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Religione e
superstizione. Nei giorni scorsi, nella capitale marocchina Rabat, si è tenuto il primo
vertice dei ministri dell’Infanzia dei paesi musulmani aderenti
all’Organizzazione delle Conferenze Islamiche. I temi sul tavolo erano tanti e
tutti molto delicati. Per cominciare la mutilazione genitale femminile.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato in quattro generi le
tipologie di mutilazioni inflitte alle bambine o alle adolescenti in 28 paesi
africani, del sud-est asiatico e della penisola araba, ma in modo improprio si
tende a definire tutte queste pratiche con il termine infibulazione. Indicibili
le sofferenze inferte alle donne per una tradizione che nulla ha a che fare con
l’Islam. I dottori della religione di Maometto hanno tenuto a sottolineare come
non esista alcun precetto islamico che prevede una pratica di questo tipo,
piuttosto legata a culti tradizionali e poi, in modo scorretto, collegata al
credo islamico. Secondo i dati più recenti dell’Oms, sarebbero oltre 135
milioni le donne nel mondo che hanno subito mutilazioni genitali e tante tra
loro sono morte in seguito alle infezioni provocate dall’intervento.
Società
patriarcali. Ma l’infibulazione non è che uno degli aspetti della condizione femminile
in determinate aree del pianeta. Dalla conferenza di Rabat è emersa anche la
profonda condanna della pratica del delitto d’onore. Con questo termine
s’intende l’omicidio, da parte di un membro della stessa famiglia, di una donna
che si sia macchiata di una grave colpa agli occhi della sua comunità. Adultere,
donne rimaste incinte senza essere sposate, ragazze che perdono la verginità
prima di sposarsi ma anche vittime di stupro, vengono assassinate dal padre, da
un fratello o da un cognato. Per lavare ‘l’onta’ subita dalla famiglia. Questo
accade, ogni giorno, in molti paesi e non solo tra quelli che vengono
considerati arretrati, ma anche in quella Turchia che sta per entrare
nell’Unione Europea. E in questo senso basti pensare che in Italia, fino a
pochi anni fa, il tradimento veniva considerato un'attenuante nei casi d’omicidio.
Non sono mancate inoltre esplicite condanne alla pratica del matrimonio
combinato di minori o alle violenze
domestiche verso le donne. Tematica che peraltro, proprio in Marocco ma anche
in Algeria, ha prodotto negli ultimi anni tentativi di riforma in senso
paritario dei codici dei diritti di famiglia.E il fatto che la Spagna sia uno
dei paesi al mondo che registra il numero più alto di violenze domestiche fa riflettere
su
i giudizi troppo affrettati che spesso vengono emessi contro la cultura
islamica.
Il coraggio di
combattere i tabù. I leader religiosi e politici dei paesi
musulmani riuniti a Rabat non hanno mancato di sottolineare come, impegnandosi
per combattere la discriminazione femminile nelle società islamiche, non
bisogna dimenticare la lotta alla povertà, alla fame, alle malattie e ai
conflitti che affliggono grandi parti del pianeta. Perché senza uno sviluppo
generale e un miglioramento delle condizioni di vita di milioni di persone,
un’evoluzione culturale di determinate comunità sarà sempre più difficile. I
dati emersi durante i lavori parlano da soli: 4,3 milioni di bimbi che hanno
meno di 5 anni muoiono ogni anno per malattie curabili e per la malnutrizione,
almeno 6 milioni di bimbi soffrono per problemi legati all’alimentazione e il
23 percento della popolazione totale dei paesi islamici non ha accesso a una
quantità sufficiente di acqua potabile. Le statistiche sono sempre opinabili,
ma danno l’idea di quali problemi si trovino ad affrontare questi paesi. Il
valore di questa serie di pronunciamenti, se contestualizzati nell’ambito della
cultura islamica, è enorme. Il problema principale resta quello di parlare dei
temi che, in qualche modo, riguardano il sesso e l’equilibrio interno al nucleo
familiare. Per questo motivo se le affermazioni emerse dal vertice, già
ribattezzate Dichiarazione di Rabat, non possono cambiare radicalmente la
situazione in un attimo, rendono l’idea però di quanto sia vivace il dibattito
all’interno delle società islamiche che si stanno, con le loro forze e tra mille
difficoltà, confrontando su temi spinosi. Uno sforzo che andrebbe sostenuto con
lo sviluppo e l’investimento di risorse in quelle comunità che si pongono con
coraggio di fronte alle sfide della modernità. E’ evidente che le convinzioni
dei leader religiosi e politici riuniti a Rabat non vanno confuse con le
opinioni pubbliche dei paesi dai quali provengono e che certi temi fanno fatica
a diffondersi tra la gente comune, ma da qualche parte bisogna cominciare.Christian Elia