E' un giornalista di Belem. Perseguitato dai potenti perché insegue la verità

Lúcio Flávio Pinto è un giornalista brasiliano di Belem, due milioni di abitanti,
capitale dello stato del Pará. Da dieci anni pubblica un giornale dal titolo
Jornal Pessoal, che molti definiscono l’unica voce critica dello Stato. In accurate inchieste
denuncia corrotti e corruttori, malefatte e malfattori, non guardando in faccia
nessuno, tanto meno i potenti, che etichettano il suo coraggio come sfacciata
insolenza, da punire. E così, adesso, deve affrontare da solo 19 processi per
accuse che vanno dalla diffamazione a mezzo stampa al risarcimento danni per lesioni
personali.
“Ma anche dietro le sbarre, Pinto rimarrebbe un uomo libero”, vanno ripetendo
gli amici, i conoscenti, i suoi lettori, coloro che hanno deciso di sostenerlo
contro l’ingiustizia, la prepotenza, la sopraffazione del potente di turno.
Il segreto della sua forza. “Il suo è un giornalino quindicinale – spiega
Mauro Furlan, che lo ha incontrato in più di un’occasione – un periodico, che ha più lo stile
di un bollettino parrocchiale che di un giornale come lo possiamo immaginare noi.
Ma è proprio qui la sua forza. Pinto potrebbe farlo diventare un quotidiano con
tutti i crismi, ma dovrebbe vendersi alla pubblicità. E non ci sta. Il suo interesse
non è diventare forte. Non è questo il suo obiettivo”. Quando Mauro è andato a
trovarlo la prima volta, lo scorso aprile, gli erano appena stati recapitati gli
ultimi 4 degli allora 18 avvisi di garanzia. Di questi, una buona parte portavano
la firma Majorana, la famiglia di origine italiana proprietaria dei più importanti
giornali e deus ex machina delle reti televisive locali. “Ciò che ha scatenato
la loro rabbia è che Lucio ha pubblicato un articolo in cui spiegava che il capostipite
si è arricchito grazie al contrabbando – racconta Furlan - Da allora vogliono
farlo fuori, moralmente ed economicamente. Nel gennaio scorso, è stato anche aggredito:
il direttore del giornale
O Liberal, Ronaldo Majorana, lo ha preso a calci e pugni mentre era tranquillamente seduto
al tavolo di un ristorante di Belem”, e poi ha persino sporto denuncia per aggressione.
Tutto nel silenzio. Lucio ha nemici potenti, dunque, che hanno contribuito a creare un vero e proprio
sistema mafioso nell’intera Belem. Per paura di ritorsioni, nessun avvocato, nemmeno
fra i suoi amici, ha il coraggio di assumere la sua difesa, dato che proprio quel
Majorana è presidente della commissione dell’Ordine degli avvocati sulla libertà
di stampa. Una causa persa in partenza quella di Pinto, se nessuno interviene
a modificare il sistema, basato su impunità e sopraffazione.
A nulla per ora è valsa la petizione sottoscritta da sessanta legali per detronizzare
il presidente. E nemmeno le proteste organizzate nell’università federale da studenti
e professori. L’unico risultato è stato un articolo infamante sul preside, pubblicato,
guarda caso, su O Liberal. E tutto è finito nel silenzio.
Quindi Lucio procede da solo. Ogni giorno legge la Gazzetta Ufficiale, prepara
i documenti, studia la sua difesa. “Tutto il suo tempo lo dedica a questo – spiega
Mauro – e non può nemmeno lasciare il Paese. Pensate che era stato invitato negli
Usa, all’università di Harward, ma ha dovuto declinare. Se si assentasse anche
solo due giorni, i soliti noti fisserebbero una delle tante udienze proprio in
quelle date lì, com’è già successo, condannandolo poi per non essersi presentato”.
Lo scorso 22 novembre, per esempio, avrebbe dovuto andare a New York per ricevere
il premio Internazionale della Libertà di Stampa, assegnatogli dal Comitato per la Protezione dei Giornalisti. Ma non ha potuto.
A suo posto è andata la figlia Juliana, che ha poi raccontato al padre la motivazione
del premio: "Per aver coraggiosamente informato sui traffici di droga e devastazione
ambientale e sulla corruzione politica e imprenditoriale in Amazzonia”.
Da ora però non è più solo. Oltre ai riconoscimenti ufficiali sulla professionalità del suo lavoro, in
sua difesa sta girando da una settimana una petizione via internet, indirizzata
al Tribunale di Giustizia dello Stato, all’Organizações Globo (i cui diritti di
trasmissione nel Pará sono in mano ai Majorana), all’Ordine degli avvocati del
Brasile, sezione del Pará (Oab), e naturalmente all’Ordine nazionale dei giornalisti
e al Grupo de Comunicação Organizações Rômulo Maiorana (ORM). Questo il clou dell’appello:
“Il giornalista parmense, Lucio Flavio Pinto, ha bisogno dell’appoggio incondizionato
dell’opinione pubblica brasiliana, in quanto vittima permanente di persecuzioni
e ingiustizie in rappresaglia alla sua determinazione nella ricerca della verità,
affinché si compiano i precetti universali del giornalismo […] Pinto è un’icona
di questa professione, in Brasile, nel Pará. Ed è perseguitato proprio da un’azienda
editrice, che fra l’altro finanzia copiosamente il portale Libertà di Stampa,
creato dall’Unesco e dall’Associazione Nazionale dei Giornalisti. Fate qualcosa.
Inviate un messaggio esigendo che abbiano fine queste persecuzioni. Chiunque si senta di farlo, clicchi
qui, ora”. La giustizia non aspetta.