22/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Marcia per la pace dopo giorni di forti tensioni. La testimonianza di un attivista umanitario
Almeno 6mila persone hanno marciato ieri per le strade di Kathmandu chiedendo la fine della guerra in Nepal. Il conflitto tra guerriglieri profughimaoisti (Ncp) ed esercito del re Gyanendra dal 1996 a oggi ha provocato 9mila morti, tra cui moltissimi civili. Fra i manifestanti c’erano monaci buddisti e religiosi hindu, bambini delle scuole e attivisti umanitari, avvocati e giornalisti. Insieme hanno acceso candele e intonato canzoni. Per dire che, nella Giornata Internazionale della Pace, la popolazione nepalese rifiuta di cadere nella spirale di tensione innescata ultimamente proprio nella capitale.
 
A metà agosto i maoisti avevano fatto esplodere alcuni ordigni contro un hotel e accerchiato Kathmandu, bloccando ogni via di accesso alla città. Pochi giorni più tardi, il primo settembre, una folla inferocita aveva attaccato due moschee, edifici di compagnie aeree musulmane e agenzie di lavoro, in seguito alla decapitazione in Iraq di dodici connazionali. Il 4 settembre un’altra bomba aveva colpito il centro culturale americano. Il coprifuoco, imposto dal governo dopo l’incendio della moschea più importante di Kathmandu, è stato tolto il 6 settembre. Sono continuate intanto le minacce dei guerriglieri alle aziende, per lo più di proprietà del re e di compagnie straniere. Quarantasei fabbriche hanno chiuso i battenti per poi riaprirli la settimana scorsa.
 
Uno stato di confusione sempre più grave, dunque, investe il piccolo regno hindu, guidato da una monarchia assoluta, e non è facile intravedere soluzioni al conflitto. Entrambe le parti hanno finora rivaleggiato in atrocità: i ribelli, che vogliono instaurare un regime comunista e controllano ormai un terzo del Paese, arruolano con la forza i civili; dall’altra parte, il governo perseguita i dissidenti politici, mentre le forze di sicurezza sono  responsabili di sparizioni, arresti ed esecuzioni sommarie. Il blocco della capitale ha sicuramente segnato una strategia nuova della guerriglia, impegnando i militari nel distretto di Kathmandu piuttosto che nelle zone rurali dove finora si era consumata la guerra. Fonti locali riportano che nei giorni degli attacchi alla capitale, i vertici maoisti hanno potuto riunirsi indisturbati in un luogo remoto. Le 5mila persone scese a protestare contro l’Esecutivo, dopo il massacro dei lavoratori nepalesi in Iraq, nutrivano probabilmente motivazioni diverse. C’era chi esprimeva il malcontento verso un re e un governo incapaci di combattere la povertà endemica e la totale mancanza di sicurezza in cui è costretta a vivere gran parte della popolazione, ma anche gli integralisti hindu decisi a contrastare la convivenza fino ad oggi pacifica tra diverse comunità religiose.
 
In questo quadro cartina così confuso non è chiaro neppure il ruolo dei Paesi confinanti, India e Cina. Nuova Delhi, insieme a Stati Uniti e Gran Bretagna, avrebbe sostenuto le forze governative per sconfiggere la guerriglia, ma nello stesso tempo i maoisti hanno trovato sempre le frontiere aperte per nascondersi e costruire basi di addestramento in territorio indiano. Solo la loro ideologia “filo-maoista” farebbe ancora pensare a legami con Pechino. Rimane vago l’esito dei colloqui di pace promessi dal governo e che dovrebbero permettere l’avvio di un processo di pace. Trattative volute anche dall’Ncp a condizione che vi sia una mediazione delle Nazioni Unite. A Charan Prasai, attivista umanitario nepalese, chiediamo alcuni chiarimenti sulla situazione attuale.
 
Come si spiega l’offensiva di questi giorni da parte della guerriglia maoista?

L’obiettivo è quello di dimostrare l’incapacità del governo a proteggere le vite e le proprietà dei cittadini. I maoisti hanno compiuto attentati contro edifici privati e sedi di organizzazioni a Katmandu per far chiudere loro i battenti e per dimostrare alla popolazione l’inefficienza delle forze di sicurezza.
 

militari
E per la prima volta i maoisti sono arrivati ad accerchiare la capitale…

Si, a metà agosto hanno imposto il primo blocco a Kathmandu. Gli spostamenti della popolazione erano quasi completamente interrotti. Avevamo cominciato a fare scorte di generi di prima necessità. L’obiettivo era quello di attirare l’attenzione dei media nazionali e internazionali. L’opinione pubblica nepalese non ha condiviso questa azione, ma per paura di attacchi da parte dei maoisti e per la mancanza di fiducia nel sistema di sicurezza del Paese, non ha osato opporsi aper tamente. Solo alcuni membri della società civile e di organizzazioni per i diritti umani hanno lanciato appelli ai maoisti affinché il blocco fosse tolto. I maoisti avevano già stretto assedi in molti altri distretti fuori dalla capitale con gravi conseguenze sulla popolazione civile, ma questi fatti non avevano attirato l’attenzione dei media allo stesso modo.

 
Perchè gli attacchi alle moschee in un Paese dove le comunità religiose avevano sempre vissuto in pace?
Qualche organizzazione ha pianificato queste azioni per disturbare l’armonia religiosa in Nepal. Si tratta di un pretesto per creare fratture insanabili nel Paese. La società nepalese, però, non ha reagito alla provocazione.
 
Le ricadute sui civili del conflitto tra governo e maoisti stanno aumentando?

Il disagio della popolazione comune e delle imprese sta crescendo di giorno in giorno. Gli abitanti dei distretti di Ilam e Pachthar, nella parte orientale del Paese, sono stati evacuati nei giorni scorsi. Le autorità hanno detto loro che i villaggi potevano essere attaccati dai maoisti e le minacce di guerra hanno fatto chiudere 35aziende. Migliaia di persone sono rimaste senza lavoro. Intanto, nonostante le condanne della comunità internazionale, i ribelli continuano a sequestrare bambini e insegnanti dalle scuole per portarli in campi dove vengono indottrinati e addestrati con la forza.

 
Ma anche l’insoddisfazione per il governo sta crescendo…

Si. Lo si è visto il primo settembre, quando per oltre tre ore Kathmandu rimase in fiamme, senza che le forze di sicurezza riuscissero a intervenire. Gli abitanti chiedevano disperatamente alle autorità di aiutarli a salvare le loro vite e le loro case.

 
Cosa possiamo prevedere per il futuro?

Il mantenimento della pace dipende da entrambe le forze in lotta.

 

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