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Quelle immagini, come gli incappucciati e gli abusi di Abu Ghraib, avevano fatto
il giro del mondo, provocando l’ennesima frattura tra gli Stati Uniti e Islam:
due corpi di talebani bruciati da alcuni soldati americani, ignorando il fatto
che per un musulmano la cremazione è una pratica inconcepibile e altamente offensiva.
Su quel fatto, ripreso da un giornalista australiano al seguito delle truppe,
l’esercito Usa aprì subito un’inchiesta. Che ora è arrivata alla sua conclusione:
i soldati non saranno incriminati per la profanazione, ma riceveranno soltanto
una nota di biasimo. Perché quei corpi li bruciarono “per motivi igienici”, circostanza
permessa dalla Convenzione di Ginevra e che quindi non rientra nella categoria
dei crimini di guerra.
La profanazione. L’episodio risale ai primi di ottobre, quando la tv australiana Sbs mostrò il
filmato del giornalista embedded Stephen Dupont realizzato tra le montagne intorno
a Kandahar, dove le truppe americane devono ancora fronteggiare la resistenza
dei talebani. Nel video, si vedeva come i corpi venissero bruciati come monito,
mentre dagli altoparlanti dei soldati partiva musica occidentale sparata a tutto
volume ed esortazioni rivolte ai talebani nascosti nei villaggi vicini, con la
minaccia che se non si fossero consegnati, avrebbero subito la stessa fine dei
loro compagni. Il problema è che il Corano vieta la cremazione dei cadaveri, e
che chi viene bruciato (vivo o morto) non potrà disporre del suo corpo dopo il
giorno del giudizio.
I risultati dell’indagine. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, i soldati avrebbero bruciato i cadaveri
perché dovevano rimanere a combattere su quell’altura per diversi giorni, la temperatura
superava i trenta gradi e quindi restare vicino ai corpi in decomposizione dei
nemici uccisi avrebbe costituito un problema. “Non c’era lo scopo di profanare
i resti, ma solo quello di sbarazzarsene per motivi igienici”, ha spiegato il
generale Jason Kamiya, comandante operativo della coalizione guidata dagli Usa
in Afghanistan. I due soldati responsabili, ha aggiunto, riceveranno quindi una
nota di biasimo per la mancanza di sensibilità culturale e religiosa, ma in quel
momento non pensavano di fare niente di sbagliato. E piuttosto è il filmare i
corpi bruciati, ha concluso Kamiya, a rappresentare una violazione delle norme
militari.
Le reazioni in Afghanistan. Le conclusioni dell’indagine americana non sono piaciute al governo afghano
di Hamid Karzai, che sta portando avanti per conto proprio un’altra indagine sulla
vicenda. I più critici sono stati soprattutto i rappresentanti religiosi. “Quei
soldati dovrebbero essere puniti severamente”, ha detto Khair Mohammed, un’eminente
autorità religiosa di Kandahar. “I soldati stranieri in Afghanistan devono rispettare
la nostra religione. Se continuano a fare così, ogni musulmano gli si rivolterà
contro”. Per ora, pur essendo condannato duramente dalle autorità e dai media,
l’episodio non ha scatenato violenze proteste popolari come quelle dello scorso
maggio, quando il settimanale Newsweek rivelò (e poi negò) che nelle prigioni
controllate dagli Usa il Corano finiva negli scarichi dei gabinetti. Forse perché,
credono diversi osservatori, il filmato australiano non è mai stato mostrato sulle
tv afghane. Alessandro Ursic