30/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La squadra olimpica di scherma su sedia a rotelle irachena si racconta
Dieci atleti disabili, quattro dei quali donne, che nell’Iraq degli attentati quotidiani, dell’occupazione e dei conflitti religiosi, sfidano i loro handicap combattendo col fioretto alla mano: è la squadra di scherma su sedia a rotelle irachena, una realtà nata sotto il regime di Saddam, che sopravvive ancora oggi, in un contesto sempre più complicato, grazie a pochi aiuti e alla passione per lo sport.
La maggior parte di loro ha subito amputazioni agli arti inferiori in seguito a ferite da esplosioni o armi da fuoco durante la guerra Iran-Iraq, gli altri sono stati vittime di una forma di paralisi infantile.
 
Sei di loro avrebbero voluto iscriversi ai campionati del mondo, che sono sono appena terminati a Parigi, ma questa volta non ce l’hanno fatta. “Eravamo in ritardo con i pagamenti, e quindi non ci siamo potuti iscrivere" commentava pochi giorni fa Salman Jasim Muhammad, il responsabile della squadra olimpica irachena di scherma per disabili. La trasferta parigina sarebbe costata circa ottomila dollari, ma nonostante gli appelli apparsi sui quotidiani iracheni e in rete, non sono arrivati aiuti concreti da parte di associazioni o federazioni sportive internazionali. “Anche le questioni burocratiche, come i visti, i documenti, e la preparazione del viaggio sono piuttosto complicate, alla fine ci siamo dovuti arrendere."

Salman Jasim Muhammad, quali sono le maggiori difficoltà che la squadra ha dovuto affrontare? Quali i pregiudizi?
Gli atleti della nostra squadra vivono tutti a Baghdad o nelle immediate vicinanze. Si allenano presso un circolo per disabili, nel quartiere di Yarmouk della capitale. Il circolo non ha grandi possibilità economiche, perciò ci dobbiamo accontentare di una piccola sala, piuttosto modesta, al suo interno. Per il momento la squadra gode soltanto del sostegno formale della federazione olimpica irachena e di quello, più tangibile, di un’associazione benefica locale, Akhawiyat al-mahabba, che ci aiuta fornendo generi alimentari agli atleti.
Oltre al proprio disagio, i nostri atleti affrontano ogni giorno le difficoltà alle quali è sottoposto tutto il popolo iracheno, le esplosioni e le uccisioni, la povertà e la paura. Il problema più grosso sono gli spostamenti per gli allenamenti: dalle case al circolo e viceversa. Anche perché non disponiamo di mezzi di trasporto specifici per i disabili, che quindi devono contare solo sulle proprie possibilità. La squadra soffre soprattutto per le difficoltà materiali in Iraq, come le spese relative alle sedie a rotelle ed agli altri equipaggiamenti di cui può avere bisogno. Quanto ai pregiudizi, non sono diversi da quelli che i disabili si trovano ad affrontare in ogni parte del mondo: la scarsa considerazione sociale e il senso di inutilità e frustrazione.
 
La squadra era attiva anche sotto il regime di Saddam? Com'era la vita per gli sportivi disabili a quel tempo?
La squadra esisteva già, ma le attività erano molto più limitate. Mentre altri sportivi venivano considerati come delle bandiere nazionali dal Raìs e dai suoi figli, che li coprivano di premi o li mettevano in galera a seconda dei risultati, gli atleti disabili venivano considerati delle persone deboli. Per quanto un gruppo si allenasse già dal 1984, sotto il regime di Saddam abbiamo partecipato ad una sola competizione internazionale, a Barcellona nel 1992, per di più con un solo atleta. Dopo la guerra Iran-Iraq alla squadra è stato impedito di spostarsi all’estero, dunque abbiamo preso parte soltanto a competizioni locali. Poi, caduto il regime, abbiamo partecipato ai campionati di Madrid nel 2004 e, nel 2005, siamo stati in Italia per partecipare alla Coppa del Mondo.
 
Cosa avete pensato quando gli Usa hanno invaso l'Iraq? E qual è la vostra opinione oggi? 
Come atleti disabili, speravamo in un miglioramento delle nostre condizioni di vita, che sotto Saddam erano assai difficili. In seguito all’occupazione americana e alla caduta del regime, molte cose sono certamente peggiorate, ma perlomeno abbiamo avuto un’occasione di riscatto come disabili, e di diventare quasi degli eroi, anche se questo può sembrare una contraddizione. La prova di ciò è la nostra partecipazione ai Mondiali di Madrid nel 2004 e alla Coppa del Mondo in Italia nel 2005, dove ci siamo classificati ai primi posti. Oggi abbiamo nuovamente dovuto rinunciare alla competizione, ci troviamo in una tale condizione di instabilità e caos, con esplosioni continue e l'impossibiltà di movimento. Soffriamo come sportivi, ma anche come civili disabili abbiamo molti bisogni che continuiamo a non poter soddisfare.
 
Cosa pensate dei continui attacchi che stanno insanguinando il Paese?
Pensiamo che non si tratti di una resistenza, ma di intromissioni dall’esterno, dall’Iran, dalla Siria o dagli Stati Uniti. Certamente c’è un’opposizione agli occupanti, per il fatto che l’intervento americano non ha realizzato i sogni del popolo iracheno. Anche se è difficile distinguere resistenza e terrorismo, noi come popolo, dobbiamo farlo, e penso che la situazione di caos nella quale si trova il Paese sia frutto di ingerenze esterne.
Noi speriamo che le cose cambino, e che nel giro di sei mesi o un anno in Iraq si possa vivere normalmente, come in Europa, chissà.

Naoki Tomasini

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