
Che tipo di Paese sono gli Stati Uniti oggi? Quali sono i valori che cementano
quello sconfinato territorio in una nazione così patriottica? E perché sembra
che tra il modo di pensare dell’Europa e quello degli Usa ci sia un fossato sempre
più profondo? Chi non sa come rispondere a queste domande, chi confidava in una
vittoria di John Kerry alle presidenziali, e chiunque non capisca come alla maggioranza
degli americani George W. Bush possa piacere, farebbe meglio a leggere
The Right Nation: Why America Is Different, un libro scritto prima delle elezioni dai due corrispondenti dell’
Economist dagli Usa, John Micklethwait e Adrian Wooldridge (455 pagine,
Penguin editore).
I due giornalisti partono da alcuni presupposti inconfutabili: “Su tutte le grandi
questioni che dividono l’opinione pubblica mondiale – scrivono –, gli Usa stanno
sempre dal lato conservatore: l’America tollera livelli di spesa pubblica più
bassi di qualunque paese avanzato, e livelli di disuguaglianza molto più alti.
L’America è l’unica nazione sviluppata che non ha un sistema di assistenza sanitaria
sostenuto dal governo, sostiene il diritto di possedere armi e la pena di morte.
[…] Il suo tasso di imprigionamento è cinque volte quello britannico, a sua volta
il più alto in Europa. I cittadini americani sono molto più religiosi degli europei,
e molto più tradizionali nei loro valori. Il centro di gravità dell’America è
a destra dell’Europa”.

Per spiegare le ragioni di queste differenze, Micklethwait e Wooldridge iniziano
la loro analisi dai primi due decenni dopo la Seconda guerra mondiale, quando
il partito repubblicano era diretto dagli aristocratici del Nord-Est, si guardava
all’Europa come a una fonte di ispirazione per le politiche sociali e si poteva
orgogliosamente definirsi
liberal. I due autori mostrano come il movimento per i diritti civili dei neri degli
anni Sessanta abbia provocato una forte scossa all’interno del partito democratico
regalando la fedeltà dei cittadini bianchi del Sud ai repubblicani. Scopre perché
il progetto della “Grande società” del presidente Lyndon Johnson è stato il punto
in cui la marea progressista ha cominciato a scendere. E analizza l’impatto che
sull’identità degli States ha avuto lo spostamento demografico interno al Paese,
in direzione del giovane e ambizioso Sud-Ovest.
Per arrivare alla situazione attuale: oggi il 41 per cento degli americani si
definisce conservatore, il 19 per cento liberal. Il libro di Micklethwait e Wooldridge è un magistrale ritratto dell’America
moderna, e spiega con efficacia “perché Bush è alla Casa Bianca, perché il partito
repubblicano ha vinto sette delle ultime dieci elezioni presidenziali e controlla
entrambe le camere al Congresso, perché ogni serio candidato democratico alla
presidenza è per la riforma del welfare, perché le capitali culturali di Hollywood e Manhattan rimangono l’eccezione
e perché il tanto disdegnato entroterra sia la regola”.

E perché, in fondo, la maggioranza degli americani si identifichi in George W.
Bush. Secondo i due autori del libro, Bush è l’arci-americano. Le caratteristiche
che lo rendono insopportabile agli europei gli valgono al contrario l’attaccamento
degli statunitensi. L’Europa lo considera un
cowboy? “Il Texas è l’America all’ennesima potenza”, scrivono Micklethwait e Wooldridge.
“Pensate alle caratteristiche, buone e cattive, che distinguono gli Usa – la loro
grandezza e la loro varietà, l’ottimismo e la sicurezza di sè, il materialismo
e la spacconeria, la capacità di tirar fuori qualcosa dal nulla, la violenza e
la religiosità – e le troverete nella loro forma più pura in Texas”.
Al presidente rinfacciamo gli ambigui legami della sua amministrazione con il
mondo degli affari? Proprio la sua intraprendenza nel business è innata nel carattere degli americani. Guardiamo con diffidenza alla esplicita
religiosità di Bush? “Ciò non sembra bizzarro in un Paese dove il 60 per cento
della popolazione crede che Dio ricopra un ruolo importante nelle loro vite e
il 39 per cento degli abitanti si definiscono cristiani rinati”, concludono i
due giornalisti.
Altro che the accidental president, il “presidente per caso”, come era stato soprannominato Bush dopo la vittoria
su Al Gore nel 2000, quando a livello popolare prese 530mila preferenze in meno
del rivale. The Right Nation, seppur scritto nei mesi precedenti le elezioni di quest’anno, spiega meglio
di tutto perché questa volta Bush abbia conquistato una valanga di voti (59 milioni,
3,5 milioni in più di Kerry). Certo, gli Stati Uniti rimangono spaccati in due,
e come una parte ama il presidente rieletto l’altra la odia. Molti in Usa non
sopportano i texani e non vanno mai a messa. In definitiva, però, “Bush sarà anche
più religioso di molti altri americani, ma la sua religiosità è tanto americana
quanto il suo amore per il capitalismo e il suo accento texano. E’ l’America che
fa eccezione, non il suo attuale presidente”.