scritto da
Milena Nebbia

Centinaia di donne di
Antiochia, Cauca, Putumayo, Risaralda, Santander, Valle, Bogotà e Cartagena
hanno intrapreso un viaggio per i fiumi, i marciapiedi e le strade
colombiane con destinazione Chocò, la regione che si affaccia sull'oceano Pacifico,
dove si è svolta la
grande mobilitazione nazionale in solidarietà delle donne chocoane.
Il Chocò. L'occasione
è stata la giornata internazionale del "No alla violenza contro
le donne" e il dipartimento occidentale colombiano è stato preso a
simbolo di ciò che accade nel Paese, da troppo tempo. Quel dipartimento
è uno dei luoghi maggiormente colpiti
dal conflitto armato. La popolazione è composta
da afrodiscendenti, dei quali oltre il 60 percento vive in condizioni
d’estrema
povertà. L’indice d’analfabetismo è il più alto del paese. Solo il 23
per cento degli
abitanti ha accesso all’acqua potabile e il tasso di mortalità
infantile è del
94 per mille.
Ma il Chocò è anche il polmone verde della Colombia. E' una zona ricca di biodiversità,
fonti idriche, oro e molte altre risorse
minerarie. La sua posizione è strategica e scatena gli appetiti internazionali.
Per
mantenere il potere nell'area, paras e militari obbligano le comunità allo sfollamento
strappandole alle terre
collettive oppure, e forse questo è ancora peggio, tengono in ostaggio i civili
controllando le merci che entrano ed escono dall’area, occupando i fiumi, uniche
vie di collegamento, e le terre coltivate.
Gesti. Simbolicamente le donne
colombiane, con la loro staffetta fino al Chocó, hanno ripreso il
controllo delle vie di comunicazione in segno di resistenza pacifica e
a
sostegno della società civile stremata dalla violenza. Un segnale di
forza da parte di coloro che da sempre portano il peso maggiore di
guerre e ingiustizie. Ogni giorno vengono commessi
contro di loro i più svariati crimini: umiliazioni, torture,
sparizioni, sequestri,
violenze, omicidi che per lo più rimangono impuniti.
Ma la donna
colombiana è riuscita nel tempo ad acquistare coscienza di sé e con coraggio a
far sentire la propria voce. Dal 1996 più di trecento organizzazioni di donne
provenienti da diverse regioni della Colombia sono riunite nella Ruta Pacifica
de las Mujeres. E' un movimento nato per dare una risposta al femminile alla grande
ondata di violenza che quotidianamente travolge la vita dei civili colombiani.
Uno sguardo a Guatemala e Salvador. Ma esempi simili sono presenti in tutta l’America Latina. Sono le donne dell'Union
Nacional de Mujeres Guatemaltecas ad aver fatto riflettere la propria comunità
sul genocidio in Guatemala. Anche se ancora la strada è molto lunga: "Le donne
in Guatemala hanno ancora paura di prendere parte
alla vita politica- ricorda Ana Maria Morzan, dell'Unamg - non
sentono il diritto a partecipare alla vita pubblica del Paese, a votare, ad
essere elette. E, anche qualora lo sentano, il sistema elettorale le limita”.
In Salvador la metá delle donne vive una vita di attesa. Attesa di una
telefonata, dei soldi del mese,del ritorno del proprio uomo
partito per gli Stati Uniti. Ma le donne che parlano alle donne, nel Salvador,
sono coloro che non aspettano più. Impegnate nella politica, nella
giustizia, nei movimenti sociali, lottano perché non vogliono
smettere di sperare. Come le educatrici che lavorano per Sercoba,
l'associazione di servizio alle comunità cattoliche di base del Salvador. Ogni
giorno visitano una comunità diversa, anche 3 ore di pick up per raggiungere
villaggi sulla costa o tra le montagne. E qui attimi intensi di pensieri condivisi,
incontri dedicati alla lettura e alla meditazione della Bibbia, all'educazione
e all'alfabetizzazione, all'economia locale e all'agricoltura, alla salute e
all'artigianato. Le donne che parlano alle donne, in Salvador, stanno cercando
di risvegliare la consapevolezza dei diritti, il coraggio di un nuovo impegno
politico e sociale per far rinascere la nazione.
Un'occhiata al Brasile. Nel Paese piú grande del Sud America, il Brasile, la fame e la
malnutrizione sono ancora realtà di fatto, non solo a nord, nelle secche lande
del Pernambuco, del Piaui, ma anche nella modernissima San Paolo, tra le multietniche
favelas appiccicate a grattacieli stile New York. Gisela Solymos è una giovane
psicologa che da oltre 10 anni lotta per migliorare le condizioni igieniche ed
alimentari dei minori. Direttrice del Cren, Centro di Recupero ed educazione
nutrizionale della città di San Paolo e
docente universitaria, Gisela è il simbolo delle donne che credono nel
cambiamento:"Ogni giorno al Cren seguiamo 50 bambini denutriti in regime
di day hospital e ci preoccupiamo dell'educazione nutrizionale di altre 200
famiglie. Gli aiuti alimentari, così come la nostra presenza nelle case, la
comprensione, la condivisione, gli appoggi medici ed educativi, servono non
solo a superare malnutrizione e denutrizione, ma anche a scardinare altre
problematiche come violenza, alcolismo, difficoltà relazionali".
No al macho. Sono donne che
parlano alle donne, siano esse madri, lavoratici, studentesse, consapevoli che
in una società machista le
trasformazioni passano anche da nuovi diritti e nuove consapevolezze.