Dieci atleti disabili, quattro dei quali donne, che nell’Iraq degli
attentati quotidiani, dell’occupazione e dei conflitti religiosi, sfidano
i loro handicap combattendo col fioretto alla mano: è la squadra di
scherma su sedia a rotelle irachena, una realtà nata sotto il regime di
Saddam, che sopravvive ancora oggi, in un contesto sempre più
complicato, grazie a pochi aiuti e alla passione per lo sport.
La
maggior parte di loro ha subito amputazioni agli arti inferiori in
seguito a ferite da esplosioni o armi da fuoco durante la guerra
Iran-Iraq, gli altri sono stati vittime di una forma di paralisi
infantile.
Sei di loro avrebbero voluto iscriversi ai campionati del
mondo, che sono sono appena terminati a Parigi, ma questa volta non
ce l’hanno fatta. “Eravamo in ritardo con i pagamenti, e quindi non ci
siamo potuti iscrivere" commentava pochi giorni fa Salman Jasim
Muhammad, il responsabile della squadra olimpica irachena di scherma
per disabili. La trasferta parigina sarebbe costata circa ottomila
dollari, ma nonostante gli appelli apparsi sui quotidiani iracheni e in
rete, non sono arrivati aiuti concreti da parte di associazioni o
federazioni sportive internazionali. “Anche le questioni burocratiche,
come i visti, i documenti, e la preparazione del viaggio sono piuttosto
complicate, alla fine ci siamo dovuti arrendere."
Salman Jasim Muhammad, quali sono le maggiori difficoltà che la squadra ha dovuto
affrontare? Quali i pregiudizi?
Gli atleti della nostra squadra vivono tutti a Baghdad o nelle
immediate vicinanze. Si allenano presso un circolo per disabili, nel
quartiere di Yarmouk della capitale. Il circolo non ha grandi
possibilità economiche, perciò ci dobbiamo accontentare di una piccola
sala, piuttosto modesta, al suo interno. Per il momento la squadra gode
soltanto del sostegno formale della federazione olimpica irachena e di
quello, più tangibile, di un’associazione benefica locale,
Akhawiyat
al-mahabba, che ci aiuta fornendo generi alimentari agli atleti.
Oltre al proprio disagio, i nostri atleti affrontano ogni giorno le
difficoltà alle quali è sottoposto tutto il popolo iracheno, le
esplosioni e le uccisioni, la povertà e la paura. Il problema più
grosso sono gli spostamenti per gli allenamenti: dalle case al circolo
e viceversa. Anche perché non disponiamo di mezzi di trasporto
specifici per i disabili, che quindi devono contare solo sulle proprie
possibilità. La squadra soffre soprattutto per le difficoltà materiali
in Iraq, come le spese relative alle sedie a rotelle ed agli altri
equipaggiamenti di cui può avere bisogno. Quanto ai pregiudizi, non
sono diversi da quelli che i disabili si trovano ad affrontare in ogni
parte del mondo: la scarsa considerazione sociale e il senso di
inutilità e frustrazione.
La squadra era attiva anche sotto il regime di Saddam? Com'era la vita per gli
sportivi disabili a quel tempo?
La squadra esisteva già, ma le attività erano molto più limitate.
Mentre altri sportivi venivano considerati come delle bandiere
nazionali dal Raìs e dai suoi figli, che li coprivano di premi o li
mettevano in galera a seconda dei risultati, gli atleti disabili
venivano considerati delle persone deboli. Per quanto un gruppo si
allenasse già dal 1984, sotto il regime di Saddam abbiamo partecipato
ad una sola competizione internazionale, a Barcellona nel 1992, per di
più con un solo atleta. Dopo la guerra Iran-Iraq alla squadra è stato
impedito di spostarsi all’estero, dunque abbiamo preso parte soltanto a
competizioni locali. Poi, caduto il regime, abbiamo partecipato ai
campionati di Madrid nel 2004 e, nel 2005, siamo stati in Italia per
partecipare alla Coppa del Mondo.
Cosa avete pensato quando gli Usa hanno invaso l'Iraq? E qual è la vostra opinione
oggi?
Come atleti disabili, speravamo in un miglioramento delle nostre
condizioni di vita, che sotto Saddam erano assai difficili. In seguito
all’occupazione americana e alla caduta del regime, molte cose sono
certamente peggiorate, ma perlomeno abbiamo avuto un’occasione di
riscatto come disabili, e di diventare quasi degli eroi, anche se
questo può sembrare una contraddizione. La prova di ciò è la nostra
partecipazione ai Mondiali di Madrid nel 2004 e alla Coppa del Mondo in
Italia nel 2005, dove ci siamo classificati ai primi posti. Oggi abbiamo nuovamente
dovuto rinunciare alla competizione, ci troviamo in una
tale condizione di instabilità e caos, con esplosioni continue e
l'impossibiltà di movimento. Soffriamo come sportivi, ma anche come
civili disabili abbiamo molti bisogni che continuiamo a non poter
soddisfare.
Cosa pensate dei continui attacchi che stanno insanguinando il Paese?
Pensiamo che non si tratti di una resistenza, ma di intromissioni
dall’esterno, dall’Iran, dalla Siria o dagli Stati Uniti. Certamente
c’è un’opposizione agli occupanti, per il fatto che l’intervento
americano non ha realizzato i sogni del popolo iracheno. Anche se è
difficile distinguere resistenza e terrorismo, noi come popolo,
dobbiamo farlo, e penso che la situazione di caos nella quale si trova
il Paese sia frutto di ingerenze esterne.
Noi speriamo che le cose cambino, e che nel giro di sei mesi o un anno in Iraq
si possa vivere normalmente, come in Europa, chissà.