27/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Le diverse letture del rapporto annuale sullo sminamento
scritto per noi da
Carlo Garbagnati*
 

Bambino saltato su una mina, degente nell'ospedale di Emergency in Afghanistan. Foto di Paolo Pedrini. Chirurgo La pubblicazione regolare di un rapporto annuale dice sì la costanza dell’attenzione a un tema, ma non dice di chi. Nel caso delle mine antiuomo è possibile – l’impressione è che non si tratti di un’eventualità remota – che quest’attenzione si restringa progressivamente a una cerchia sempre più limitata di «addetti».

Il tema delle mine antiuomo è stato oggetto di attenzione dell’opinione pubblica negli anni Novanta. In Italia nel 1994 si è stabilita una moratoria su produzione e commercio. Tre anni dopo, da noi, è stata approvata ed è entrata in vigore una legge decisamente severa in merito. Soprattutto, nello stesso 1997, si è giunti alla firma della Convenzione di Ottawa. Negli anni successivi si sono seguite le ratifiche da parte dei parlamenti e dei governi dei paesi firmatari e altri paesi si sono aggiunti all’elenco iniziale. L’annuale riscontro di come e quanto si applicassero le disposizioni contenute nella Convenzione dava, pur con qualche discontinuità, risultati nell’insieme positivi.

In parallelo con queste evoluzioni “ufficiali”, forse proprio per la riconsegna dell’argomento alla ufficialità, è venuta declinando l’attenzione dell’opinione pubblica. Questo declino ha ovviamente molte ragioni. In primo luogo il carattere stesso dell’opinione pubblica, della relativa “caducità” delle sue dinamiche, frutto anche delle caratteristiche della moderna informazione di massa, che sempre più rapidamente “consuma” i suoi contenuti e con criteri molto più commerciali che culturali esige avvicendamenti sempre più rapidi di temi e problemi.

Accanto a questi fattori d’ordine generale, un altro aspetto specifico merita d’essere quanto meno considerato. Nell’immediato dopo-Ottawa, molti Paesi coinvolti hanno deliberato stanziamenti per l’attività di bonifica dei territori minati. Lo sminamento, è ovvio, rappresenta la soluzione radicale (alla radice, cioè) del problema. Questa linearità argomentativa e questa evidenza concettuale non comportano, tuttavia, una scontata fattibilità. Le tecniche e le tecnologie dello sminamento non si sono sviluppate con la stessa rapidità e con la stessa intensità con cui è maturata la consapevolezza della loro necessità.

Le molte iniziative di studio e di ricerca che una improvvisa disponibilità di risorse aveva messo in moto non sono, al momento, approdate a esiti certi, condivisi, diffusi e generalizzati. Ancora oggi, gran parte dello sminamento si svolge nella forma tradizionale: l’individuazione sul terreno di ogni singola mina (con l’osservazione diretta o con strumenti generici come il metal detector), cui segue l’intervento umano diretto per il disinnesco o la deflagrazione inoffensiva. Oltre ad essere notevolmente pericolosa – e proprio per questa sua caratteristica – la tecnica tradizionale dello sminamento richiede tempi lunghi. Un rapporto aritmetico tra questa “lunga durata” e la quantità stimata di mine giacenti sul terreno conduce alla conclusione grottesca e tragica che, se non ne verranno posate di nuove, una bonifica totale si concluderà in tempi più simili a un millennio che a un secolo.

Di fatto – considerazione meno grottesca e più tragica – la diminuzione di mine “attive” si consegue, in notevole quota, ad opera di quegli sminatori preterintenzionali che le fanno esplodere perché ne sono vittime. Destinare allo sminamento l’attenzione, l’impegno e le risorse, sottraendone alle vittime, è il caso tipico di ottimi pensieri che si convertono in pessime scelte. Se, inoltre, suscita preoccupazioni una minore sensibilità al tema, giova forse osservare che un coinvolgimento dell’opinione pubblica intorno a ricerche di laboratorio o esperimenti sul campo è assai meno probabile del coinvolgimento che può determinare il dramma delle vittime.

 
Categoria: Guerra, Armi