In occasione del rapporto del 2005 sulla diffusione delle mine anti-uomo e alla
vigilia dell’incontro a Zagabria degli Stati che hanno preso parte alla Convenzione
di Ottawa, PeaceReporter ripropone alcune parti di un articolo scritto da Gino Strada per Scientific
American e uscito poi sull’edizione italiana Le Scienze. Lo scritto è stato pubblicato
nel maggio del 1996, ma potrebbe essere stato scritto oggi: dopo oltre nove anni
questa testimonianza è, purtroppo, più che mai attuale.
di Gino Strada*

I civili sono diventati sempre più vittime della guerra. Nel primo conflitto
mondiale i civili costituivano solo il 15 percento delle vittime, ma nella seconda
guerra mondiale la quota è salita al 65 percento, considerando anche l’Olocausto.
Nelle guerre di oggi più del 90 percento delle vittime è costituito da civili
(...). Uno degli aspetti più drammatici di questa catastrofica evoluzione è il
sempre più diffuso impiego di armi come le mine anti-uomo, che hanno la peculiarità
di costituire una minaccia indiscriminata e persistente. Le mine anti-uomo non
discernono tra il piede di un combattente e quello di un bambino che gioca, non
riconoscono il cessate-il-fuoco né gli accordi di pace. E, una volta sul terreno,
possono uccidere o ferire per decenni dopo la fine delle ostilità. Per questa
ragione, le mine anti-uomo sono state definite “armi di distruzione di massa al
rallentatore”.
(...) Oggi le mine non sono più viste solo come mezzi per interdire a un nemico
certe aree, o per dirigere verso strade obbligate i movimenti delle truppe avversarie,
o ancora per proteggere installazioni belliche di importanza strategica. Al contrario,
vengono spesso disseminate per impedire ai civili l’accesso a strade, a sorgenti
d’acqua, a depositi di legna da ardere e di carburante e perfino a cimiteri. In
molti Paesi, infatti, sono stati usati elicotteri, batterie di artiglieria e altri
mezzi per spargere mine “a distanza” su villaggi o terreni coltivati, a fini terroristici
nei confronti della popolazione civile.

(...) Le associazioni che offrono assistenza alle vittime e che si occupano di
sminamento valutano che queste armi feriscano o uccidano almeno 15mila persone
l’anno. L’80 percento di queste vittime è costituito da civili. Effettivamente
le cifre reali sono forse anche più alte, poiché molti incidenti avvengono in
zone isolate e prive di strutture sanitarie e perciò non sono documentati. In
un’area minata, molte delle normali attività quotidiane – come la raccolta di
legna o di cibo, l’approvvigionamento di acqua, la coltivazione dei campi, l’allevamento,
il gioco – diventano ad alto rischio. Personalmente, ho trattato 1.950 casi di
persone che avevano subito ferite da mine: di queste, il 93 percento era costituito
da civili e il 29 percento bambini di età inferiori ai 14 anni.
(...) La maggior parte dei pazienti che viene ricoverata per incidenti da mina
non riacquista mai realmente la propria integrità e la possibilità di prendere
parte attiva alla vita familiare e sociale. Riabilitare questi pazienti nelle
migliori condizioni è spesso un problema insormontabile. Inoltre molte vittime
vivono in Paesi in via di sviluppo, dove povere condizioni di vita rendono anche
più difficile l’impresa di superare handicap fisici e psicologici. In più, oltre
al tremendo costo umano che richiedono, le mine impongono un gravoso carico economico
e umano sulla struttura sociale di interi Paesi. La decisione di minare le terre
coltivate ha effetti devastanti a lungo termine sulle comunità agricole, per le
quali la disponibilità di terra è una questione di sopravvivenza. La presenza
di mine anti-uomo funge inoltre da deterrente per i rifugiati, che sono riluttanti
a tornare nelle loro case. Gli sfollati tendono così a diventare rifugiati permanenti,
sovraccaricando le strutture economiche e sociali delle regioni in cui si insediano.

(...) Il mondo – nel prossimo secolo – si troverà di fronte a un’eredità terribile.
Molte mine hanno una vita media effettiva di secoli, quindi anche se in futuro
non dovessero più esserne disseminate, quelle che già sono sul terreno provocheranno
una tragedia di proporzioni colossali. Possiamo sperare che la comunità internazionale
faccia presto diventare di massima priorità la questione delle mine anti-uomo
e stanzi i fondi necessari per condurre attività umanitarie essenziali. L’assistenza
chirurgica d’emergenza e la riabilitazione delle vittime – così come le operazioni
di sminamento e l’educazione delle popolazioni a evitare (per quanto possibile)
i pericoli – rimarranno le sole opzioni per alleviare la sofferenza di centinaia
di migliaia di persone.
Anche per un incallito chirurgo di guerra, gettare lo sguardo sul corpo di un
bambino dilaniato da una di queste armi disumane è un’esperienza impressionante
e rivoltante. Questa carneficina non ha nulla a che vedere con la strategia militare:
è una deliberata scelta di infliggere sofferenze mostruose. Un crimine contro
l’umanità.