28/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Sima Samar, presidente della Commissione afgana per i diritti umani
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana  
 
Sima Samar (Foto E.Piovesana)La dottoressa Sima Samar, 48 anni, hazara originaria di Jaghuri (provincia di Ghazni), è la donna più famosa, amata e odiata d'Afghanistan. Questo a causa del suo coraggioso impegno in difesa dei diritti delle donne e in generale dei diritti umani, argomenti tradizionalmente poco di moda in questo Paese. Un impegno iniziato già al tempo dell'occupazione sovietica, quando suo marito furapito dai servizi segreti russi, sparendo nel nulla per sempre. Nel 1984, dopo essersi laureata in medicina, Sima fu costretta a scappare a Quetta, in Pakistan, dove aprì un ospedale per le profughe afgane, la clinica Shuhada, che significa 'martiri'. Nel 1989, dopo il ritiro dell'Armata Rossa dall'Afghanistan, Shuhada divenne una Ong, tramite la quale Sima iniziò a costruire a Ghazni e in altre province afgane decine di ospedali, scuole e orfanotrofi. Tornata nel suo Paese dopo al caduta dei talebani, la dottoressa Samar ha ricoperto per alcuni mesi la carica di vice primo ministro del governo provvisorio di Hamid Karzai. Oggi è presidente della Commissione Indipendente per i Diritti Umani dell'Afghanistan. 
 
Logo dell'AIHRCIl primo anno di attività dell'Aihrc. La dottoressa Samar ci riceve nel suo ufficio di Kabul, nella sede centrale dell'Aihrc, che si trova nel quartiere di Pul-e-Surkh, una distesa di macerie e di case in rovina: questa è stata una delle zone della capitale più devastate dalla guerra.
“L'Aihrc è un organismo istituito in applicazione della nuova Costituzione afgana ma indipendente dal governo”, spiega la dottoressa Samar. “Abbiamo iniziato a lavorare nel giugno dell'anno scorso, e abbiamo da poco pubblicato il nostro primo rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani in questo Paese. Una situazione drammatica non solo per il numero di violazioni, ma soprattutto perché non esiste ancora un sistema giudiziario, polizia e magistratura, che sia affidabile, al quale i cittadini si possono rivolgere per essere protetti e ottenere giustizia”.
 
Polizia afgana (Foto E.Piovesana)La legge del più forte. “La nostra polizia – continua Sima Samar – è la prima a violare i diritti umani con il ricorso sistematico alla detenzione illegale e alla tortura dei detenuti. E la nostra giustizia non esiste, in quanto è profondamente corrotta e completamente subordinata al potere di politici e potenti locali. Invece di applicare la legge dello Stato, poliziotti e giudici applicano la legge del più forte, arrestando chi dà fastidio ai potenti, distruggendo o confiscando i beni dei cittadini, taglieggiandoli dietro la minaccia dell'arresto. Tutto questo, senza minimamente ostacolarel'applicazione dei barbari sistemi di giustizia tradizionale, di cui sono vittima soprattutto le donne. Come la lapidazione delle ragazze adultere, la gambizzazione delle donne che hanno mancato di rispetto al marito, o il bad, lo stupro a titolo di risarcimento delle donne di una famiglia da parte dell'uomo che da quella famiglia ha subito un torto”.
 
Donne afgane (Foto E.Piovesana)L'ignoranza dei propri diritti. “E' normale, è più che comprensibile che chi subisce violazioni dei diritti umani non si rivolga a questa polizia e a questa magistratura per avere giustizia”, spiega la signora Samar. “Come minimo rischia ulteriori violazioni! E poi c'è anche da tener presente l'assoluta ignoranza della popolazione in tema di diritti umani: per gran parte degli afgani, poveri, analfabeti e remissivi, certe cose vengono vissute e subite come tradizioni contro le quali non ha alcun senso ribellarsi o come fatti che non vanno resi pubblici per difendere l'onore familiare. Come nel caso delle violenze sessuali sulle donne, che solitamente non vengono denunciate dalle stesse vittime per non macchiare la propria famiglia. Di solito le donne preferiscono uccidersi dandosi fuoco. O come per il fenomeno del commercio di bambini che vengono poi costretti a lavorare e spesso subiscono abusi sessuali”.
 
Priogione afganaPrigioni medievali, pubbliche e private. “Per non parlare del nostro sistema carcerario – continua Sima – dove torture e abusi sessuali sui detenuti e sulle detenute sono solo la punta dell'iceberg. Nelle prigioni statali i prigionieri vivono in condizioni subumane, ammassati in celle anguste, buie esporche, senza servizi igienici, acqua, cibo e senza la minima assistenza medica. Molti si ammalano e muoiono in prigione. Le donne sono costrette a partorire in cella e a tenere i propri figli con loro.
E la situazione è ancora peggiore nelle tante carceri private, cioè quelle gestite non dallo Stato ma dai vari signori della guerra e potenti locali. Alcuni di questi posti infernali siamo riusciti a farli chiudere, ma ne rimangono ancora molti altri in cui non siamo nemmeno mai riusciti a entrare”.
 
Prigionieri degli UsaLe torture nelle carceri militari Usa. Ma secondo Sima Samar il vero buco nero sono i centri di detenzione gestiti in Afghanistan dalle forze armate statunitensi.“In un anno – racconta – abbiamo ricevuto 120 denunce di abusi, violenze e torture da parte di persone arrestate dai militari americani, soprattutto nelle province meridionali e orientali di Kandahar, Helmand, Paktia, Paktika, Ghazni e Logar. Ovviamente queste sono solo una minima parte di quelle effettivamente avvenute, dato che la paura di ritorsioni è moto forte e molti preferiscono non dire nulla. Abbiamo più volte chiesto ai comandanti Usa di poter ispezionare le loro prigioni in Afghanistan per accertare le condizioni di detenzione e indagare su questi abusi. Fino ad oggi abbiamo ricevuto solo promesse, ma nessuna risposta concreta. Se mai ci verrà dato il permesso, cosa di cui dubito fortemente, bisognerà poi vedere in quante prigioni ci faranno entrare.Perché il problema vero è che tutti conoscono i centri di detenzione maggiori, come Bagram e Kandahar, dove sono stati inventati i sistemi d'interrogatorio che poi sono stati esportati in Iraq, ad Abu Ghraib. Ma esistono tantissimi altri centri di detenzione temporanea sparsi per il Paese, di cui nemmeno il nostro governo è a conoscenza! E' ancora davvero molto difficile lavorare per i diritti umani in Afghanistan”.

Categoria: Diritti, Donne
Luogo: Afghanistan
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