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Si chiama Green Card Lottery, ma in Africa si comincia a chiamarlo
neo-colonialismo mascherato. Ogni anno circa 70 mila Africani altamente
qualificati abbandonano il continente, attirati dai nuovi programmi di
“immigrazione selettiva” lanciati dai paesi occidentali. Un fenomeno che priva
l’Africa dei suoi migliori cervelli e la costringe in un circolo vizioso di
povertà e arretratezza sociale.
Programmi aggressivi. I programmi come la Green Card Lottery e l’Highly
Skilled Migrant Programme britannico sono nati per sopperire al calo
demografico dei paesi occidentali, che comincia a farsi sentire anche ai
livelli alti della catena economica. Questi programmi permettono, grazie a un
complesso sistema di punteggi, di reclutare giovani laureati provenienti da
tutto il mondo che abbiano già un livello alto di istruzione consentendo loro
di terminare gli studi di specializzazione e fare esperienza lavorativa: Take the best and leave the rest (prendi
il meglio e lascia il resto), come sono stati significativamente ribattezzati.
Il problema è che molto raramente gli specialisti decidono di fare ritorno in
patria, anche perché i paesi di adozione garantiscono un più alto livello di
vita per i loro figli. E così l’Africa viene privata di intere generazioni di
persone istruite e dinamiche. Il fenomeno riguarda tutti i paesi poveri, ma
tocca il continente nero in particolar modo: secondo i dati forniti dall’immigrazione
americana, sei dei dieci paesi che “forniscono” il maggior numero di immigrati
specializzati
sono africani.
Circolo vizioso. Spiegare questa disparità non è difficile: gli
stati africani sono i più poveri, il livello dei salari molto basso, e la
corruzione dilagante specie nelle alte sfere impedisce la nascita di un sistema
veramente meritocratico. Molti di questi specialisti sono così costretti a
emigrare se vogliono vedere riconosciute le loro capacità, e nei paesi
occidentali hanno la possibilità di far vedere quanto valgono: oltretutto, i
programmi occidentali attirano perché permettono ai nuovi arrivati di ottenere
visti anche senza un impiego o di avviare attività economiche. Tutti obiettivi
irrealizzabili in Africa, dove è problematico ottenere anche un semplice visto
turistico tra uno stato e l’altro. Le Nazioni Unite stanno studiando da tempo
il problema per tentare di porre un freno al fenomeno, creando un sistema di
incentivi che finora non ha dato risultati apprezzabili. Alcuni stati come
l’Eritrea ricorrono invece a metodi coercitivi, chiedendo una cauzione di 15
mila dollari agli studenti che vanno all’estero o rifiutandosi di rilasciare i
titoli di studio fino al loro ritorno in patria. Palliativi che agiscono (e nel
modo sbagliato) sui sintomi più che sul male vero.
Allarme
istruzione. Anche l’Unione Africana ha deciso di affrontare il
problema, varando un programma per il
miglioramento dell’istruzione e per una maggiore integrazione tra gli stati del
continente. Problemi pressanti ora che anche il Botswana e il Sudafrica, che dieci
anni fa attiravano molti degli specialisti africani, hanno cominciato a perdere
colpi. E il fatto che buona parte dei disperati che nei mesi scorsi ha
assaltato le “fortezze” di Ceuta e Melilla fosse composta da laureati fa capire
quanto sia grave la situazione. Gli aggressivi programmi di immigrazione
occidentali sono solo una faccia della medaglia: se l’Africa non riuscirà a
migliorare le proprie condizioni di vita, sarà impossibile bloccare
l’emorragia. Matteo Fagotto