
La
dottoressa Sima Samar, 48 anni, hazara originaria di Jaghuri (provincia
di Ghazni), è la donna più famosa, amata e odiata d'Afghanistan. Questo
a causa del suo coraggioso impegno in difesa dei diritti delle donne e
in generale dei diritti umani, argomenti tradizionalmente poco di moda
in questo Paese. Un impegno iniziato già al tempo dell'occupazione
sovietica, quando suo marito fu
rapito dai servizi segreti russi, sparendo nel nulla per
sempre. Nel 1984, dopo essersi laureata in medicina, Sima fu costretta
a scappare a Quetta, in Pakistan, dove aprì un ospedale per le profughe
afgane, la clinica Shuhada, che significa 'martiri'. Nel 1989, dopo il ritiro dell'Armata Rossa dall'Afghanistan,
Shuhada divenne una Ong, tramite la quale Sima iniziò a costruire a
Ghazni e in altre province afgane decine di ospedali, scuole e
orfanotrofi. Tornata nel suo Paese dopo al caduta dei talebani, la
dottoressa Samar ha ricoperto per alcuni mesi la carica di vice primo
ministro del governo provvisorio di Hamid Karzai. Oggi è presidente
della Commissione Indipendente per i Diritti Umani dell'Afghanistan.
Il primo anno di attività dell'Aihrc.
La dottoressa Samar ci riceve nel suo ufficio di Kabul, nella sede
centrale dell'Aihrc, che si trova nel quartiere di Pul-e-Surkh, una
distesa di macerie e di case in rovina: questa è stata una delle zone
della capitale più devastate dalla guerra.
“L'Aihrc è un organismo istituito in applicazione
della nuova Costituzione afgana ma indipendente dal governo”, spiega la
dottoressa Samar. “Abbiamo iniziato a lavorare nel giugno dell'anno
scorso, e abbiamo da poco pubblicato il nostro primo rapporto annuale
sulla situazione dei diritti umani in questo Paese. Una situazione
drammatica non solo per il numero di violazioni, ma soprattutto perché
non esiste ancora un sistema giudiziario, polizia e magistratura, che
sia affidabile, al quale i cittadini si possono rivolgere per essere
protetti e ottenere giustizia”.
La legge del più forte.
“La nostra polizia – continua Sima Samar – è la prima a violare i
diritti umani con il ricorso sistematico alla detenzione illegale e
alla tortura dei detenuti. E la nostra giustizia non esiste, in quanto
è profondamente corrotta e completamente subordinata al potere di
politici e potenti locali. Invece di applicare la legge dello Stato,
poliziotti e giudici applicano la legge del più forte, arrestando chi
dà fastidio ai potenti, distruggendo o confiscando i beni dei
cittadini, taglieggiandoli dietro la minaccia dell'arresto. Tutto
questo, senza minimamente ostacolarel'applicazione dei barbari sistemi di giustizia
tradizionale, di cui sono vittima soprattutto le donne. Come la
lapidazione delle ragazze adultere, la gambizzazione delle donne che
hanno mancato di rispetto al marito, o il bad, lo stupro a titolo di risarcimento delle donne di una famiglia da parte dell'uomo che da quella famiglia ha subito un torto”.
L'ignoranza dei propri diritti.
“E' normale, è più che comprensibile che chi subisce violazioni dei
diritti umani non si rivolga a questa polizia e a questa magistratura
per avere giustizia”, spiega la signora Samar. “Come minimo rischia
ulteriori violazioni! E poi c'è anche da tener presente l'assoluta
ignoranza della popolazione in tema di diritti umani: per gran parte
degli afgani, poveri, analfabeti e remissivi, certe cose vengono
vissute e subite come tradizioni contro le quali non ha alcun senso
ribellarsi o come fatti che non vanno resi pubblici per difendere
l'onore familiare. Come nel caso delle violenze sessuali sulle donne, che
solitamente non vengono denunciate dalle stesse vittime per non
macchiare la propria famiglia. Di solito le donne preferiscono
uccidersi dandosi fuoco. O come per il fenomeno del commercio di
bambini che vengono poi costretti a lavorare e spesso subiscono abusi
sessuali”.
Prigioni medievali, pubbliche e private.
“Per non parlare del nostro sistema carcerario – continua Sima – dove
torture e abusi sessuali sui detenuti e sulle detenute sono solo la
punta dell'iceberg. Nelle prigioni statali i prigionieri vivono in
condizioni subumane, ammassati in celle anguste, buie esporche, senza servizi igienici, acqua, cibo e senza la
minima assistenza medica. Molti si ammalano e muoiono in prigione. Le
donne sono costrette a partorire in cella e a tenere i propri figli con
loro.
E la situazione è ancora peggiore nelle tante
carceri private, cioè quelle gestite non dallo Stato ma dai vari
signori della guerra e potenti locali. Alcuni di questi posti infernali
siamo riusciti a farli chiudere, ma ne rimangono ancora molti altri in
cui non siamo nemmeno mai riusciti a entrare”.
Le torture nelle carceri militari Usa. Ma secondo Sima Samar il vero buco nero sono i centri di detenzione gestiti
in Afghanistan dalle forze armate statunitensi.“In un anno – racconta – abbiamo ricevuto 120 denunce di
abusi, violenze e torture da parte di persone arrestate dai militari
americani, soprattutto nelle province meridionali e orientali di
Kandahar, Helmand, Paktia, Paktika, Ghazni e Logar. Ovviamente queste
sono solo una minima parte di quelle effettivamente avvenute, dato che
la paura di ritorsioni è moto forte e molti preferiscono non dire
nulla. Abbiamo più volte chiesto ai comandanti Usa di poter ispezionare
le loro prigioni in Afghanistan per accertare le condizioni di
detenzione e indagare su questi abusi. Fino ad oggi abbiamo ricevuto
solo promesse, ma nessuna risposta concreta. Se mai ci verrà dato il
permesso, cosa di cui dubito fortemente, bisognerà poi vedere in quante
prigioni ci faranno entrare.Perché il problema vero è che tutti conoscono i centri
di detenzione maggiori, come Bagram e Kandahar, dove sono stati
inventati i sistemi d'interrogatorio che poi sono stati esportati in
Iraq, ad Abu Ghraib. Ma esistono tantissimi altri centri di detenzione
temporanea sparsi per il Paese, di cui nemmeno il nostro governo è a
conoscenza! E' ancora davvero molto difficile lavorare per i diritti
umani in Afghanistan”.