Presentato il 'Landmine Monitor report 2004'. Nonostante il bando ancora migliaia le vittime

Dal 1999, anno di entrata in vigore del Trattato di Ottawa per la messa al bando
delle mine antipersona, 152 stati hanno deciso di non utilizzare e produrre questo
terribile strumento di morte. Tuttavia, se nove debbono ancora ratificare il documento,
sono in 43 quelli che non hanno ancora aderito all’accordo. Tra loro ci sono Stati
Uniti, Russia e Cina (membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unite), con Finlandia, India, Pakistan, Egitto e Israele, tutti potenze militari
e con un grande peso nella scena politica internazionale.
La Campagna italiana contro le mine, nel presentare a Roma il ‘Landmine Monitor
2004’, non ha potuto non rimarcare questo aspetto inquietante .
Le cifre sono impressionanti. Sessantadue milioni di ordigni sono stati distrutti,
ma ne rimangono in funzione non meno di 200 milioni. L’Italia, prima di Ottawa
tra i primi tre produttori al mondo, ne ha messi fuori uso oltre sette milioni,
che erano in attesa di essere venduti.
Mille e cento chilometri quadrati di territorio del Pianeta sono stati bonificati.
Poiché molti incidenti non vengono
denunciati, la stima più credibile è di quindici-ventimila vittime l’anno, di
cui l’86 per cento civili (il 23 per cento bambini), in 75 diversi Paesi. Mentre
gli eserciti regolari tendono a limitare l’uso di mine, i gruppi armati ne fanno
sempre maggior ricorso, spesso fabbricandole in proprio. In Birmania, Colombia,
Perù e Bolivia e nella parte curda della Turchia, organizzazioni di guerriglia
antigovernativa sono molto attive nel piazzamento di queste armi.

Le conseguenze non si limitano ai periodi di guerra guerreggiata. Anche dopo
la fine delle ostilità le bombe continuano ad essere attive e producono un alto
numero di morti o di feriti. Se 23 milioni di persone sono state raggiunte da
programmi di educazione al rischio, Birmania e Russia sono gli unici stati che
hanno fatto uso costante di mine negli ultimi cinque anni. Moldova, Bulgaria,
Costa Rica, Gibuti (dove rimane solo un campo minato sotto amministrazione francese)
e Honduras sono stati dichiarati ‘liberi da mine’.
Enorme lo stanziamento di fondi messo a disposizione dai Paesi donatori per la
lotta alle micidiali armi: un miliardo e 350milioni di dollari dall’entrata in
vigore del trattato.
“Alle soglie della prima conferenza di revisione del Trattato di Ottawa – ha
detto Simona Beltrami, coordinatrice della Campagna in Italia – il nostro Paese
non può e non deve lavarsi le mani dall’emergenza umanitaria causata da questi
ordigni, che per tanti anni abbiamo contribuito a disseminare nel mondo”.
Annalisa Formiconi, introducendo lo studio ha aggiunto: “Il fatto che 40 dei
66

Paesi in cui si sono registrati nuovi casi di vittime siano ormai pacificati,
spesso già da anni, illustra drammaticamente l’impatto di lungo periodo delle
mine. Sono oltre 400mila le persone ferite e mutilate e per le quali sarà necessario
un sostegno per tutto il corso della loro vita”.
Riferendosi alla situazione italiana la Beltrami ha sostenuto: “Si è fatto molto
per promuovere l’adesione degli assenti al Trattato, ma il taglio di quasi il
50 per cento del totale degli stanziamenti pubblici nazionali destinati alla lotta
contro queste armi significa che dove più conta, sul terreno, nei campi, nei villaggi
e sulle strade minate, l’impegno del nostro Paese si è drasticamente ridotto”.
La coordinatrice della Campagna ha aggiunto: “Per fortuna l’Italia non è solo
questo. Sono infatti molte le organizzazioni non governative che realizzano programmi
di bonifica, prevenzione e assistenza”.
Il Landmine Monitor Report 2004, giunto alla sua sesta edizione è stato redatto
da 110 ricercatori, impegnati nello studio di 93 diversi Paesi. L’appuntamento
di Nairobi servirà a fare il punto sulla situazione e ad affrontare le sfide per
il futuro, tra le quali in primo piano appare quella per la proibizione delle
‘cluster bomb’.