scritto da
Stewart Nusbaumer
L'ospedale Walter Reed, alle porte di Washington, è il centro dove vengono curati
i militari statunitensi feriti in guerra. Stewart Nusbaumer, un veterano che ha
perso una gamba in Vietnam, l'ha visitato.
(2. continua dalla prima parte)

Nello shock e nell'orrore americano del Walter Reed ci sono delle regole: quattro
sono le più importanti.
Regola 1: parla alla persona e non alla ferita. Questo può essere difficile all'inizio
perché le brutte ferite possono sconvolgere, ma puoi solo parlare della ferita,
non alla ferita.
Regola 2: permetti ai soldati feriti di fare quello che possono fare da soli,
dagli lo spazio e la possibilità di controllare la propria vita, anche quando
dipendono massicciamente dagli altri. Quando ero all'ospedale di Bethesda Navel,
alla fine degli anni '60, con la gamba amputata e confinato al letto, frustrato
dalla mia dipendenza dagli altri, un visitatore mi ha chiesto una sigaretta (a
quei tempi si poteva fumare in ospedale) e per me è stato meraviglioso potergliene
dare una.
Regola 3: dimentica le questioni morali riguardo la guerra. La moralità è per
quelli che sostengono la guerra e per quelli che vi si oppongono, non per quelli
che la combattono. Questi feriti gravi stanno ancora combattendo quindi non far
riferimento all'immoralità di questa stupida guerra. Il corollario di questa regola
è di non protestare mai contro la guerra di fronte ad una struttura militare,
specialmente un ospedale militare. Bisogna protestare contro chi ha preso la decisione
politica di entrare in guerra, non contro chi ha giurato di eseguire l'ordine
di andare in guerra.

Regola 4: non credere che questo sia un brutto momento per i convalescenti. Per
la maggior parte di loro il dolore sta svanendo o viene attenuato dai medicinali,
il vero disagio mentale deve ancora iniziare. Stanno pensando al loro futuro,
che sembra roseo dopo aver visto la morte in faccia.
"Hey, come va, amico?". Un soldato ne saluta un altro che entra nell'ascensore.
"Benissimo", risponde. Noto con la coda dell'occhio che gli manca un pezzo di
guancia, è orribile.
"Indovina, amico? Viene Smithy!"
"Davvero?"
"Sì, viene questo fine settimana."
"Grandioso, amico."
Questo è lo spirito che l'America percepisce quando vede qualcosa di questi soldati
feriti: fa sentire gli americani orgogliosi del loro paese, sicuri del loro esercito.
Ma questa è solo parte della verità: ce n'è una nascosta, ed è orribile. Allegri,
essendo appena riusciti ad ingannare la morte, circondati da commilitoni giorno
e notte, con la famiglia e gli amici spesso in visita e premurosi, la vita non
è male. Ma questo è il facile periodo intermedio, che viene dopo lo shock iniziale
di ritrovarsi gravemente feriti e prima dell'intricato lavorio del trasformare
la propria identità per
accettare il nuovo stato di cose.

Quando vengono dimessi dall'ospedale, il loro rigoroso network di sostegno scompare
ed il forte ottimismo conseguente allo scampato pericolo inizia a svanire. C'è
ora tempo e spazio per pensare, e per domandare. Un volta seduto da solo in un
appartamento, probabilmente arredato in maniera spartana, oppure in uno squallido
bar con le spalle al muro, le domande iniziano. Perché devo indossare un arto
artificiale tutte le mattine? Perché devo convivere ogni giorno con questo dolore?
Perché il mio amico è morto? Perché quest'orrore? E allora alcuni ricorreranno
alle risposte convenzionali, come "l'ho fatto per Dio, la patria e la famiglia”:
ma questo funziona solo se riescono ad alienarsi dalla realtà. Il Vietnam non
è stato per Dio, l'America o la famiglia, e neppure l'Iraq. La maggior parte dei
feriti lo capirà presto, poi inizierà ad esigere una vera risposta alla domanda.
L'unica risposta soddisfacente è: per la difesa della patria. Nient'altro potrebbe
giustificare i sacrifici che gli americani dimenticano presto ma che continuano
per tutta la vita di questi uomini e donne. Altre risposte sono: per ricostruire
un altro paese, per mostrarsi determinati in modo che gli altri non percepiscano
l'America come debole, per soddisfare le fantasie presidenziali di una grande
eredità, per riempire di benzina i serbatoi delle nostre automobili, per salvare
il mondo dall'ultimo dei nuovi mali. Ma queste risposte non reggono l'urto delle
dure domande che giungono con l'orrore e le continue sofferenze che durano tutta
una vita. Domande troppo forti per risposte deboli.
(traduzione di Alessandro Macilenti)