Scritto per noi da
Barbara Monachesi*
L’alleanza dei sette partiti maggioritari del Nepal con i ribelli
maoisti ha portato a un accordo che prevede la restaurazione della
democrazia
nel
paese. A dichiararlo è stato Girija Prasad Koirala, presidente del
Nepali Congress ed ex primo ministro, al termine di un incontro tra i
vertici
dei partiti politici, che si è tenuto il 22 novembre 2005 a Kathmandu,
capitale del piccolo regno himalayano.

Verso una rapubblica democratica? Prachanda, leader dei ribelli Maoisti, ha confermato la
notizia inviando un messaggio a mezzo posta elettronica ai media, in cui ha
dato indicazione dettagliata dei 12 punti del patto appena concluso. Sebbene al
momento non siano stati rilasciati comunicati stampa ufficiali, che svelino
alla comunità internazionale i retroscena ed i particolari di quello che sembra
essere un vero punto di svolta nell’annosa guerra civile che tiene in ostaggio
il Nepal dal 1996, alcuni spunti interessanti sono trapelati. A cominciare dalla
mancata menzione da parte di Prachanda,
nel suo messaggio ai media, di quella che è sembrata sin dall’inizio del
conflitto la principale e, fino ad oggi, irrinunciabile richiesta dei ribelli:
la trasformazione dell’ordinamento politico del paese da monarchia
costituzionale a repubblica democratica popolare. E anche se il portavoce della
coalizione dei partiti, Girija
Prasad Koirala, ha dichiarato che il cammino appena intrapreso di concerto con
i guerriglieri Maoisti ha il preciso obiettivo di
porre fine alla monarchia tirannica, si intuisce dalle sue parole che vi è ancora
spazio per un
sovrano.
Gyanendra alle strette. Il Re Gyanendra, che il primo febbraio scorso ha sciolto il
governo e acquistato pieni poteri esecutivi, giustificando il proprio gesto con
lo stato di emergenza in cui verte il paese, dovrà quindi attendersi un
ridimensionamento delle proprie prerogative e facoltà. Del resto questa non si
presenta come una novità agli occhi
del sovrano che, qualche giorno fa, aveva avuto modo di avvertire un forte
disappunto nei propri confronti, nonostante l’annuncio di un ritorno alla
democrazia entro la fine del 2007. In occasione di un summit dell’Associazione
Sud Asia per la Cooperazione Regionale (SAARC), il discusso sovrano nepalese ha
assicurato i leader degli Stati vicini
di voler indire elezioni amministrative già per febbraio 2006, attendendo per quelle politiche l’inizio dell’anno
successivo. Sebbene il suo programma sembri degno di lode, il
comportamento da mesi tenuto da Gyanendra ne ha viziato l’attendibilità
ab origine. I fatti parlano chiaro, il
re reputa la democrazia una forma di governo inutile, specialmente quando si
deve affrontare un periodo di crisi, che solo un forte autoritarismo è capace
di risolvere. Il consenso dell’opinione pubblica intorno alla figura del
sovrano sembra ormai in caduta libera. L’ordinanza che sottopone a censura
l’intera attività dei media, che il re ha promulgato il 9 ottobre 2005, ed il
nuovo
codice di condotta che il Social Welfare Council ha introdotto il 10 novembre
2005 e che impone restrizioni inaccettabili all’opera di Ong locali ed
internazionali, hanno sollevato cori di proteste.

Fine della lotta armata? E’ in questo clima di diffuso malcontento che si è inserita
oggi la notizia di trattative di pace tra partiti politici e ribelli Maoisti,
che si sono dichiarati pronti a porre fine all’opposizione armata. Il loro
leader, infatti, ha dichiarato la propria disponibilità a sottoporre il
processo di riavvicinamento del proprio movimento ad un sistema multipartitico,
con la supervisione delle Nazioni Unite o di un’altra organizzazione
internazionale accreditata che traghetti il paese verso l’auspicata soluzione
politica del conflitto. Dopo anni di totale isolamento, risalente alla rottura,
nel
1995, col partito comunista nepalese, sembra che per il partito di ispirazione
maoista si affacci la possibilità di rientrare attivamente e pacificamente
nella vita politica del paese.
Se è vero che, come ha assicurato Koirala, il sentiero di
pacificazione intrapreso proseguirà solo a condizione che i Maoisti rinuncino
alle attività militari, per avanzare previsioni sulla riuscita delle trattative
sarà sufficiente monitorare lo stato del conflitto. L’emergenza sollevata dall’approssimarsi
dello scadere del
termine del trimestre di tregua, unilateralmente dichiarato il 3 settembre
scorso dal leader Maoista, potrebbe quindi rientrare. Ma il timore di un
collasso politico, paventato da tempo per il paese, non può dirsi tuttavia
ancora totalmente scongiurato.