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C’era una volta un grande Paese nordamericano fondato da coloni europei, che
avanzando verso ovest sconfissero i nativi confinandoli in riserve sparse sullo
sterminato territorio e cercando di assimilarli alla cultura dominante, con le
buone o le cattive. Tanto da far dire a un esponente del governo “risolveremo
il problema degli indiani nel giro di due generazioni”. La frase risale al 1928
ma il Paese in questione non è il più ovvio che viene in mente. Si tratta del
Canada, dove da anni i nativi americani chiedono giustizia per quella che è ancora
una macchia nera sulla coscienza dello Stato nordamericano: quello delle “scuole
residenziali”, gli istituti che centinaia di migliaia di nativi sono stati costretti
a frequentare per diventare perfetti cittadini canadesi, sopportando abusi psicologici
e spesso anche fisici. Il governo del premier Paul Martin ha ora deciso di destinare
quasi 1,4 miliardi di euro a mo’ di riparazione.
Risarcimenti per 90mila persone. Il piano è stato annunciato mercoledì, per la soddisfazione dei leader delle
comunità native – Indiani, Inuit, Metis che si autodefiniscono First Nations, “le prime nazioni” del Canada. Ne potranno beneficiare tutti i 90mila ex studenti
ancora in vita, anche quelli che non hanno mai sporto denuncia per i maltrattamenti
subiti. Ognuno – l’età media si aggira sui 60 anni – avrà diritto a un forfait
di circa 7.200 euro, più altri 2.160 euro per ogni anno di frequenza oltre il
primo. Il governo canadese, che negli anni ha già dovuto pagare 80 milioni di
euro come risarcimento per circa le 2.800 cause su 15mila che hanno fatto il loro
corso nei tribunali, si è impegnato anche a investire 43 milioni di euro in un
programma di sensibilizzazione sul problema nelle scuole statali. Le cause ancora
in piedi, se i proponenti accetteranno il risarcimento previsto dal piano, saranno
dichiarate decadute.
Una vergogna canadese. Le “scuole residenziali” erano nate nella prima metà del Novecento; e anche
se la maggior parte delle 130 esistenti aveva già cessato l’attività negli anni
Settanta, l’ultima ha chiuso solo nel 1996. Sovvenzionate dallo Stato ma gestite
in parte dalla chiesa cattolica (circa il 60 per cento) in parte dalle varie chiese
protestanti, le scuole venivano costruite in aree a bassa densità di popolazione
e vi venivano portati a forza i ragazzini delle comunità aborigene. I bambini
erano costretti a studiare praticamente in una condizione di semiprigionia: vedevano
i parenti anche una sola volta l’anno, non potevano parlare la loro madrelingua
neanche tra di loro, pena severe punizioni. Spesso dovevano anche lavorare per
mantenere gli istituti, costantemente a corto di fondi. Solo negli anni Novanta
emerse il problema degli abusi, anche sessuali, che molti minori avevano dovuto
subire per mano degli insegnanti e dei responsabili degli istituti. Una vicenda
definita “la più vergognosa, dolorosa e razzista della nostra storia” da parte
di un leader nativo.
C’è ancora molto da fare. I rappresentanti delle comunità aborigene hanno accolto con piacere il piano
del governo. “E’ un giorno magnifico. Anche se nessuna somma di denaro potrà mai
cancellare le cicatrici, speriamo che questo accordo porti conforto e pace ai
figli e ai nipoti dei sopravvissuti”, ha detto Phil Fontaine, leader dell’associazione
delle First Nations. “Ciò assicurerà che tragedie simili non accadano più a nessun
canadese, indipendentemente dalla sua razza, religione o etnia”, ha aggiunto.
Ancora oggi, però, molti nativi vivono in riserve dove regnano povertà e disoccupazione,
e la differenza con le condizioni di vita degli altri canadesi è “una vergogna”,
ha dichiarato Gordon Campbell, primo ministro dello Stato del British Columbia.
Con la speranza di sanare questa situazione, ieri in Canada si è aperta una “conferenza
di riconciliazione” tra i leader canadesi e i rappresentanti delle comunità native. Alessandro Ursic