29/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



E' un giornalista di Belem. Perseguitato dai potenti perché insegue la verità
Lucio Flavio PintoLúcio Flávio Pinto è un giornalista brasiliano di Belem, due milioni di abitanti, capitale dello stato del Pará. Da dieci anni pubblica un giornale dal titolo Jornal Pessoal, che molti definiscono l’unica voce critica dello Stato. In accurate inchieste denuncia corrotti e corruttori, malefatte e malfattori, non guardando in faccia nessuno, tanto meno i potenti, che etichettano il suo coraggio come sfacciata insolenza, da punire. E così, adesso, deve affrontare da solo 19 processi per accuse che vanno dalla diffamazione a mezzo stampa al risarcimento danni per lesioni personali.
“Ma anche dietro le sbarre, Pinto rimarrebbe un uomo libero”, vanno ripetendo gli amici, i conoscenti, i suoi lettori, coloro che hanno deciso di sostenerlo contro l’ingiustizia, la prepotenza, la sopraffazione del potente di turno.
 
Il segreto della sua forza. “Il suo è un giornalino quindicinale – spiega Mauro Furlan, che lo ha incontrato in più di un’occasione – un periodico, che ha più lo stile di un bollettino parrocchiale che di un giornale come lo possiamo immaginare noi. Ma è proprio qui la sua forza. Pinto potrebbe farlo diventare un quotidiano con tutti i crismi, ma dovrebbe vendersi alla pubblicità. E non ci sta. Il suo interesse non è diventare forte. Non è questo il suo obiettivo”. Quando Mauro è andato a trovarlo la prima volta, lo scorso aprile, gli erano appena stati recapitati gli ultimi 4 degli allora 18 avvisi di garanzia. Di questi, una buona parte portavano la firma Majorana, la famiglia di origine italiana proprietaria dei più importanti giornali e deus ex machina delle reti televisive locali. “Ciò che ha scatenato la loro rabbia è che Lucio ha pubblicato un articolo in cui spiegava che il capostipite si è arricchito grazie al contrabbando – racconta Furlan - Da allora vogliono farlo fuori, moralmente ed economicamente. Nel gennaio scorso, è stato anche aggredito: il direttore del giornale O Liberal, Ronaldo Majorana, lo ha preso a calci e pugni mentre era tranquillamente seduto al tavolo di un ristorante di Belem”, e poi ha persino sporto denuncia per aggressione.
 
Barche amazzonicheTutto nel silenzio. Lucio ha nemici potenti, dunque, che hanno contribuito a creare un vero e proprio sistema mafioso nell’intera Belem. Per paura di ritorsioni, nessun avvocato, nemmeno fra i suoi amici, ha il coraggio di assumere la sua difesa, dato che proprio quel Majorana è presidente della commissione dell’Ordine degli avvocati sulla libertà di stampa. Una causa persa in partenza quella di Pinto, se nessuno interviene a modificare il sistema, basato su impunità e sopraffazione.
A nulla per ora è valsa la petizione sottoscritta da sessanta legali per detronizzare il presidente. E nemmeno le proteste organizzate nell’università federale da studenti e professori. L’unico risultato è stato un articolo infamante sul preside, pubblicato, guarda caso, su O Liberal. E tutto è finito nel silenzio.
Quindi Lucio procede da solo. Ogni giorno legge la Gazzetta Ufficiale, prepara i documenti, studia la sua difesa. “Tutto il suo tempo lo dedica a questo – spiega Mauro – e non può nemmeno lasciare il Paese. Pensate che era stato invitato negli Usa, all’università di Harward, ma ha dovuto declinare. Se si assentasse anche solo due giorni, i soliti noti fisserebbero una delle tante udienze proprio in quelle date lì, com’è già successo, condannandolo poi per non essersi presentato”. Lo scorso 22 novembre, per esempio, avrebbe dovuto andare a New York per ricevere il premio Internazionale della Libertà di Stampa, assegnatogli dal Comitato per la Protezione dei Giornalisti. Ma non ha potuto. A suo posto è andata la figlia Juliana, che ha poi raccontato al padre la motivazione del premio: "Per aver coraggiosamente  informato sui traffici di droga e devastazione ambientale e sulla corruzione politica e imprenditoriale in Amazzonia”.
 
BelemDa ora però non è più solo. Oltre ai riconoscimenti ufficiali sulla professionalità del suo lavoro, in sua difesa sta girando da una settimana una petizione via internet, indirizzata al Tribunale di Giustizia dello Stato, all’Organizações Globo (i cui diritti di trasmissione nel Pará sono in mano ai Majorana), all’Ordine degli avvocati del Brasile, sezione del Pará (Oab), e naturalmente all’Ordine  nazionale dei giornalisti e al Grupo de Comunicação Organizações Rômulo Maiorana (ORM). Questo il clou dell’appello: “Il giornalista parmense, Lucio Flavio Pinto, ha bisogno dell’appoggio incondizionato dell’opinione pubblica brasiliana, in quanto vittima permanente di persecuzioni e ingiustizie in rappresaglia alla sua determinazione nella ricerca della verità, affinché si compiano i precetti universali del giornalismo […] Pinto è un’icona di questa professione, in Brasile, nel Pará. Ed è perseguitato proprio da un’azienda editrice, che fra l’altro finanzia copiosamente il portale Libertà di Stampa, creato dall’Unesco e dall’Associazione Nazionale dei Giornalisti. Fate qualcosa. Inviate un messaggio esigendo che abbiano fine queste persecuzioni. Chiunque si senta di farlo, clicchi qui, ora”. La giustizia non aspetta.
 

Stella Spinelli

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