Scritto per noi da Saleem Samad

La parola
‘monga’ veniva usata molti secoli fa dai contadini del Bangladesh per esprimere un “bisogno”
di cibo. Da allora indica mesi di carestia in cui mancano provviste e contanti:
il periodo di sospensione delle attività agricole, da metà ottobre fino ai primi
giorni di dicembre, quando ricomincia la raccolta del riso.
Il monga colpisce le zone rurali del Bangladesh settentrionale, spesso tra l’altro soggette
allo straripamento dei fiumi. Ogni anno, infatti, migliaia di bengalesi rimangono
senza terra e senza casa in seguito all’erosione delle sponde. La carestia, in
realtà, non dipende dalle inondazioni, ma quest’anno ha avuto conseguenze più
gravi del solito proprio in seguito alle ultime alluvioni monsoniche. Secondo
diverse ong che si occupano dello sviluppo rurale e che lavorano a stretto contatto
con i poveri, il monga ha finora costretto a vivere in uno stato di miseria cronica moltissime persone.
Le donne e i bambini, che hanno una predisposizione inferiore agli uomini nell’assorbimento
delle calorie, risultano spesso malnutriti. I più piccoli, inoltre, vengono colpiti
dalla dissenteria, effetto del colera che contraggono bevendo acqua inquinata.
Tuttavia l’impatto negativo del
monga sui contadini è notevolmente diminuito negli ultimi due anni. Il programma di
sostegno con il
microcredito della
Banca Grameen fondata da Muhammad Yunus e di altri istituti, ha finanziato in particolare
le donne. Gli specialisti dello sviluppo hanno così definito il microcredito
un’informale ‘rete di salvataggio’ del settore privato nel Bangladesh rurale.

D’altra parte il governo, in collaborazione con il World Food Programme delle Nazioni Unite, è riuscito in parte ad individuare le famiglie bisognose
e a distribuire loro aiuti alimentari. Le razioni settimanali di solito sono composte
da grano e riso e vengono date alle famiglie composte da donne e bambini o da
anziani che non sono più in grado di lavorare. L’ Union Council, un organo di governo locale, supervisiona la gestione degli aiuti. In alcuni
casi, però, la corruzione dei funzionari del governo e i piccoli furti ad opera
di alcuni membri dell’Union Council hanno rallentato gli sforzi per stabilizzare la situazione causata dal monga. Le ong hanno così cercato di colmare i difetti dell’intervento governativo
cercando di raggiungere tutte le persone colpite dal problema.
Non mancano, infatti, quelle che vengono escluse dal programma di

aiuti nonostante ne abbiano un’estremo bisogno. Per esempio molte donne, per
sopravvivere fino all’avvento della stagione del raccolto, ricorrono a strategie
di sopravvivenza apprese dalle loro antenate. Come Rohimon (nome femminile tipico
delle campagne del Bangladesh ) ragazza 25enne, che vive con il marito e i due
figli sulle sponde del Brahmaputra. Qui raccoglie spinaci selvatici per farne
una zuppa. Sebbene abbia richiesto la porzione settimanale di grano o riso, il
suo nome non compare sulla lista degli aiuti. Così è costretta a mendicare nei
villaggi vicini. Il marito insiste per trasferirsi in città, dopo aver sentito
che lì il lavoro è abbondante. Forse i due coniugi finiranno per emigrare, ma
si renderanno presto conto di nutrire solo false speranze: a Dhaka, la capitale,
sono centinaia le persone che chiedono l’elemosina e che si accampano lungo i
marciapiedi e le banchine delle stazioni.