25/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Negli Usa le università sono spesso legate al militarismo dominante
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Una parata di marinesArrivo a casa la sera, infilo la chiave più piccola nella serratura della posta e scorro velocemente con le dita tra le lettere, i conti da pagare, le pubblicità. Assieme a un catalogo natalizio trovo anche il GW Magazine, inviato ai laureati della George Washington University. Il titolo centrale è “Colonials in Iraq”. Mostra un soldato americano baffuto e sorridente con il suo Humvee marcato dall’adesivo della mia vecchia università, dove ho studiato relazioni internazionali, a tre passi dal Dipartimento di Stato e la Casa Bianca.
 
Vi sono tre articoli sugli studenti e i laureati dell’Università che operano in Iraq al servizio dell’occupazione americana, nelle forze armate come nell’intelligence, nel dipartimento di stato, e aziende for-profit di sostegno logistico.  I  temi fondamentali sono tre. Primo,  la George Washington University ha forti legami con il complesso militare-industriale e dunque è uno dei pilastri della patria. Secondo, la guerra in Iraq è nobile e la stampa americana troppo poco incline a mostrarne i successi ed i lati umanitari, il che è buffo visto che la stampa americana è stata e rimane ‘embedded’, incastonata entro le strategie di comunicazione e dissimulazione governative ed aziendali. Terzo, molti studenti e laureati della GW stanno dando un contributo patriottico, anche grazie ai saperi acquisiti alla suddetta università, e con grossi sacrifici personali e familiari.
 
Un busto di George Washington all'università che porta il suo nomeLa cosa più agghiacciante di questa marcetta militarista, con tanto di foto con mascelle prorompenti e titolo così imperialista (i Colonials sono la squadra di basket, ma non credo possa sfuggire a nessuno l’abbinamento grottesco) è che avviene a questo punto, quando il gioco ha ormai stancato la maggioranza degli americani ed il governo ha perso la bussola sulla propria politica mediorientale.
 
Ricevo questa rivista più volte all’anno, ma solo ora esce questo numero così dichiaratamente adulatorio; solo ora, nel momento in cui si annusa la sconfitta politica dei fautori della guerra; nel momento in cui i Repubblicani incominciano a perdere elezioni importanti, come è appena successo in Virginia. E’ come se qualcuno fosse andato in giro a chiedere il ritorno di un favore; un alzare le barricate ove si può.
 
Il giorno dopo, recandomi al lavoro mi passa a fianco un giovane marine. Inamidato, pantaloni blu e doppie striscie rosse per gamba, camicia marrroncina, cappello bianco, largo e piatto. Sta parlando con un professore. Dal 2001 è aumentato il pressing per reclutare linguisti e analisti per l’intelligence sui campus delle università di élite. I miei studenti sono all’ultimo anno di studio, discutono dei piani di lavoro: una ha un’intervista con la Defense Intelligence Agency, un’altra ragazza è stata contattata dalla Cia, un’altra persona ancora sta cercando un posto in un altro apparato militare. Per servire chi e che cosa? Per raddrizzare la situazione o per partecipare alla carneficina? Del resto questa è una Ivy League School, una università dell’élite, e sin dalle origini i servizi segreti americani hanno fatto leva sui buoni rampolli. Alle nostre Fiere della carriera non mancano mai né gli emissari della finanza né quelli del consulting o dell’apparato militare-industriale.
 
Un particolare della mostra Eyes wide open-The cost of war in IraqNon tutti si arruolano però e oltre l’angolo, in una piazza dinanzi alla biblioteca centrale dell’Università di Chicago, un giovane in felpa sta seduto a guardia di un paio di cartelli, intitolati Eyes Wide Open-the Cost of War in Iraq, (ad occhi aperti - il costo della guerra in iraq), che elencano le stime di morti iracheni e americani in Iraq, paragonano l’incidenza di mortalità con la popolazione dell’Illinois; esaminano l’impatto economico che i soldi spesi in Iraq avrebbero avuto se spesi in Illinois.
 
Al centro della piazza vi sono centinaia di scarponi militari, con le foto dei deceduti, che vanno ad incontrare un cerchio di scarpe da tennis (a rappresentanza dei civili iracheni uccisi). I cartelli suggeriscono che come minimo ogni scarpa da tennis vale almeno cinquanta scarponi. Eppure, nella piazza semivuota, gli scarponi sembrano così pochi, così insufficienti dinanzi ai numeri di vittime che continuano a crescere; e la scelta d’enfasi sugli scarponi dei militari americani a dispetto di quelli civili rattrista, anche se si può comprendere.
 
Questo è un atto di testimonianza non ancora maturato in atto di ribellione, è il tentativo di generare presa di coscienza in un corpo sociale stordito dalla guerra; prima eccitato a sostegno ed ora rinchiuso su se stesso, sfiduciato ma ancora irresponsabile, ancora slegato dalle verità centrali; aggirato e deluso, ma non ancora ravveduto o rinsavito. Continuiamo così, giorno dopo giorno, ancora tutti in trappola della guerra e del militarismo, anche se frustrato, che si annida e si annoda nella società americana. 
Categoria: Guerra, Costume
Luogo: Stati Uniti