scritto per noi da
Carlo Garbagnati*

La pubblicazione regolare di un rapporto annuale dice sì la costanza
dell’attenzione a un tema, ma non dice di chi. Nel caso delle mine
antiuomo è possibile – l’impressione è che non si tratti di
un’eventualità remota – che quest’attenzione si restringa
progressivamente a una cerchia sempre più limitata di «addetti».
Il tema delle mine antiuomo è stato oggetto di attenzione dell’opinione
pubblica negli anni Novanta. In Italia nel 1994 si è stabilita una
moratoria su produzione e commercio. Tre anni dopo, da noi, è stata
approvata ed è entrata in vigore una legge decisamente severa in
merito. Soprattutto, nello stesso 1997, si è giunti alla firma della
Convenzione di Ottawa. Negli anni successivi si sono seguite le
ratifiche da parte dei parlamenti e dei governi dei paesi firmatari e
altri paesi si sono aggiunti all’elenco iniziale. L’annuale riscontro
di come e quanto si applicassero le disposizioni contenute nella
Convenzione dava, pur con qualche discontinuità, risultati nell’insieme
positivi.
In parallelo con queste evoluzioni “ufficiali”, forse proprio per la
riconsegna dell’argomento alla ufficialità, è venuta declinando
l’attenzione dell’opinione pubblica. Questo declino ha ovviamente molte
ragioni. In primo luogo il carattere stesso dell’opinione pubblica,
della relativa “caducità” delle sue dinamiche, frutto anche delle
caratteristiche della moderna informazione di massa, che sempre più
rapidamente “consuma” i suoi contenuti e con criteri molto più
commerciali che culturali esige avvicendamenti sempre più rapidi di
temi e problemi.
Accanto a questi fattori d’ordine generale, un altro aspetto specifico
merita d’essere quanto meno considerato. Nell’immediato dopo-Ottawa,
molti Paesi coinvolti hanno deliberato stanziamenti per l’attività di
bonifica dei territori minati. Lo sminamento, è ovvio, rappresenta la
soluzione radicale (alla radice, cioè) del problema. Questa linearità
argomentativa e questa evidenza concettuale non comportano, tuttavia,
una scontata fattibilità. Le tecniche e le tecnologie dello sminamento
non si sono sviluppate con la stessa rapidità e con la stessa intensità
con cui è maturata la consapevolezza della loro necessità.
Le molte iniziative di studio e di ricerca che una improvvisa
disponibilità di risorse aveva messo in moto non sono, al momento,
approdate a esiti certi, condivisi, diffusi e generalizzati. Ancora
oggi, gran parte dello sminamento si svolge nella forma tradizionale:
l’individuazione sul terreno di ogni singola mina (con l’osservazione
diretta o con strumenti generici come il metal detector), cui segue
l’intervento umano diretto per il disinnesco o la deflagrazione
inoffensiva. Oltre ad essere notevolmente pericolosa – e proprio per
questa sua caratteristica – la tecnica tradizionale dello sminamento
richiede tempi lunghi. Un rapporto aritmetico tra questa “lunga durata”
e la quantità stimata di mine giacenti sul terreno conduce alla
conclusione grottesca e tragica che, se non ne verranno posate di
nuove, una bonifica totale si concluderà in tempi più simili a un
millennio che a un secolo.
Di fatto – considerazione meno grottesca e più tragica – la diminuzione
di mine “attive” si consegue, in notevole quota, ad opera di quegli
sminatori preterintenzionali che le fanno esplodere perché ne sono
vittime. Destinare allo sminamento l’attenzione, l’impegno e le
risorse, sottraendone alle vittime, è il caso tipico di ottimi pensieri
che si convertono in pessime scelte. Se, inoltre, suscita
preoccupazioni una minore sensibilità al tema, giova forse osservare
che un coinvolgimento dell’opinione pubblica intorno a ricerche di
laboratorio o esperimenti sul campo è assai meno probabile del
coinvolgimento che può determinare il dramma delle vittime.