
L’obiettivo è “un mondo senza mine” e nell’ultimo anno qualche passo in più è
stato fatto. Ma all’orizzonte rimangono problemi ancora da risolvere, e preoccupazioni
nuove. E’ la conclusione del settimo rapporto dalla Campagna Internazionale per
la Messa al bando delle Mine (Icbl), che ogni anno fa il punto dei progressi nella
messa in atto del Trattato di Ottawa del 1997, che vieta l’uso, la produzione
e il commercio di mine antiuomo da parte dei Paesi firmatari.
Più Stati firmatari. Tra le buone notizie c’è il fatto che nel 2005 altri quattro Paesi (tra cui
l’Etiopia, piagata dalle mine) hanno aderito al Trattato, aggiungendosi ai 143
Stati già membri. Considerando anche che sette Stati hanno firmato ma non ancora
ratificato il testo di Ottawa, oltre tre quarti delle nazioni al mondo ha messo
al bando le mine antiuomo. Sono almeno 38 i Paesi che hanno smesso di produrle,
sei di questi solo nell’ultimo anno, e l’Ibcl stima che il commercio di questi
ordigni sia praticamente scomparso. Dal 2004, inoltre, 135 chilometri quadrati
(l’equivalente di 14mila campi da calcio) di aree minate sono state bonificate,
in 37 Paesi e in particolare in Afghanistan e Cambogia.
Chi ne fa ancora uso. Se vaste aree sono state ripulite, altre sono appena diventate minate: la Russia,
il Myanmar e il Nepal, denuncia il rapporto, continuano infatti a far uso degli
ordigni antiuomo. Ci sono seri indizi anche contro la Georgia, sebbene le autorità
di Tbilisi neghino. E se i governi hanno tutto sommato limitato l’uso delle mine,
l’attività dei gruppi ribelli è meno controllabile: le usano guerriglieri di almeno
13 Stati, secondo l’Ibcl. Le mine, o gli ordigni inesplosi come quelli lasciati
sul terreno dalle bombe a grappolo, continuano così a uccidere, si stima, tra
le15 e le 20mila persone l’anno in 84 Paesi. Per non parlare delle orribili mutilazioni
provocate a quelli che sopravvivono.
I Paesi non aderenti. E anche se tre quarti dei Paesi al mondo aderiscono al Trattato, tra quelli
che rimangono fuori ci sono potenze come gli Usa, la Cina, la Russia, il Pakistan
e l’India. Tre membri su cinque del Consiglio di sicurezza dell’Onu quindi, oltre
ad altri Stati soprattutto in Medioriente, tra le ex repubbliche sovietiche e
in Asia. Si calcola che siano circa 160 milioni le mine antiuomo ancora nelle
mani di questi Stati (110 milioni a disposizione della sola Cina, 26 milioni nell’arsenale
russo e oltre 10 milioni in quello degli Usa). Sono inoltre 13 i Paesi che continuano
a

produrre le armi messe al bando, o che si riservano il diritto di produrle in
futuro.
Nuove mine all’orizzonte. Tra questi ultimi vanno inseriti anche gli Stati Uniti, che hanno sì cessato
la produzione nel 1997, ma stanno studiando la fattibilità di un nuovo tipo di
ordigno, lo Spider, che va contro lo spirito del trattato. A dicembre, infatti,
il Dipartimento della Difesa dovrà decidere se iniziare o meno la produzione nei
prossimi anni. Intanto, in estate il Pentagono ha già richiesto 1,4 miliardi di
euro per ricerche in questa direzione.