25/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Canada risarcisce i nativi vittime delle scuole di assimilazione culturale
Una bambina InuitC’era una volta un grande Paese nordamericano fondato da coloni europei, che avanzando verso ovest sconfissero i nativi confinandoli in riserve sparse sullo sterminato territorio e cercando di assimilarli alla cultura dominante, con le buone o le cattive. Tanto da far dire a un esponente del governo “risolveremo il problema degli indiani nel giro di due generazioni”. La frase risale al 1928 ma il Paese in questione non è il più ovvio che viene in mente. Si tratta del Canada, dove da anni i nativi americani chiedono giustizia per quella che è ancora una macchia nera sulla coscienza dello Stato nordamericano: quello delle “scuole residenziali”, gli istituti che centinaia di migliaia di nativi sono stati costretti a frequentare per diventare perfetti cittadini canadesi, sopportando abusi psicologici e spesso anche fisici. Il governo del premier Paul Martin ha ora deciso di destinare quasi 1,4 miliardi di euro a mo’ di riparazione.
 
Una protesta delle comunità native per chiedere giustizia riguardo gli abusi delle residential schoolsRisarcimenti per 90mila persone. Il piano è stato annunciato mercoledì, per la soddisfazione dei leader delle comunità native – Indiani, Inuit, Metis che si autodefiniscono First Nations, “le prime nazioni” del Canada. Ne potranno beneficiare tutti i 90mila ex studenti ancora in vita, anche quelli che non hanno mai sporto denuncia per i maltrattamenti subiti. Ognuno – l’età media si aggira sui 60 anni – avrà diritto a un forfait di circa 7.200 euro, più altri 2.160 euro per ogni anno di frequenza oltre il primo. Il governo canadese, che negli anni ha già dovuto pagare 80 milioni di euro come risarcimento per circa le 2.800 cause su 15mila che hanno fatto il loro corso nei tribunali, si è impegnato anche a investire 43 milioni di euro in un programma di sensibilizzazione sul problema nelle scuole statali. Le cause ancora in piedi, se i proponenti accetteranno il risarcimento previsto dal piano, saranno dichiarate decadute.
 
Una vecchia foto di una famiglia MetisUna vergogna canadese. Le “scuole residenziali” erano nate nella prima metà del Novecento; e anche se la maggior parte delle 130 esistenti aveva già cessato l’attività negli anni Settanta, l’ultima ha chiuso solo nel 1996. Sovvenzionate dallo Stato ma gestite in parte dalla chiesa cattolica (circa il 60 per cento) in parte dalle varie chiese protestanti, le scuole venivano costruite in aree a bassa densità di popolazione e vi venivano portati a forza i ragazzini delle comunità aborigene. I bambini erano costretti a studiare praticamente in una condizione di semiprigionia: vedevano i parenti anche una sola volta l’anno, non potevano parlare la loro madrelingua neanche tra di loro, pena severe punizioni. Spesso dovevano anche lavorare per mantenere gli istituti, costantemente a corto di fondi. Solo negli anni Novanta emerse il problema degli abusi, anche sessuali, che molti minori avevano dovuto subire per mano degli insegnanti e dei responsabili degli istituti. Una vicenda definita “la più vergognosa, dolorosa e razzista della nostra storia” da parte di un leader nativo.
 
Un memoriale in onore delle vittime delle scuole residenzialiC’è ancora molto da fare. I rappresentanti delle comunità aborigene hanno accolto con piacere il piano del governo. “E’ un giorno magnifico. Anche se nessuna somma di denaro potrà mai cancellare le cicatrici, speriamo che questo accordo porti conforto e pace ai figli e ai nipoti dei sopravvissuti”, ha detto Phil Fontaine, leader dell’associazione delle First Nations. “Ciò assicurerà che tragedie simili non accadano più a nessun canadese, indipendentemente dalla sua razza, religione o etnia”, ha aggiunto. Ancora oggi, però, molti nativi vivono in riserve dove regnano povertà e disoccupazione, e la differenza con le condizioni di vita degli altri canadesi è “una vergogna”, ha dichiarato Gordon Campbell, primo ministro dello Stato del British Columbia. Con la speranza di sanare questa situazione, ieri in Canada si è aperta una “conferenza di riconciliazione” tra i leader canadesi e i rappresentanti delle comunità native. 

Alessandro Ursic

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità