Scritto per noi
da Manuela Parrino*
Secondo fonti del governo cinese 138 persone sono morte per l’esplosione avvenuta
in una miniera nel nord-est, a
Qitaihe, nella provincia dello Heilongjiang. Al momento dell’esplosione nella
miniera c’erano 221 minatori e ora oltre duecento uomini stanno cercando di
salvare quelli rimasti intrappolati nei
tunnel.
Le miniere cinesi si confermano
le più pericolose del mondo, anche se il governo di Pechino lancia
periodicamente campagne per la sicurezza e recentemente ha chiuso novemila
impianti ritenuti troppo pericolosi. Ogni giorno arrivano notizie di
esplosioni, feriti, morti e solo quest’anno sono rimasti uccisi più di tremila
minatori.
Ogni tentativo del governo di
chiudere le miniere più pericolose si scontra regolarmente con la
necessità di
mantenere alta la produzione del carbone, che ancora oggi copre il
settanta per
cento del fabbisogno energetico della Cina, e con la corruzione dei
poteri
locali che dovrebbero controllare il rispetto di leggi e regolamenti
sulla sicurezza, ma che spesso invece hanno interessi diretti nelle
miniere.
Un tentativo del governo di costringere i dirigenti locali a vendere le
azioni
minerarie nella loro provincia si è rivelato
un fallimento.

La Cina è un gigante fragile come
appare chiaro dalle notizie quotidiane di incidenti e problemi causati da una
crescita troppo veloce e senza regole.
Il 13 novembre un’esplosione in
un’industria chimica nei dintorni di Harbin, nella regione dello Jilin, provoca
la dispersione nelle acque del fiume Songhua di oltre cento tonnellate di
benzene, un materiale altamente cancerogeno. Lungo il fiume si forma un serpente inquinato di 80
chilometri che scende a valle. L’acquedotto della città di Harbin, che usa le
acque del fiume, è costretto a chiudere i rubinetti e oltre tre milioni e mezzo
di persone restano senza acqua per cinque giorni. Un disastro ecologico di
dimensioni straordinarie che per molti giorni le autorità locali hanno cercato
di negare. Per giorni e giorni la popolazione viene lasciata senza notizie, il
governo dice che l’erogazione dell’acqua è stata sospesa per lavori di
manutenzione e solo dopo una settimana, sotto la pressione della stampa, decide
di scusarsi pubblicamente per aver tenuto nascosto alla popolazione l’accaduto.
Il fiume Songhua intanto scorre pericolosamente verso il confine con la Russia,
dove poi le acque confluiscono in un più vasto sistema idrogeologico, mentre la
televisione di stato continua a trasmettere immagini rassicuranti di
lavoratori che installano filtri per l’acqua.
Le autorità russe protestano per
la mancanza d’informazioni e il governo centrale scarica le responsabilità su
quello locale.
Poche informazioni si hanno anche
su un altro possibile disastro in un’altra industria chimica nei dintorni di
Chongqing, dove a causa di un’esplosione è morto un lavoratore. Tutto ciò che
si
sa è che le scuole intorno all’industria sono state chiuse, che 6,000 persone
sono state evacuate e che a chi vive in prossimità della Yingte Chemical
Company di Dianjinag è stato detto di non bere acqua.
La Cina è il paese della
reticenza nell’informazione, almeno fino a quando qualche forza esterna non
costringe la verità a venire a galla.
E’ successo e sta succedendo anche con la febbre aviaria,
un’epidemia che colpisce i volatili in un paese nel quale si allevano ogni anno
14 miliardi di polli e anatre. L’epidemia colpisce a ripetizione in diverse
zone del paese, fino a oggi 27 volte. Per le prime due settimane le notizie
arrivano con il contagocce, le autorità locali cercano di tenerle nascoste
perché denunciare l’epidemia significa condannare a morte milioni di volatili
e
distruggere l’economia di interi distretti.
La Cina è cresciuta troppo in
fretta, senza pesare le conseguenze sull’ambiente e spesso trascurando i
pericoli per i lavoratori. Secondo dati forniti dallo stesso governo,
nell’ultimo anno nel sistema industriale cinese ci sono stati 130mila morti e
oltre un milione di feriti in incidenti sul lavoro. La grande strage della Cina
del boom economico.