stampa
invia
Lotta di potere. Sempre
più, anche se al momento non esiste
ancora, si delinea il profilo di una dura lotta per il potere in
Palestina. Lo
stato ancora non c'è, ma il potere è già conteso. Mazen non avrà
accettato di buon
grado il fatto che le primarie siano state vinte, con il 98 percento
dei voti,
da Marwan Barghouti, il leader condannato a cinque ergastoli da
Israele, che
resta l'uomo politico più amato dai palestinesi. Barghouti, da tempo, è
uno dei
più duri censori della vecchia guardia di al-Fatah, accusata di essere
incapace, se ha agito in buona fede, o corrotta, se ha agito in mala
fede. Mazen sa bene
che una riforma interna dei vertici di quella classe dirigente, che ha
guidato
la prima Intifada e ha perso di mano la seconda, è necessaria. La
maggior parte
dei palestinesi non ha alcuna stima verso questi anziani leader che non
sono
riusciti, per colpe non solo loro, a risollevare almeno un po' la
qualità della loro
vita. Il malcontento era tenuto sotto la cenere, almeno fino alla morte
di
Arafat. Il carisma del rais, come quello di un vecchio padre di
famiglia,
teneva le polemiche sotto controllo e riusciva sempre con il prestigio
personale a sedare le lagnanze della gente. Morto Arafat, però, tutta
la
diffidenza dei palestinesi è venuta a galla, a volte in modo violento.
Un
esempio su tutti: Moussa Arafat, cugino del rais e elemento di spicco
della
dirigenza dell'Olp, a settembre scorso è stato prelevato dalla sua
casa e
giustiziato in strada. Un messaggio molto chiaro per tutti i grandi
vecchi che
adesso devono rispondere in prima persona del loro operato.
Una situazione
difficile. Mazen sa bene che la situazione è questa e, incassata la vittoria alle
elezioni presidenziali palestinesi di gennaio 2005, non ha smesso un momento di
parlare con gli attori in gioco: la generazione di quarantenni di al-Fatah che
chiedono spazio e rinnovamento e i fondamentalisti di Hamas che sono riusciti
a dare alla popolazione le scuole e gli ospedali
che l'Anp ha solo promesso. Barghouti è il simbolo dei giovani di Fatah, uno di
quelli che gode del rispetto popolare perché è considerato capace di
trattative politiche quanto d'imbracciare il fucile. Il suo arresto e la
condanna successiva ne hanno fatto una sorta di 'martire' per i palestinesi e
il voto delle primarie è la dimostrazione di un carisma che le
sbarre non hanno potuto contenere. Dall'altra parte la pressione di Hamas
diventa sempre più insistente. Alcuni testimoni oculari hanno riferito che,
nella Striscia di Gaza, non era raro vedere attorno ai seggi delle primarie del
Fatah i miliziani armati di Hamas. Non solo come monito, ma in alcuni casi
anche con le fucilate. A maggio scorso, dopo le elezioni municipali nelle
principali città palestinesi, Hamas era risultata la forza maggioritaria. Il
rischio di un trionfo dei fondamentalisti era sempre più certo e Mazen, con una
forzatura istituzionale, ha rinviato il voto per le politiche che devono
eleggere l'Assemblea Palestinese a gennaio 2006. La reazione di Hamas è stata
dura, ma tutto sommato composta. Il gruppo sa di avere il consenso della
popolazione ed è sicuro di ottenere una facile vittoria. Anche perchè Mazen non
potrà continuare per sempre a rinviare e a invalidare le elezioni. La tregua
che portò all'elezione di Abu Mazen al posto di Arafat è ormai un lontano
ricordo e il Presidente dell'Anp dovrà affrontare prima o poi il problema di
una classe dirigente sfiduciata dalla popolazione. Anche perché il tempo
stringe e bisogna dimostrare al mondo che il ritiro degli israeliani dalla
Striscia di Gaza non sia un'occasione storica persa dai palestinesi.Christian Elia