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Il noto metereologo della trasmissione Rai 3 “Che tempo
che fa”, Luca Mercalli, convinto oppositore del progetto ferroviario della
‘Tratta ad alta velocità’ (Tav) Torino-Lione, ha espresso a PeaceReporter il
suo sdegno per quello che sta avvenendo in Valsusa, dalla notte scorsa
militarmente occupata da centinaia di agenti in tenuta antisommossa che hanno
bloccato le strade e perfino le mulattiere e i sentieri di accesso alla Val
Cenischia per impedire le manifestazioni anti-Tav previste per l’inizio dei
lavori di sondaggio geologico. Sigillato il villaggio di Venaus: la gente non
è
potuta andare a lavorare, i bambini non sono potuti andare a scuola. Scontri
con i manifestanti. Si paventa addirittura l’intervento dell’esercito.
“Finora il progetto ferroviario della Tav metteva a rischio
la salute dei cittadini, ora sta mettendo a rischio la democrazia e le libertà
civili”, racconta al telefono dalla Valsusa Claudio Giorno di
Legambiente, uno dei promotori storici delle proteste anti-Tav. “Da questa
notte la Val Cenischia è in stato di occupazione militare: centinaia di agenti
delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa sono schierati a protezione dei
cantieri. Hanno chiuso la vallata con posti di blocco sulle strade e perfino
sulle mulattiere e i sentieri, impedendo completamente la libera circolazione
dei residenti, che non sono potuti andare a lavorare, che non hanno potuto
accompagnare i figli a scuola. Il villaggio di Venaus, anche quello più a monte, Novalese, sono sigillati e isolati: chi
vi abita non può uscire e chi vuole raggiungere la propria casa deve mostrare
i
documenti ai checkpoint, come fossimo in stato di guerra. E in vista della
manifestazione di domani sembra che vogliano chiamare addirittura l’esercito!
I
manifestanti sono stati malmenati dalla polizia, che non ha esitato ad alzare
i
manganelli sugli eurodeputati della Commissione Petizioni venuti in Valsusa
per vedere con i loro occhi che situazione c’è. Ora l’hanno visto sulla loro
pelle”.
Le proteste della Delegazione Ue. La voce di Giorno
al telefono viene sovrastata dalla sirena dell’ambulanza che porta in ospedale
Antonio Fermentino, il presidente della Comunità Montana Bassa
Valle Susa, accasciatosi a terra per un malore durante la manifestazione. Prima
di sentirsi male aveva urlato al microfono: “E’ la più grave militarizzazione
del territorio che ci sia mai stata. I cittadini non possono né entrare né
uscire da Venaus”.
“Questa non è democrazia”. “Non
avremmo mai immaginato che si arrivasse a questo punto”, dice Giorno. “Questa
militarizzazione del territorio è assurda perché calpesta i diritti civili dei
cittadini, non solo di quelli che vogliono dimostrare il proprio dissenso verso
il Tav, ma di tutti quelli che hanno la sfortuna di abitare in queste valli.
Questa spropositata reazione non è degna di un Paese democratico: la democrazia
non c’è più quando il potere agisce senza il consenso della popolazione, quando
le autorità sono disposte a tutto, anche all’uso della forza, pur di portare a
termine un progetto. Agendo così, colpendo non solo manifestanti ma tutta la
popolazione, si è ottenuto solo il risultato di far rivoltare tutti contro questa
insostenibile situazione, anche quelli che magari sono d’accordo con il Tav. Lo
dimostrano i presìdi e le proteste degli abitanti in corso a Venaus, furiosi
perché non possono più uscire di casa per andare a lavorare, lo dimostrano gli
scioperi spontanei di solidarietà degli operai della Valsusa, che
stamattina hanno lasciato le fabbriche per unirsi alla protesta”.
“Sotto occupazione per 15 anni?”.
“Il blitz con cui è iniziata questa notte l’occupazione militare del cantiere
di Venaus e di tutte le strade d’accesso alla Val Cenischia – continua Giorno
–
estende la situazione che già da un mese si vive nella località di Mompantero,
dove i blocchi sono funzionanti dalla notte del 31 ottobre. Neanche a farlo
apposta, qui la polizia aveva allestito un checkpoint proprio vicino al
cimitero: era la vigilia del giorno dei morti e così l’indomani la gente del
villaggio non ha potuto nemmeno andare a onorare i propri defunti! Dobbiamo
forse prepararci a vivere così per i prossimi quindici anni, cioè per la durata
prevista dei lavori del Tav? O in alternativa, per evitare l’occupazione
militare, dobbiamo cedere a questo ricatto antidemocratico rinunciando al
nostro diritto di manifestare contro un progetto che a sua volta calpesta il
nostro diritto alla salute e a un ambiente sano? Non riesco a credere che siamo
arrivati a questo punto! Non riesco a credere che nessun politico si alzi in
piedi per dire ‘no’ a quello che sta succedendo qui, dove ormai non c’è più in
ballo solo un progetto di ferrovia, ma la sopravvivenza stessa della nostra
democrazia”. Enrico Piovesana