di cibo, acqua pulita, alloggio, supporto sociale e assistenza sanitaria. Metà dei morti sono bambini. Molti sopravvissuti a un conflitto rimangono fisicamente o psicologicamente segnati per sempre, a causa di violenze subite sia durante il conflitto stesso, sia subito dopo. Una guerra produce enormi sconvolgimenti sociali ed economici: intere popolazioni devono abbandonare le proprie case; infrastrutture, reti sociali ed ecosistemi vengono distrutti e i diritti umani calpestati; si instaurano sovraffollamento, malnutrizione ed esposizione a traumi, malattie epidemiche e violenze sessuali. L’attuale pandemia di Aids è anche una conseguenza della rapida diffusione dell’infezione attraverso violenze sessuali di massa compiute durante guerre civili. Particolarmente vulnerabili sono i rifugiati e gli sfollati: i tassi di mortalità di questi ultimi durante i recenti conflitti nel continente africano sono stati da quattro a 70 volte superiori a quelli in condizioni di base della stessa popolazione.

Bambini in Afghanistan su un vecchio carro armato russo. Foto di Enrico Piovesana.Assistenza sanitaria distrutta. Il sistema sanitario di un Paese viene danneggiato dalla guerra interrompendo, nel breve termine, la fornitura di servizi sanitari essenziali e, nel lungo termine, accrescendo il costo e la complessità del ripristino della salute della popolazione ai livelli precedenti l’inizio del conflitto. Oltre ai servizi di assistenza, a maggior ragione le attività di prevenzione e profilassi (vaccinazioni) vengono gravemente compromesse: nel 1994 in Bosnia Erzegovina meno del 35 percento dei bambini fu vaccinato, rispetto al 95 percento del periodo precedente l’inizio delle ostilità. La guerra è allora da annoverarsi tra le cause di malattia, su cui si concentrano gli interventi della medicina preventiva e della sanità pubblica; d’altronde, già nel 1981, la World Health Assembly, assemblea plenaria annuale di tutti gli stati membri dell’Organizzazione mondiale della sanità, sottolineava come il ruolo degli operatori sanitari nel promuovere e preservare la pace rappresenti un fattore significativo per raggiungere la salute di tutti. Inoltre, associazioni professionali e riviste mediche di prestigio internazionale hanno preso posizioni esplicite sull’impatto della guerra sulla salute. L’esempio di Lancet è solo l’ultimo.

Gruppo di pazienti fuori dall'ospedale di Emergency in Cambogia. Foto di Giulio Cristoffanini.La guerra è una malattia. «Le riviste scientifiche devono mischiare medicina e politica?». A questa domanda un editoriale di un’altra rivista medica, il British Medical Journal, risponde: «La medicina non può esistere nel vuoto politico». Già oltre 150 anni fa il grande patologo e medico di sanità pubblica della Germania di Bismark, Rudolf Wirchov, non aveva dubbi: «La medicina è una scienza sociale e la politica è medicina su larga scala!». La guerra può essere assimilata a una malattia che ha fattori di rischio che vanno eliminati (prevenzione primordiale) o modificati (prevenzione primaria) e sui cui effetti si deve intervenire precocemente (prevenzione secondaria) e i professionisti sanitari potrebbero svolgervi un ruolo importante. Per esempio partecipando alla sorveglianza e documentazione degli effetti che le guerre hanno sulla salute e dei fattori che le provocano, impegnandosi nell’educazione e nella divulgazione di tali effetti, promuovendo e sostenendo azioni che prevengano la guerra e contro il commercio internazionale delle armi.
 

Angelo Stefanini
Dipartimento di medicina e sanità pubblica, Università di Bologna
Osservatorio italiano sulla salute globale
 
 
 
Categoria: Guerra, Politica, Salute
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