18/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



John Micklethwait e Adrian Wooldridge, Penguin editore, 2005
La copertina del libroChe tipo di Paese sono gli Stati Uniti oggi? Quali sono i valori che cementano quello sconfinato territorio in una nazione così patriottica? E perché sembra che tra il modo di pensare dell’Europa e quello degli Usa ci sia un fossato sempre più profondo? Chi non sa come rispondere a queste domande, chi confidava in una vittoria di John Kerry alle presidenziali, e chiunque non capisca come alla maggioranza degli americani George W. Bush possa piacere, farebbe meglio a leggere The Right Nation: Why America Is Different, un libro scritto prima delle elezioni dai due corrispondenti dell’Economist dagli Usa, John Micklethwait e Adrian Wooldridge (455 pagine, Penguin editore).
 
I due giornalisti partono da alcuni presupposti inconfutabili: “Su tutte le grandi questioni che dividono l’opinione pubblica mondiale – scrivono –, gli Usa stanno sempre dal lato conservatore: l’America tollera livelli di spesa pubblica più bassi di qualunque paese avanzato, e livelli di disuguaglianza molto più alti. L’America è l’unica nazione sviluppata che non ha un sistema di assistenza sanitaria sostenuto dal governo, sostiene il diritto di possedere armi e la pena di morte. […] Il suo tasso di imprigionamento è cinque volte quello britannico, a sua volta il più alto in Europa. I cittadini americani sono molto più religiosi degli europei, e molto più tradizionali nei loro valori. Il centro di gravità dell’America è a destra dell’Europa”.
 
John Micklethwait, uno degli autoriPer spiegare le ragioni di queste differenze, Micklethwait e Wooldridge iniziano la loro analisi dai primi due decenni dopo la Seconda guerra mondiale, quando il partito repubblicano era diretto dagli aristocratici del Nord-Est, si guardava all’Europa come a una fonte di ispirazione per le politiche sociali e si poteva orgogliosamente definirsi liberal. I due autori mostrano come il movimento per i diritti civili dei neri degli anni Sessanta abbia provocato una forte scossa all’interno del partito democratico regalando la fedeltà dei cittadini bianchi del Sud ai repubblicani. Scopre perché il progetto della “Grande società” del presidente Lyndon Johnson è stato il punto in cui la marea progressista ha cominciato a scendere. E analizza l’impatto che sull’identità degli States ha avuto lo spostamento demografico interno al Paese, in direzione del giovane e ambizioso Sud-Ovest.
 
Per arrivare alla situazione attuale: oggi il 41 per cento degli americani si definisce conservatore, il 19 per cento liberal. Il libro di Micklethwait e Wooldridge è un magistrale ritratto dell’America moderna, e spiega con efficacia “perché Bush è alla Casa Bianca, perché il partito repubblicano ha vinto sette delle ultime dieci elezioni presidenziali e controlla entrambe le camere al Congresso, perché ogni serio candidato democratico alla presidenza è per la riforma del welfare, perché le capitali culturali di Hollywood e Manhattan rimangono l’eccezione e perché il tanto disdegnato entroterra sia la regola”.
 
Il presidente George W. BushE perché, in fondo, la maggioranza degli americani si identifichi in George W. Bush. Secondo i due autori del libro, Bush è l’arci-americano. Le caratteristiche che lo rendono insopportabile agli europei gli valgono al contrario l’attaccamento degli statunitensi. L’Europa lo considera un cowboy? “Il Texas è l’America all’ennesima potenza”, scrivono Micklethwait e Wooldridge. “Pensate alle caratteristiche, buone e cattive, che distinguono gli Usa – la loro grandezza e la loro varietà, l’ottimismo e la sicurezza di sè, il materialismo e la spacconeria, la capacità di tirar fuori qualcosa dal nulla, la violenza e la religiosità – e le troverete nella loro forma più pura in Texas”.
 
Al presidente rinfacciamo gli ambigui legami della sua amministrazione con il mondo degli affari? Proprio la sua intraprendenza nel business è innata nel carattere degli americani. Guardiamo con diffidenza alla esplicita religiosità di Bush? “Ciò non sembra bizzarro in un Paese dove il 60 per cento della popolazione crede che Dio ricopra un ruolo importante nelle loro vite e il 39 per cento degli abitanti si definiscono cristiani rinati”, concludono i due giornalisti.
 
Altro che the accidental president, il “presidente per caso”, come era stato soprannominato Bush dopo la vittoria su Al Gore nel 2000, quando a livello popolare prese 530mila preferenze in meno del rivale. The Right Nation, seppur scritto nei mesi precedenti le elezioni di quest’anno, spiega meglio di tutto perché questa volta Bush abbia conquistato una valanga di voti (59 milioni, 3,5 milioni in più di Kerry). Certo, gli Stati Uniti rimangono spaccati in due, e come una parte ama il presidente rieletto l’altra la odia. Molti in Usa non sopportano i texani e non vanno mai a messa. In definitiva, però, “Bush sarà anche più religioso di molti altri americani, ma la sua religiosità è tanto americana quanto il suo amore per il capitalismo e il suo accento texano. E’ l’America che fa eccezione, non il suo attuale presidente”.
 

Alessandro Ursic

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